Nostalgia del paese natio

Anna

Nostalgia del paese natio

 Chiesetta cara dalle mura antichedove nessuno più viene a pregare,

ricordo che nel giorno dell’Ulivo

la gente intorno a te stava a osannare.

 Ed anche il giorno del Santo Natale

splendevano dei ceri sull’altare.

Quando torno al caro pesello e

vedo le tue guglie da lontano

penso ai tuoi muri decaduti e

stanchi,tutto qui e miseria e

abbandono.

Il pensiero della gente è ormai

lontano ,rivolto alla gloria e al denaro.

 Tornerò un di chiesetta cara, dolce paese

dove sono nata e mentre parto sento un

nodo in gola ,che solo ritrovandoti un di

si scioglierà.

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La tradizione del maiale in Calabria.

Luigi Bisignani & Pasquale  Loiacono

La tradizione del maiale in Calabria
Dalla macellazione alle pietanze

Per secoli il maiale è stato al centro dell’alimentazione in Calabria con l’allevamento dell’animale la sua macellazione e la preparazione degli alimenti che poi, in una sorta di vera e propria festa, vengono consumati dall’intera famiglia

 

Un momento della preparazione del maiale

IL maiale è stato per secoli la dispensa dei calabresi e non solo: la sua macellazione, rigorosamente fatta in casa sino ad una ventina di anni fa, era un rito antico al quale partecipava tutta la famiglia. Una festa, forse cruenta, che ha segnato e scandito la vita di un’intera regione. Quasi tutti avevano il porcile, il “zimmunu” (dal tedesco “zimmer”, stanza) ove ricoveravano ed allevavano il maiale con gli avanzi di cibo pasturati con la “caniglia”, la crusca. I “zimmuni”, vere e proprie porcilaie, erano concentrati per lo più in grotte scavate nel tufo e comunque fuori dal centro abitato: una volta al giorno, generalmente nel primo pomeriggio, era una processione interminabile di donne con in testa l’ondeggiante secchio della “vrurata” da svuotare nella “scifella” (una sorta di contenitore ad angolo fra due lati del “zimmunu” e rialzato per non far traboccare la brodaglia) ove si avventava, voracissimo, il porco, con gran soddisfazione del proprietario che lo vedeva ingrassare giorno dopo giorno e già pregustava salsicce, soppressate, prosciutti e tutto il ben di Dio che dall’animale si ricava.

Quando il maiale superava il quintale, generalmente fra dicembre e febbraio, ci si preparava all’uccisione della bestia, anche perché il freddo dell’inverno era l’ideale per la conservazione della carne e la stagionatura dei salumi. Prima della data stabilita si cominciava ad “ammolare” i coltelli e a preparare la “mailla” (madia). La mattina dell’uccisione le donne si svegliavano che era ancora buio per preparare un enorme pentolone di acqua bollente che sarebbe servita successivamente per radere le setole del porco. Alle prime luci dell’alba, gli uomini prelevavano il maiale  preceduto da qualcuno con un secchio di ghiande rumoreggianti allo scopo di farsi seguire docilmente dal maiale, affamato ma riottoso (a bella posta non gli si dava da mangiare nelle ore precedenti l’uccisione per favorire lo svuotamento delle budella), il quale probabilmente intuiva la sorte che gli sarebbe toccata da lì a poco.

L’uomo che avrebbe poi scannato la bestia preparava un nodo scorsoio con una corda, quindi si avvicinava all’animale e, con molta abilità, ne agganciava l’incisivo facendo due o tre giri attorno al muso per impedirgli di mordere. Altri afferravano il suino, tenendolo saldamente e scaraventandolo su una grossa panca. I più pavidi, invece, avevano il compito di stringere la coda: operazione inutile, tanto che ancora oggi, se si affida a qualcuno una mansione simbolica, senza alcuna responsabilità, si dice che “tiene la coda al porcello”. Il carnefice, munito di un coltellaccio lungo ed affilato (“u scannaturu”), tranciava di netto la giugulare del porco che si dimenava lanciando grugniti altissimi e spaventosi rimbombanti in tutto il paese. Fra i bambini eccitati c’era anche chi, più sensibile, si nascondeva, tappandosi le orecchie per non udire quegli strepiti disperati. Il sangue, che zampillava copioso dalla gola del porco, colando in una pentola era rigirato continuamente con un mestolo di legno per evitare che coagulasse. Esso, infatti, sarebbe stato poi l’ingrediente principale del sanguinaccio, una dolcissima crema da spalmare sul pane, di cui i bimbi di un tempo erano ghiottissimi. Dopo una lenta agonia il povero animale esalava l’ultimo respiro ed allora ci si preparava a raschiare la cotenna.

Quando anche questa operazione era terminata, il “macellaio” incideva la pelle delle zampe posteriori facendone fuoriuscire i tendini nei quali veniva infilato un attrezzo di legno a forma di triangolo senza base sicché, con l’aiuto di una carrucola, o più semplicemente a forza di braccia, l’animale, per essere squartato, veniva issato ed appeso ad un gancio che spuntava dal soffitto. A questo punto aveva inizio un’operazione complessa e delicata nella quale emergeva tutta la perizia del “macellaio”. Per prima cosa estraeva l’apparato genitale dell’animale, che veniva usato poi dai falegnami per ungere le seghe, quindi tagliava la testa. Poi passava, delicatamente, ad aprire il ventre dal quale cavava la vescica, subito affidata ad uno degli aiutanti perché, dopo averla svuotata, la lavasse accuratamente e, con l’aiuto di una cannuccia, la  gonfiasse. La vescica, nei giorni successivi, era riempita con lo strutto ancora caldo e liquido che, dopo qualche giorno, solidificava. Dunque, con molta attenzione, onde evitare di forare le budella, toglieva tutto l’apparato digerente, il colon e l’ intestino tenue. Continua a leggere

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Tartufo protetto sindaci insieme

tratto dalla Gazzetta del Sud

Tartufo protetto sindaci insieme

10/02/2014

Protocollo di intesa per la tipizzazione e tutela del tartufo del Pollino. I sindaci e il Parco del Pollino sottoscrivono proposta Slow Food per rilanciare il territorio.

Tartufo protettosindaci insieme

Tartufo del Pollino, c’è l’ok del Parco e dei sindaci del Pollino all’avvio della ricerca scientifica per tipizzare e, quindi, valorizzare uno di quei marcatori identitari sui cui investire in termini turistici, commerciali e di tutela e promozione del paesaggio. Si aggiungono nuovi comuni alla firma del Protocollo proposto da Slow Food. Coinvolte anche le associazioni dei tartufai. Entro il prossimo 21 febbraio le delibere dei singoli comuni. Entro fine mese un evento pubblico per ufficializzare l’intesa raggiunta. Il secondo e penultimo momento di incontro tra i sindaci del territorio, riunitisi questa volta presso il Protoconvento a Castrovillari, è stato utile e proficuo per raccogliere ulteriori integrazioni alla bozza di protocollo redatta dalla Condotta Slow Food Sibaritide – Pollino e tramessa ai Comuni coinvolti per la necessaria adozione.  Importante l’annunciata adesione del Parco del Pollino, spiegata e motivata, per le finalità condivise, dal Presidente Domenico Pappaterra. Ai comuni di Castrovillari, Saracena, Morano Calabro, San Basile, Civita, Frascineto, Mormanno, Laino Borgo, Laino Castello, Acquaformosa, Lungro, Papasidero, si sono aggiunti anche i comuni di San Donato di Ninea , San Sosti, Verbicaro ed Orsomarso indicati, dai presidenti delle due associazioni di tartufai interpellate (Mario Galima e Salvatore Argentano), come territori con analoga e documenta presenza di tartufo. Tra le altre richieste integrative: l’ancoraggio del Protocollo al rispetto esplicito, da parte dei comuni aderenti, di un apposito regolamento per la raccolta a tutela dei paesaggi, a cura delle associazioni tartufaie e l’indicazione specifica dei periodi biologici di raccolta del tartufo.

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Giochi di altri tempi : Cavicchiula ,Lippa,mazza e spizzingulu…

Luigi Bisignani

Cavicchiula o Lippa  (gioco)

La lippa o cavicchiula  è un antico gioco popolare italiano che risale al XV secolo. La pratica della lippa s’è diffusa in varie nazioni europee quindi periodicamente si disputano tornei internazionali a livello agonistico.

Nella cultura popolare di alcune regioni d’Italia il termine viene utilizzato per descrivere qualcosa di particolarmente celere (es. andar veloce come una lippa).

Nome

È noto con questo nome: aru paisi mia  San Donato di Ninea “Cavicchiula“.

In Toscana (a Prato anche “cibbè” a Livorno come “ghinè”) e altre regioni italiane, ma ha anche diverse denominazioni dialettali: per esempio a Brescia e Bergamo è noto con il nome di “ciáncol”,a L’Aquila come “zirè”, a Verona come “s-cianco”, a Treviso come “pito”, a Vicenza come “còncio”, a Mantova come “s-ciancol”, a Mede (Pavia) come “ciaramèla”, ad Alessandria come “cirimèla”, a Rovigo come “bindeche”, a Ferrara come “Bac e pandòn”, a Padova come “pindolo”, a Venezia come “pandolo” (come pure a Pirano) o “massa e pandolo” (in tempi moderni “mazza e pindolo”), in Friuli come “pìndul pàndul” oppure gioco del “lip”, a Canicattì come “tanapapiù”. A Napoli, Caserta ed in generale in Campania è noto come “mazza e pivezo”. A Conza della Campania in provincia di Avellino si chiama “mazza e pieuz”, a Pescara “mazz’ e cuzz'”. A Cosenza “stiriddru” Per i ragazzi pugliesi il suo nome è “mazz’e licche” o “mazz’a ccurte”. A Roma come “bastone e nizza”, in Ciociaria come “zicchia“, in Romagna come “giaré”, a Terracina come “mazza e saràga”. Nel Sud del Canton Ticino (Svizzera Italiana) viene chiamato “rèlla”. A Siracusa è chiamato “scannello”. Mentre a Gioia del Colle in Puglia il gioco è famoso sotto il nome di ” pizzecal’ A Serra San Bruno in Calabria il gioco è famoso sotto il nome di ” mazza e spizzingulu “

a San Donato di Ninea “Cavicchiula”

Regolamento

Il gioco è effettuato con due pezzi di legno, generalmente ricavati dai manici di una scopa, uno di circa 15 cm in lunghezza con le estremità appuntite (chiamato lippino o bastuni), l’altro lungo circa mezzo metro chiamato lippa (o pruozzulu): si traccia a terra un cerchio ed un ovale per posizionare il lippino. La tecnica consiste nel colpire con il pezzo lungo il pezzo piccolo su un’estremità per farlo saltare (questo il motivo delle estremità appuntite), quindi colpirlo. Si hanno tre tentativi, il gioco consiste nel lanciare il pezzo piccolo quanto più lontano possibile. Continua a leggere

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