Nov 30

Cùmu ghèramu : A’ fràma

Luigi Bisignani

Eccoci di ritorno su questo giornale con un po di storia dialettale paesana,profitto per ringraziare Minucciu che ci fa parte delle sue ricerche sulla storia paesana ma soprattutto sul dialetto e  ricerche storiche sulle parole del nostro del dialetto sandoantese.

A’ fràma

I “quatrari” della mia generazione non si sarebbero mai sognati di perdere l’occasione per poter raggranellare qualche soldo “à pòti spènni à piàcìri sùa”.

cultura-sandonatese.jpgLe occasioni però erano poche e scarsamente retribuite per via dello spirito “spàragnìnu” che da sempre contraddistingue i sandonatesi.

Una buona opportunità di guadagno era “fà jùrnata àra fèra” in supporto temporaneo agli ambulanti, che nel nostro paese era rappresentata “dà chiamàta” di uno dei fratelli Cucci “zìu Ernestu ò rù fràti Micùzzu”, i quali ti offrivano anche l’occasione di permanere e conoscere diversi centri della provincia (Sàntusòstu, Màttufìddhùni, Sàntàgata, Gàvutumùntu e via elencando).

‘Ntà ssì ghissùti ho avuto modo di conoscere e percepire, “fràmi” (opinioni e comune sentire di abitanti dei paesi visitati) correnti nei confronti di noi scantonatesi e non sempre benevole.

I circonvicini generalmente ci consideravano “rustichi”, “ggèntì antichi”, “albaràni”, tutte perifrasi che rendevano manifesto un loro certo senso di inferiorità, condito però da malevalenza, quasi un timore reverenziale, per gli abitanti di terre di antichissimo lignaggio, sentimento  cui faceva da contraltare il disprezzo per quei “montanari” che, a loro dire era gente di idee, usi e costumi arretrati “ s’ònnavìssinu avùtu ì castagni fèranu muòrti ì fàmi”.

comuneSe questo era il pensiero dei “corregionali”, figurasi quello “dè stràjni”, i quali, nel coltivare il sentimento anticalabrese, erano aiutati da una certa letteratura che non ha inteso il fare, l’agire ed il modo di vivere ed operare della nostra gente e da sempre dettato ed agganciato a tradizioni arcaiche. Chi ha scritto di noi, quasi sempre ha confuso il conservatorismo negli usi, costumi e tradizioni, con l’arretratezza ed ha generalizzato taluni episodi si malcontento popolare, scambiandoli per malvivenza e traducendoli in  costume comune a tutta la popolazione calabrese.

Per generare e formare negli estranei questa opinione negativa, una esigua minoranza di calabresi “moderni” ci ha messo del suo.

Riguardo i calabresi “antichi”, storici e scrittori hanno riportato episodi che non hanno lasciato una “buona immagine” dei nostri progenitori.

A parte le “rapine” consumate verso le altre popolazioni nel periodo della “magna grecia”, la macchia più vistosa è stato il trattamento riservato dai bruzi ad Alessandro il molosso, sconfitto ed ucciso sul campo, i cui resti mortali furono straziati e vilipesi dagli antenati nostri, episodio riportato da Ambrogio Calepino che cita gli scritti di Strabone.

Molti secoli dopo, gli eredi di quei “bruzi crudeli e selvaggi” e mi riferisco ai sandonatesi residenti in paese nella metà del 1600, si resero protagonisti di un episodio simile perché, dopo aver ucciso don Francesco Sanseverino Duca di san Donato ed averne razziato gioie e beni mobili, si accanirono sulle sue spoglie mortali facendo strazio ed attirandosi la riprovazione di molti scrittori, fra i quali il Capacelatro.

Ai “trascorsi” del popolo di San Donato, va aggiunto che, alcuni compaesani “addùtturàti”, nei loro scritti (intesi come corrispondenze con terze persone), hanno dato il meglio di se nel contribuire a formare quella negativa  “communis opinio” che ci unisce al resto dei calabresi.

Vincenzo Padula, prete nativo di Acri, voleva riproporre, in piccolo e circoscritto alla sola provincia di Cosenza, quel che Gabriele Barrio, Girolamo Marafioni e  Giovanni Fiore avevano scritto su città e terre della Calabria.

Per mettere insieme i dati occorrenti, il Padula aveva allacciato rapporti epistolari con vari personaggi (preti, studiosi, nobiltà ed alta borghesia), residenti in tutti i borghi della provincia cosentina ed ai quali aveva inviato una specie di questionario, nel quale chiedeva dati e notizie sul paese di appartenenza, strutturato su luoghi di interesse notevole (per storia, archeologia, geologia, orografia), leggende, usi e costumi, tradizioni e medicina popolari, agnomi, ingiurie, alimentazione, modi di vivere, costumi ed indumenti, fonti e caratteristiche dell’economia, particolarità dell’agricoltura, forma e natura dell’allevamento.

cultura-sandonatese.jpgFra i “contatti del Padula”  a metà del 1800, vi sono stati alcuni compaesani (sacerdoti sicuramente), nelle cui corrispondenze inviate al prete di Acri, hanno mal descritto, sia le terre sandonatesi indicate come improduttive, sia i sandonatesi mostrati come agricoltori incapaci, pessimi artigiani, adatti solo di intrecciare paglia dalla quale ricavavano oggetti che poi mandavano a vendere in altri paesi pel tramite delle loro mogli, questo perché “òn sapiènu ghèssi” (intendendo con questo che fuori dall’ambiente paesano, nei sandonatesi si evidenziava il loro essere sempliciotti).

E’ da dire che ad intrattenere i rapporti epistolari erano gli appartenenti alla classe dei “mìtuòichi”, quella gente “stràina” che faceva razza a se e che nulla avevano da spartire coi veri sandonatesi di discendenza bruzia, in maggioranza analfabeti.

Furono “ì straini” a spargere “à fràma” che il sandonatese era per natura ladro, che “aveva poco rispetto per l’altrui proprietà”  e che le donne sandonatesi erano “sàlivàtichi ed’àcchjanàvanu pièju dè cràpi”, a questo aggiunte le tante altre “facezie” per le quali rimando a miei precedenti interventi ed agli scrittori fin qui od appresso citati.

A più “modera fràma” appartiene il commento “ì nà gàvutumuntìsi” alla quale, nel corso “ì nà fèra”, illustravo le buone qualità della stoffa di un vestito che aveva richiesto di visionare.

E’ bene precisare che “dò prìncipàli” avevo avuto istruzioni di non lasciarmi coinvolgere in discorsi inutili e di tirare a concludere le vendite.

Intuito che  la cliente voleva solo farmi perdere del tempo, dissi che “ppì cùstùmi dò paìsi sùa, quìra vèsta ghèra truòppu ì lùssu” e forse avrebbe fatto meglio a cercare altrove.

Errore gravissimo che mi costò la retribuzione della giornata perché la tizia, inviperita se ne lamentò “ccù zìu Micùzzu” che, a modo suo e senza darlo troppo a vedere, “mà càzziàtu”.

Al momento di allontanarsi dal banco, sfoderando un sorrisetto “à pià ppì fìssa”, la donna mi disse, “quìra vèsta viènnila àri fìmmini ì sàntudunàtu, chì scummògghjanu ù  cùlu ppì cùmmigghjà à càpu”.

Il detto non era solo offesa ma anche modo di canzonarci, di prendere in giro e dileggiare le nostre donne che, per antico costume, usavano indossare “dùi càmmisòli”, una delle quali, “à sùpràna”, pieghettata che veniva sollevata nella parte posteriore per coprire testa e spalle, come da antichissima tradizione risalente al periodo di maggior gloria e splendore della “gens bruzia” e che ancora si perpetua in alcuni altri paesi dalla discendenza osca ed anche fuori della Calabria.

Posso dire che noi calabresi generalmente non abbiamo goduto “buona stampa”, né la letteratura “forastèra” ci ha tenuto nella giusta considerazione.

Il riferimento è in specie a quella spagnola fra XVI e XVII secolo, quando di noi calabresi circolava un’immagine “sinistra” e venivamo peggio ancora descritti (taluni autori ci hanno persino identificato con Giuda).

comuneLa “frama” più insultante la diffusero Niccolò Pernotto e Ambrogio Calepino, questo a cavallo fra XV e XVI secolo quando, i quali, invocando l’autorità di scrittori antichi diedero dei calabresi una infamante descrizione dalla quale originò una pessima immagine ed una maligna reputazione.

Il Calepino, nel suo Dizionario edito nel 1502, fissa una orrenda opinione sui  bruzi (quindi sui calabresi) nella voce ad essi relativa, la dove scrive “sono detti brutii, quasi fossero bruti e osceni, furono quasi distrutti dai romani a causa della loro perfidia e poiché erano privi di dignità e onore furono sempre destinati a compiti servili”.

Questo lo stereotipo dei Bruzi certificato nei dizionari, ai quali sono da aggiungere i resoconti negativi, della e sulla Calabria ed i suoi abitatori, redatti da inviati governativi (Lombroso, per citarne uno) e viaggiatori di ogni nazionalità e provenienza.

Miguel de Cervantes, ad esempio, nell’opera Persiles y Sigismunda, descrive la Calabria come terra popolata da serpenti e da malfattori e del calabrese rende una immagine tanto sinistra da farlo diventare il brigante per antonomasia.

La generale ed indotta disistima è sentimento generale, corrente ancora in pieno Settecento e che insegue i calabresi (ritenuti ribelli ed avveri a qualsiasi occupante) tanto da indurre alcuni chiosatori del Vangelo a far circolare e rendere verosimile l’idea che i crocefissori di Cristo erano Bruzi.

Questa circostanza è stata ampiamente illustrata in una precedente ricerca sui bruzi-calabresi inquadrati nella “legio fretensis”.

A confutare vigorosamente dette accuse fu il Barrio nella sua ponderosa opera, dove  impiega due capitoli a contestare e respingere detta calunnia.

Tommaso Aceti, nel 1737, pubblica una dissertazione di Pietro Polidori dal titolo Brutii e calunnia de inlatis Jesu Cristo Domino nostro tormentis et morte vindicati“, assoluzione dei Bruzi dalla calunnia di aver prodotto i tormenti e la morte di nostro Signore Gesù Cristo.

La narrazione dei Vangeli e le note dei Santi padri concordano  sulla circostanza che Cristo fu crocifisso da milites, per la qual cosa Polidori si chiese: “quis numquam sanae mentis ex Gellii textu inferat Bruttios fuisse?”, chi, dunque, sano di mente potrebbe dedurre dal testo di Gellio che siano stati i Bruzi?

La conclusione del Polidori fonda sul presupposto che i bruzi, se Aulo Gallio dice il vero, non potevano essere “milites”, ossia soldati.

L’Aceti faceva proprie le conclusioni del Polidori ponendo la questione dal un punto di vista filologico su un passo delle Noctes Atticae (libro X, 3, 17-18-19) dell’autore latino del II secolo d.C. Aulo Gellio, il cui contenuto era stato usato nei secoli per dimostrare che i Bruzi erano i flagellatori ed i crocifissori di Cristo.

Degli scritti di Aulo Gellio riporto appresso la versione integrale latina del libro X capitolo III passi XVII e XVIII:

AVLI GELLI NOCTES ATTICAE: LIBER X

III. Locorum quorundam inlustrium conlatio contentioque facta ex orationibus C. Gracchi et M. Ciceronis et M.

XVII. In eo namque libro, qui de falsis pugnis inscriptus est, ita de Q. Thermo conquestus est: “Dixit a decemviris parum bene sibi cibaria curata esse. Iussit vestimenta detrahi atque flagro caedi. Decemviros Bruttiani verberavere, videre multi mortales. Quis hanc contumeliam, quis hoc imperium, quis hanc servitutem ferre potest? Nemo hoc rex ausus est facere; eane fieri bonis, bono genere gnatis, boni consultis? ubi societas? ubi fides maiorum? Insignitas iniurias, plagas, verbera, vibices, eos dolores atque carnificinas per dedecus atque maximam contumeliam inspectantibus popularibus suis atque multis mortalibus te facere ausum esse? Set quantum luctum, quantum gemitum, quid lacrimarum, quantum fletum factum audivi! Servi iniurias nimis aegre ferunt: quid illos, bono genere gnatos, magna virtute praeditos, opinamini animi habuisse atque habituros, dum vivent?”

Nel passo sono citate violenze ed umiliazioni subite dai decemviri bruzi ed ordinate dal comandate le truppe romane.

XVIII. Quod Cato dixit: “Bruttiani verberavere”, ne qui fortasse de Bruttianis requirat, id significat:

XIX. Cum Hannibal Poenus cum exercitu in Italia esset et aliquot pugnas populus Romanus adversas pugnavisset, primi totius Italiae Bruttii ad Hannibalem desciverunt. Id Romani aegre passi, postquam Hannibal Italia decessit superatique Poeni sunt, Bruttios ignominiae causa non milites scribebant nec pro sociis habebant, sed magistratibus in provincias euntibus parere et praeministrare servorum vicem iusserunt. Itaque hi sequebantur magistratus, tamquam in scaenicis fabulis qui dicebantur “lorarii”, et quos erant iussi, vinciebant aut verberabant; quod autem ex Bruttiis erant, appellati sunt “Bruttiani”.

Nel passo si dice che i Bruzi nell’esercito romano svolgevano “officia servilia” (compiti servili) perché al tempo delle guerre puniche si erano schierati con Annibale e quindi non erano ammessi a servire come “milites”.

Riporto integralmente anche lo scritto del Calepino sui Bruzi. Avverto che necessita tener conto che l’autore era nato e cresciuto nel bergamasco, il che ed alla luce della fama di cui gode detta provincia in fatto di “relazioni col prossimo”, fa comprendere bene lo “spirito” che animava l’autore, quello stesso alito che ancora palpita e permane contro “color che son nati al di la della sponda sinistra del Po” e che ai giorni nostri ancora non s’è rarefatto.

Ecco icontenuti della voce “bruti” nellAmbrosii Calepini bergomaris dictionari

-Bruta dicuntur sine sensu stolijda e tarda;

-Brutumautem a terra deductù e cui epiteto bruta: quasi obruta. Horatius libro carminium quo bruta tellus e vaga flumina inde bruti cognomen qui stolidus se simulauit.

-Brutij Italiae populi ultimi Siciliam versus Lucanis vicini dicti quali bruti & obscoeni fint  fuerut ante brutij servi & pastores lucanorum qui inde ausugere & e furtia in regione confederum ubi Cosentia est. que fuiterum metropolis. Quam regionem prius Ausones habitauerut. Hi multo post tempore e ab Annibale e a Romais propter eosum perfidiam pene deleti fuere sine dignitate sine honore ad servili opera semper coacti. Hec regio ut auctor est Strabo libro VI. Oenotria quonda dicta fuit. Supra Consentiam est Pandosia: ubi molosssorum Rex Alexander trucidatus est. Est e Rhegyum civica ohm potentissima       

-Brutiani & bruttijs dicti qui officia servilia magistratib’ praestabant coqui primunse Annibali tradiderunt &: e cun eo perseveraverut quosq ex Italia disceredet. Cc.

-Brutiane parme dicta sut scuta  qb’ Brutij utebat Cc.”

Mò sapiti cùmu nascidi e si spannidi nà fràma, come quella folata di calunnia, a furia d’essere ripetuta, assurge a rango di verità.

Amar’ànnùi.

Minùcciu

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