Dic 18

Ninaja : ù sùpièrchju

Luigi Bisignani

Le origini del nostro Dialetto,vi siete mai chiesti da dove deriva il nostro dialetto? Dopo tantissime ricerche, Minucciu ci spiega un po la storia del nostro parlato.

Tratto da “Ninaja” di Minucciu  ,

A’ grasti e shjshjuli, ù “sùpièrchju” ì Ninaja,

CULTURA SANDONATESE copie “U’ parlàtu”.

Se guardiamo all’origine della nostra “parlata” ed ai contenuti “arcaici” del dialetto sandonatese, non possiamo ignorare “il debito” verso la civiltà greco-latina (le cui lingue tanto hanno influenzato il nostro parlare).

Dobbiamo anche, e soprattutto, considerare che ne abbiamo un altro e più consistente, verso popoli più antichi, presso i quali la lingua, in quanto tale, si è “formata” ed ha preso corpo.

Ce lo raccontano linguisti e storici, ai quali dobbiamo per forza credere, perché, loro, sulla questione, ne sanno molto più di noi.

La prima forma di “comunicazione” di cui abbiamo tracce, si sviluppa nel paleolitico. Tale “linguaggio”, non è grammaticale ma semiologico, perché si realizza con la formazione di figure varie (armi, attrezzi agricoli, utensili, forme pseudo-geometriche, stilizzazione di figure umane od animali), con le quali l’uomo primitivo esprime e rende palesi il vivere e le necessità quotidiane,.

Con un minimo di vita organizzata, è sorta la necessità di elaborare primitive forme di linguaggio, anche allo scopo di coordinare le azioni dei vari individui. Nato all’interno delle tribù, il lessico ha permesso di scambiare informazioni sulle attività di caccia, sulla raccolta di erbe e frutti spontanei, ed è stato utile nel fornire indicazioni su ricoveri naturali e sulla natura del territorio e su tutte le altre necessità collegate al nomadismo.

La culla della lingua, dalla quale originano tutte quelle parlate in Europa, è stata individuata nella regione euro-asiatica, in una zona fra il continente indiano e l’antica valle della Mesopotamia. Si ritiene che le prime forme di comunicazione siano intervenute nell’epoca post glaciale (circa 70.000 anni fa) quando si verificarono le prime migrazioni di popoli ed avvenne l’incontro fra le popolazioni di ceppo europeo e quelle di ceppo africano. E’ in questa epoca che nasce una nuova stirpe umana, un “neandropo”, che noi conosciamo come “homo sapiens”; nello stesso periodo, il linguaggio, dai primitivi mugolii animaleschi, si elabora verso forme verbali articolate.

Formato nel corso di millenni, il linguaggio è stato via via contaminato ed arricchito da migrazioni e da amalgami fra popoli diversi. La zona di territorio dove il lessico primigenio si è “formato” ed ha preso corpo, ha dato il nome al “ceppo” dal quale sono nate tutte le lingue parlate nel vecchio continente (greco e latino compresi) e che gli studiosi hanno definito “indoeuropeo”.

Analizzando i termini, le similitudini e le evoluzioni delle varie lingue, filologi e storici hanno “mappato” i flussi migratori ed hanno individuato le “vie” che vari popoli hanno percorso per giungere fino alla nostra penisola e stabilirvisi.

La Calabria, risulta abitata, sin dal paleolitico, da popolazioni di lingua proto-mediterranea, alle quali, nel neolitico, si sono sovrapposti nuclei di iberi, provenienti dal nord africa. Del parlato di queste antiche genti pare non sia restata traccia e “reliquati” nel nostro dialetto. Dalla fusione delle tribù locali e di quelle ibere, hanno avuto origine le popolazioni autoctone, gli “aborigeni”, che a loro volta, sono stati conquistati e poi integrati da popoli di lingua osca. Del periodo paleolitico e neolitico rimangono solo indicazioni su comunicazione del tipo semiologico (disegni ed incisioni) rinvenute in alcune grotte calabresi (Praia-Scalea-Torre Talao, Romito di Papasidero, ) attribuite al ceppo umano “mediterraneo” (iberi?).

Degli enotri abbiamo certezza che parlassero una lingua di matrice indoeuropea, l’osco che è stata la prima lingua della quale sono restate tracce scritte. Era parlata dalle popolazioni che occupavano la totalità delle zone appenniniche, a partire dall’attuale Abruzzo, attraverso il Sannio e giù, fino alla penisola calabrese.

L’osco, per secoli, è stata la “nostra” lingua. Era l’idioma delle genti (stanziali nelle terre ove è stata fondata Ninaja), di discendenza umbro-sannita e quindi parte integrante della “famiglia” lucana, le cui tribù, in quei tempi, occupavano la regione omonima ed anche la parte nord occidentale dell’appennino calabrese. Quel che conosciamo del nostro antico parlare ci è pervenuto con termini “tradotti e corrotti” dal parlato greco e latino. Ciò che i nostri antichi hanno lasciato, non è stato trasmesso integralmente e nel parlato originale. Gli osci, come si rileva dai pochi testi scritti rinvenuti, utilizzavano l’alfabeto greco. Nel dialetto sandonatese, resistono ancora tracce degli antichi termini osci, magari corrotte e contaminate dal greco-latino e poi integrate o sostituite da vocaboli mutuati, nel tempo, dai lessici, elaborati mutuando termini arabi, germanici, francesi, spagnoli. Ne deriva che lo spaccato sul nostro dialetto, si presenta con una proiezione un pò complicata.

Di radice semantico-mediterranea sono quei termini coi quali si indicavano ripari (grotte o anfratti), rilievi del terreno, fonti e vie d’acqua, varietà dei frutti, gli animali (dai quali difendersi o nutrirsi), i ripari artificiali, le vesti e gli strumenti per le necessità quotidiane (a seguire i riti sacri e quelli relativi ai morti).

Con la “consecuzio” di cui sopra, possiamo identificare i termini, arma (riparo), “àrmu”; bratta, (sporcizia) “vràcchja”; sraga, “fràgula”; “galla”, da cui “gàddharìzza”; malvamaliva”; laura, “làvuru”; wrodia, “ròsa”; thamfàmi”; minth, “mènta”; elaiwoguògghju”; woino, “vìnu”; faik, “fèzza”; thalk, “fàvuci”; kalk, “carcàgnu”; kruk, “crùci”; “saita”, “sìtula”, thongo, “fùngiu”, thuco, “fìcu”; lab o lep, “lèparu”; cab, “cavàddhu”; kasa”, “càsa”.

Con identica successione abbiamo i termini di radice indoeuropea, quali, es, (essere), “ghèssi”; do (dare) “dàju”; stha (fermarsi, arrestarsi, stare) “stàsi, stàtti”; weidvìdi”; geus, (gustare) “gùstu”; g(w)rano, “grànu”; k(wy)ti (sete) “sìti”; bhraterfràti”; bher (portare), “purtà”; leg. (raccogliere scegliere) “sègghj”; yem (frutto doppio), “jems” (dùi fàccì); leighliccà”; peku (gregge) “piècura”; vak(k)a; “vàcca”; lakt, “làtti”; wlena, “làna”; sìmminà”; met, “mèti”; westi (vestire), ” vèsti”; kella, “càsa”; auso (oro), “g’òru, òru”; argntoàrgièntu”; ausa (la fonte), “ àcqua, g’àcqua”; flos, “jùri”. La “contaminazione” fra radici mediterranee ed indeuropee, gli storici ed i linguisti, l’hanno fissata attorno al primo millennio.

Del linguaggio osco, nel nostro dialetto, fra altri termini, alcuni dei quali gia citati ed illustrati, sono rimaste le parole, ais (Dio), “ddìa”; ausis (orecchio, sentire, scoltare), “àsulià”; “eko (io) “ghìa”, ekas, (noi) “nùi”; ekso (ecco) “ghèccu”; koisacùra”; purkapuòrcu”; faciu, “fazzu”; lukos (lupo, luogo) “lùpu, lòcu”; murra (mucchio, gruppo gregge) “mùrra”; timpa (rupe, pietra) “tìmpa”.

Del parlato presso gli antenati bruzi (notoriamente bilingui), nel dialetto sandonatese sono restate e permangono tuttora contaminazioni greco-bizantine, quali le consonanti “sorde” mp, nt, nc, nn, che generalmente utilizziamo in sostituzione (od in aggiunta) dell’iniziale di alcune parole, cito ad esempio, ntòniu, mpìgna, nsùrtu, ncuòddhu, mmischà, nnùgghj)

Ho preso in esame il solo linguaggio “primitivo” e volutamente omesso di analizzare le “contaminazioni” successive al periodo osco (periodo greco-latino), sulle quali mi sono dilungato in un precedente intervento su questo giornale. E da quelle antichissime “radici” che originano tutte le lingue parlate nel continente europeo e quale scopo primario, in questo scritto, avevo quello di evidenziarne le tracce nel nostro dialetto.

Dicembre 2014

Minucciu

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