Lug 11

Come eravamo:Tàntu ppì ddi…ù rièstu,… pùa bbù cùntu

La Redazione & Minucciu

Come eravamo.

“Tàntu ppì ddi”, era la tipica espressione usata quando il sandonatese voleva dire qualcosa senza compromettersi od imbarcarsi in lite. L’espressione “tantu ppì ddì” aveva valenza surrettizia estesa, dall’esempio sino alla chiacchiera fine a se stessa; aveva funzione di paragone oppure messaggio indiretto ovvero di critica o di proposta. L’importante era che la parte interessata, il destinatario dell’implicito e nascosto messaggio capisse il senso del detto o della frase e ne traesse le conseguenze debite. Era un modo di esprimere quelle parti del discorso non palesate ed indirettamente indicare i significati da attribuire alla locuzione che erano diversi e facevano riferimento od erano adattati a circostanze, fatti, episodi, rapporti personali e talvolta anche a luoghi. Questo per quelle situazioni od espressioni la cui valenza era variabile e riferita a cose, più o meno note, ma sicuramente intese da chi intenderle doveva. Per altri versi, il significato era univoco. Poteva però variarne l’interpretazione secondo particolari circostanze di fatto, di luogo, di persona.

Il sandonatese, in quei tempi era parco di parole perché cosciente che a volte valeva e comunicava più il gesto o l’espressione del volto che un intero discorso. Per altre questioni la parola era necessaria ma la quantità veniva adeguata allo spirito sparagnino tipico del montanaro, che generalmente preferisce comunicare il tanto col poco. Per questo scopo sono state coniate brevi frasi dense di significato e qualche volta anche di conseguenze.

Prendiamone in esame alcune per le quali cercheremo di sviscerarne l’origine ed i significati, sia quello palese, sia quello recondito.

Pur volendo rispettare l’ordine alfasillabico dei detti, ritengo doveroso esordire con una citazione “dà bonànima ì zù Ntòniu ànnibbuli”, saggio ed anziano sandonatese, che di questo mondo aveva capito quasi tutto. Morì che era già ultracentenario, circostanza questa che gli deve valere tutto il nostro rispetto.

Pàni ì ttrì juòrni, càrni ì ttrì mìsi e bbìnu ì trì’ànni”. Era la sintetica risposta che zù Ntòniu, al compimento del secolo di vita, diede ad un cronista che era venuto su fino al paese per l’intervista di rito ai centenari e che aveva chiesto al vegliardo il segreto della longevità.. In questa frase vi era tutta l’antica saggezza del vivere e del mangiare bene. Il pane è base alimentare condivisa perché se ne nutrono tutti i sandonatesi, ricchi e poveri, ed un tempo veniva confezionato con cereali differenti ed in diverse tipologie e pezzature. Mangiarlo appena sfornato soddisfa la fame però appesantisce lo stomaco. Dopo la cottura la massa deve riposare ed assestare, è questo il segreto del buon pane. La carne deve essere di animale giovane perché le fibre sono in formazione e non necessitano della “frollatura” che rende la carne più tenera e digeribile ma è anche l’inizio del deterioramento per putrefazione, i cui effetti non sono tanto salutari. I sandonatesi da sempre sanno che il vino più buono è quello invecchiato perché è assestato, ha corpo ed all’assaggio libera tutti gli aromi ed i sapori. Se un vino non si “mantiene”, non supera l’anno, c’è qualcosa di errato nel processo di produzione, che va inteso dalla potatura alla fermentazione e conservazione, quindi non merita di essere bevuto. I nostri avi conoscevano bene ed apprezzavano i prodotti naturali, ne avevano tanta esperienza, la cui summa era espressa nel detto citato da zù Ntòniu.

Avì à cùda. L’espressione aveva un senso doppio. Di disprezzo, perché significava essere figlio illegittimo o di “padre ignoto” che i sandonatesi però conoscevano benissimo. Era anche titolo che spettava ai nati da coppia regolarmente sposata ma che del padre portavano il nome ma non il sangue (oggi sarebbe dna). Altra categoria definita “mulo” erano gli adottati, “i quatràri pijàti àra ròta” e non perché abbandonati dai genitori naturali o perché figli di nessuno ma perché considerati intrusi, “stràjni” i quali venivano ad interrompere trame ereditarie che la parentela intesseva alle spalle delle coppie prive di figli. Il parallelo con il mulo deriva dalla circostanza che il quadrupede portato ad esempio è il prodotto dell’incrocio di un asino con una cavalla. Aveva anche significato di maschio sterile, come è appunto il mulo ed il termine era utilizzato in vece od in coppia a quello di “gùdhhu”.Di senso positivo “mùlu” aveva significato di furbizia, intuito, prontezza di spirito perché in questo caso “la coda” era quella marcia in più che in antico si supponeva avessero i figli di enne enne, i quali, per necessità di vita, dovevano essere più svegli e pronti di intelletto, rispetto quelli “lìgittimi”. Era la stoffa, la qualità personale innata che ti avvantaggiava e che impediva il formularsi di un giudizio immediato e completo sul tuo conto; essere definito “mùlu” in questo senso dava a intendere che non tutte le qualità personali erano immediatamente visibili od apprezzabili e che eri in possesso di una riserva di furbizia ed energia sufficienti a risolvere qualsiasi questione. C’era poi il risvolto ironico legato alla sciatteria od alle disattenzione, quando si lasciavano le cose a metà, veniva ribadito se per caso dietro c’era ancora la coda.

Càca cchjù nnù vòj cà cièntu pìrrìddhi. L’assunto in apparenza sembrerebbe venato da volgarità. E’ invece la resa, in termini paesani, di un importante principio tecnico-economico, ossia la maggior resa con il minimo impiego. A pensarci bene, tenuto conto delle proporzioni, lo scricciolo, “à pìrriddha” per defecare compie il medesimo sforzo  che compie il bue ma il prodotto è notevolmente inferiore. Nel modo di dire c’è la presa d’atto, il riconoscimento alla prestanza ed alla forza fisica. Vi è un implicito un invito all’unione delle forze quando ciò è necessario. Rende palese che la fatica solitaria, a parità di tempo e molto meno conveniente di quella fatta in comunione di intenti. L’espressione era solitamente usata quando taluno si cimentava in un compito superiore alle sue forze ed alle sue capacità e veniva tratto d’impaccio dall’intervento di più persone che univano le forze.

“ù rièstu,… pùa bbù cùntu ”.

Luglio 2013

Minucciu

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