Pietro Viggiani: perché amo scrivere !!

Pietro Viggiani

Perché amo scrivere
un’altra lacrima scivolò via.
Un soffio di scirocco la scippò dal suo viso, mentre altre continuavano a scendere copiosamente. Nemmeno le
lenti scure dei Ray Ban riuscivano a nasconderne il flusso ininterrotto.
Il suo sguardo carico di malinconia scrutava il sole tramontare all’orizzonte,
un’altra giornata di un luglio sempre più afoso stava volgendo al termine.
La folla di giovani entusiasti si apprestava a vivere l’aperitivo sulla spiaggia del Singjta di Fregene.
Le note lounge riempivano l’atmosfera, un sottofondo
sublime ed ipnotico come il suono di un incantatore di
serpenti richiamava le molteplici belle presenze
maschili e femminili verso il E follia tenuti a freno con sofferenza
durante il lungo inverno. Continua a leggere

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Brillantina

Da “Come Eravamo” Brillantina …

Brillantina.

La sua testa unta e lucida di brillantina, con i capelli tirati sulla nuca, ”pittinati ad’arrietu”, la potevi notare da lontano, specie quando veniva colpita dai raggi del sole. Il luccichio più importante invece non potevi vederlo perché era all’interno della sua testa; lo percepivi quando Brillantina parlava, perché era uno spasso, un concentrato d’ironia e di inventiva al di sopra della media. Ero ragazzino e lo ricordo sui trentacinque anni, non molto alto, capelli scuri, volto dai tratti pronunciati, occhi neri mobilissimi. Rammento il suo particolare modo di camminare, dinoccolato, quasi un dondolio sulle gambe leggermente arcuate, le mani a facilitare l’andatura e la testa mobilissima che ondeggiava leggermente mentre si guardava attorno e sembrava non tralasciare nulla di quel che aveva attorno sulla strada, fossero persone o cose.

Quando capitava ara Siddhata veniva salutato cordialmente da quasi tutti i presenti perché era un amicone ed era sempre pronto alla battuta. Proprio le battute erano il motivo della sua simpatia, qualcuna, particolarmente feroce, gli aveva procurato qualche inimicizia, risoltasi in breve perché Brillantina “tingiàdi” ma non era cattivo. Era anche lui nel gruppo degli emigrati in cerca di fortuna ma, ad ogni estate, il suo mesetto di ferie non glielo levava nessuno. Fu durante uno di detti periodi che proprio all’Alboretti da Siddhata noi ragazzi, per ascoltare, ci avvicinammo ad un gruppo dal quale provenivano frequenti e sonore risate. Era un cerchio attorno a Brillantina ed a turno dal gruppetto gli astanti rammentavano le sue battute. Quella fatta ad una vecchietta, che chiedeva notizie dei figli emigrati, ed alla quale Brillantina aveva riferito che, lavorando al buio in miniera, ad uno dei giovanotti erano spuntate le “ciancianeddhe” sotto gli occhi; alla incredula vecchietta che, piangendo, gli aveva chiesto di giurare sulla circostanza, brillantina aveva risposto ”bbìcci jùru, avèra jì cicàtu i mani e ddì pièdi, si nùnn’è bbèru. Continua a leggere

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Lucio ,oggi siamo noi a scriverti…

Ciao Lucio ,oggi siamo noi a scriverti …ma cosa? hai già scritto tutto !!

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Ciccilluzzu i Mastusciallu !!sagrestano , campanaro e bannnista !!

Luigi Bisignani

Da “Come Eravamo” Omaggio a Ciccilluzzu i Mastusciallu …

Attiàlupu.

“Attìa lupu” gli gridavamo quando appariva nelle vie e nei vicoli sandonatesi; e lui immancabilmente rispondeva “attia grupu”. Era la sua battuta spiritosa ed il suo modo di esorcizzare una natura che, nei suoi confronti, non era stata benigna.

(“Cicciu u Bannista”N° 2)

Procedeva sbilenco per via di una gamba che, non abbiamo mai saputo se per nascita o trauma, era restata notevolmente più corta dell’altra. Il fisico portava i segni di questa disarmonia perché, anche da fermo, pendeva tutto da una parte. Quando gli accadeva di fare una sosta, immancabilmente la gamba più corta la poggiava e quasi la avvolgeva al bastone che aveva sempre con se e lo aiutava a camminare per le tortuose ed affatto agevoli strade del paese.

Non era molto alto, di corporatura esile, coppola o cappelluccio perennemente sul capo, colorito olivastro e la pelle del volto “gnutticata” tanto da sembrare “arripicchiàtu”. Per dare l’idea, a parte la zoppia, fisicamente poteva interpetrare benissimo la parte della figlia nei film di Fantozzi, tanto era la somiglianza con l’attore.

Di nascita non era sandonatese ed era capitato in paese nell’immediato dopoguerra, a seguito del padre e sulla scia dei tanti boscaioli che venivano a cercare lavoro presso la Saffa, ditta che, s’era aggiudicata il taglio dei boschi sandonatesi ed aveva aperto cantiere in località Pantano.

Il babbo di Attiàlupu era un boscaiolo-segantino e doveva essere maestro in tale arte, per via del soprannome “Mastusciallu”, che significa appunto maestro nello sciaverare, sceverare, (dal latino experare, separare), ossia la capacità di squadrare un tronco e ricavarne previa tracciatura o una trave o assi di legname. In sandonatese l’arte di sceverare, era stata tradotta nel dialettale “sciallu”, da cui il soprannome.

Questo era il mestiere paterno col figlio operaio-aiutante e nonostante l’anomalia sottoposto a fatiche pari ad un giovane dal fisico normale,. Stando ai racconti dell’interessato ed alla voce comune, i rapporti interpersonali col padre non erano dei migliori, anche perché il genitore era notoriamente di pessimo carattere e sul lavoro pretendeva prestazioni non adatte ad un fisico minuto e per di più menomato. Non era crudeltà; probabilmente intendeva trattare il figlio come se fosse sano, non fargli pesare la menomazione. Era un metodo, piuttosto brusco, forse non il più adatto, ma la situazione quella era. Questo modo di vivere pesava ad Attiàlupu, il cui vero nome era Francesco, noto Ciccilluzzu, che, amante di un buon bicchiere di vino, quando gli veniva offerto da bere, non si esimeva dal raccontare cosa accadeva durante il lavoro, lamentando che, talvolta per errori a suo dire minimi, le aveva anche prese. Raccontava della fatica di tirare la sega, in aiuto al genitore, per ricavare tavole e tavoloni dai tronchi abbattuti, e della difficoltà a seguire la tracciatura su cui doveva scorrere la lama della sega. Continua a leggere

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