San Donato di Ninea, quando i vicoli (Vaneddri) erano il cuore del paese.

San Donato di Ninea-Luigi Gigiotto Bisignani.

San Donato di Ninea, quando i vicoli (Vaneddri) erano il cuore del paese.

C’erano giorni in cui, a San Donato di Ninea, bastava uscire di casa e sedersi sull’uscio per sentirsi parte di una grande famiglia.

Non serviva organizzare un appuntamento, non c’erano telefoni che squillavano, messaggi a cui rispondere o orari da rispettare. Bastava una sedia, un piccolo lavoro da fare e qualcuno che passava per fermarsi a fare due parole.

Questa fotografia sembra portarci proprio dentro uno di quei vecchi vaneddri, i vicoli del nostro paese, dove la vita scorreva lentamente e ogni angolo diventava un luogo d’incontro.

Quattro donne sono sedute insieme, con le bacinelle sulle ginocchia e le mani impegnate a sgranare i fagioli. Un gesto semplice, quotidiano, che oggi potrebbe sembrare quasi insignificante, ma che allora era anche un modo per stare insieme.

Mentre le mani lavoravano, la bocca raccontava.

Si parlava della famiglia, dei figli, dei mariti, del raccolto, di chi era partito e di chi era appena tornato. Si raccontavano fatti del paese, piccoli avvenimenti che oggi forse farebbero sorridere, ma che allora erano parte della vita di tutti i giorni.

E tra una parola e l’altra arrivava una risata.

Perché nei nostri vaneddri non si lavorava soltanto.

Si viveva.

Le porte delle case erano spesso aperte. La gente si conosceva, si salutava, si fermava. Bastava affacciarsi sull’uscio per sapere chi era passato, chi aveva bisogno di qualcosa, chi aveva avuto una buona notizia o chi, invece, portava una preoccupazione.

Era una vita semplice, certamente non facile.

C’erano sacrifici, lavoro duro, pochi soldi e tante necessità. Ma c’era anche qualcosa che oggi, forse, abbiamo perso: il tempo da dedicare agli altri.

Non c’era bisogno di cercarsi.

Gli incontri avvenivano naturalmente.

Erano i vaneddri a far incontrare le persone.

Un bambino correva da una casa all’altra, una vicina chiamava dalla porta, qualcuno si fermava per qualche minuto e quei pochi minuti diventavano magari un’ora di conversazione.

E così passavano le giornate.

D’estate, con il caldo che entrava nelle case, ci si sedeva fuori per prendere un po’ d’aria. D’inverno, invece, bastava incontrarsi davanti a una porta o vicino a un braciere per scambiare qualche parola.

Erano momenti normali per chi li viveva.

Ma oggi, guardando una vecchia fotografia, ci accorgiamo che proprio quelle cose normali erano forse le più preziose.

Perché il tempo è passato.

Le persone sono cambiate, molte sono partite, altre non ci sono più. I bambini di allora sono diventati nonni, e quei nonni che ricordiamo seduti davanti alle porte oggi vivono soltanto nei nostri ricordi e nelle fotografie.

I vaneddri sono ancora lì.

 

Le pietre hanno resistito.

I muri, le scale, gli angoli delle vecchie case continuano a raccontare la loro storia.

Ma spesso manca la cosa più importante: la voce della gente.

Molte porte oggi rimangono chiuse.

Dietro quelle porte ci sono ancora stanze, vecchi mobili, fotografie ingiallite, oggetti che qualcuno un giorno ha lasciato pensando forse di tornare.

E invece il tempo è passato e molte case sono rimaste in silenzio.

È questo che fanno le vecchie fotografie.

Non ci mostrano soltanto quello che è stato.

Ci fanno sentire quello che non c’è più.

Guardando questa immagine possiamo quasi immaginare le voci di quelle quattro donne, le loro mani che sgranano lentamente i fagioli, qualche battuta, una risata improvvisa, il rumore delle bacinelle e magari qualcuno che passa e si ferma a salutare.

Per un momento, il vecchio vaned­dru torna a vivere.

E noi, guardando la fotografia, possiamo quasi essere lì con loro.

Forse è proprio questo il valore delle fotografie del nostro paese: conservare la memoria di una San Donato che rischia di essere dimenticata.

Una San Donato fatta di persone semplici, di porte aperte, di vicoli stretti, di bambini che giocavano per strada, di donne sedute davanti casa, di uomini che tornavano dal lavoro e di vicini che si conoscevano tutti per nome.

Non era un paese perfetto.

Era semplicemente il nostro paese.

Ed è proprio per questo che ci manca.

Oggi abbiamo case più comode, automobili, telefoni, internet e mille modi per comunicare. Possiamo parlare con una persona dall’altra parte del mondo in pochi secondi.

Eppure, qualche volta, ci manca proprio quella semplicità.

Ci manca il tempo di fermarsi.

Ci manca una sedia sull’uscio.

Ci manca qualcuno che passa e dice:

«Comu stai?»

E da quelle due parole nasce una conversazione lunga mezz’ora.

Forse i vecchi vaneddri di San Donato di Ninea non erano soltanto stradine.

Erano il luogo dove il paese si incontrava.

Erano il cuore della comunità.

E questa fotografia, con quattro donne intente a sgranare i fagioli, ci regala per qualche istante la possibilità di tornare indietro nel tempo e rivedere quella San Donato che viveva nelle piccole cose.

Una bacinella di fagioli.

Una porta aperta.

Quattro donne.

Due risate.

Tante parole.

E un vicolo pieno di vita.

Chi ricorda ancora queste scene nei vecchi vaneddri di San Donato di Ninea?

Chi ricorda le proprie mamme, le nonne, le zie o le vicine di casa sedute sull’uscio, con le mani occupate a lavorare e il cuore libero di raccontarsi la vita?

Forse qualcuno riconoscerà anche i volti di questa fotografia.

E allora, se li riconoscete, raccontateci chi sono.

Perché ogni nome, ogni ricordo e ogni piccola storia può contribuire a ricostruire un pezzo della memoria del nostro paese.

Perché la storia di San Donato di Ninea non è fatta soltanto di grandi avvenimenti.

È fatta soprattutto di persone.

Di volti.

Di voci.

Di porte aperte.

Di vecchi vaneddri.

E di fotografie come questa, capaci ancora oggi di farci tornare bambini, anche solo per qualche minuto. ❤️🇮🇹

(Luigi Gigiotto Bisignani)

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2 commenti

  1. Questa fotografia, a guardarla bene, racconta molto più di quello che appare.

    Non ci sono grandi avvenimenti, né personaggi importanti. Ci sono semplicemente delle persone sedute davanti casa, raccolte nel loro vicinato, in uno dei tanti vecchi vaneddri di San Donato. Eppure è proprio questa semplicità a renderla preziosa.

    Erano anni in cui la vita del paese si svolgeva soprattutto fuori dalle case. L’uscio era una porta aperta verso il vicinato, il vicolo era il luogo dell’incontro e una sedia bastava per fermarsi a parlare.

    Le donne lavoravano, i bambini giocavano, gli anziani osservavano e raccontavano. Ognuno conosceva l’altro e, nel bene e nel male, la vita di una famiglia finiva per essere conosciuta da tutto il vicinato.

    Oggi molte di quelle porte sono chiuse e quei vicoli, soprattutto in certi periodi dell’anno, sembrano quasi aspettare che qualcuno torni a riempirli di voci.

    È questo che rende importanti queste vecchie fotografie: non conservano soltanto dei volti, ma conservano un modo di vivere che lentamente è scomparso.

    Guardandole, non dobbiamo limitarci a dire «quanto eravamo poveri» o «quanto erano altri tempi». Dobbiamo ricordare anche quanto fosse forte il senso di comunità, quanto valore avesse una visita, una parola scambiata sull’uscio, una risata tra vicini.

    Forse è proprio per questo che una vecchia fotografia di San Donato riesce ancora oggi a emozionarci.

    Perché dietro quelle persone riconosciamo un pezzo della nostra storia, della nostra famiglia e, in fondo, anche un pezzo di noi.

    I vaneddri cambiano, le case invecchiano, le persone passano. Ma finché qualcuno conserva queste immagini e racconta chi eravamo, San Donato continua a vivere nella memoria.

    • Rosalba Russo il 8 Ottobre 2026 alle 8 h 20 min
    • Rispondi

    Che bei ricordi di che ho di tutti i mesi di Agosto che ho passato al paese, dal 1961 in poi!!! E ricordo bene quante persone si trovavano sedute a parlare. Nella zona dove abitavano i miei Nonni materni, dove stavamo anche noi quel mese estivo, ci si riuniva anche sulle scale che portavano da una vaneddra all’altra (non so se ho scritto giusto!) . Esisteva una Comunità!!! Concordo su tutto l’articolo e il precedente commento. Sono ricordi stupendi che ancora mi commuovono!!

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