Luigi Gigiotto Bisignani
San Donato di Ninea 21 Dicembre 2025
Minùcciu bbì cunta: I pètri tì parlànu.
“”Ù miègghju, e rù pièju, da vicchjài ghèdi ù tièmpu.
Ppìcchi, ghè scarsu quìru chi tènisi ancòra à spenni ed’abboja quìru chi ti ghjìnchjdi ì jùrnàti,quìru c’ù pàssasi ad’àmmintà fàtti, còsi, pirsùni,lòcura e bànni i nà vòta, od’à ripassà quìru chì sistàtu.
E ghè ntuòrnu ù Natàli chi pinsièri s’affùddhanu, fànu munzièddhu, gùnu sùla all’àtu, e tì cùrmanui fàtti e fattarièddhj, nsìnu a ti gushjà cùmu nùpallùni do’ 24 i màju e vrushjànnu, ti cavudiànu i cièrivi, ti gàvuzanu ppì tti fa vulà arriètu, nsìnuàru tièmpu i quànnu ghèrasi giuvinièddhu e spinsiratu.””
Il “virgolettato” non è farina del mio sacco ma una riflessione i zìu Pascàli, sandonatese autentico, con propaggini profondamente radicate nella “sandonesità” più tradizionale, vero archivio vivente e geloso custode di storia usi, costumi, tradizioni e cronaca paesana, nonché“vèna addhùnni croccaniàvanu fàtti e còsi ì santudunàtu”, fonte alla quale, a suo tempo, mi sono abbeverato “ed’abburdàtu ì storij nùstràli”, questo durante infanzia e adolescenza.
Zìu Pascàli amava il paese ove era nato, ne conosceva ogni spazio, ogni luogo, anche il più riposto, ogni pietra sulla quale era in grado di raccontare storia e vicissitudini.
Di contro amava poco i compaesani che accusava e non sempre a torto, di cialtroneria, pressapochismo, disamore per il bene comune, disinteresse per tutto ciò che non rientrava nella sfera degli interessi strettamente familiari, il tanto da averli indotti a trascurare cura e conservazione dell’abitato antico e divenire dimentichi della storia e memoria paesana, il tanto da rendere il proprio paese un anonimo nella storia, “luogo del quale per due millenni non sì è mai saputo nulla” come ebbe a scrivere un memorialista paesano, la cui attendibilità può essere messa in dubbio, ma non su questo particolare.
Su queste basi Zìu Pascàli aveva classificato i sandonatesi “ppì mità ciuòti e l’àta mnità fìssa”,senza salvare alcuno, neanche lui stesso che, dei due “pregi”, aveva fatto somma, convinto di possederli entrambi.
Essendo “cresciuto” a tale scuola di pensiero, ora che sono vecchio e sento l’avvicinarsi del natale, cùmu a zìi Pascali ara mènti mì s’affuddhàdi i pinsièri e cci nnè gùnu chi m’ha fàttu vinìammènti nà parmarìa chi zìu Pascàli avìa bbìstu ì pirsùna.
Quir’ànnu i scòli aviènu chiùsu ù 21 ch’era nnùsabatu. Pascàli ghèra sempi stato na còddha i suònnu e rù 22 , a mènza matìna, avièdirivigghjàtu ù rumùri dè bòtti c’ù musicàntijìttàvadi àra grancàscia ppì chiàmà à bànda àrachiazza Nova.
Dòppu nà pìcchi l’aria s’èra chjìna dei tocchimonocordi e cadenzati di grancassa e tamburo, segno che la banda andava presso l’abitazione di un defunto per poi accompagnarlo, con le note lente e tristi della marcia funebre, prima in chiesa e poi al cimitero.
Il funerale era la conclusione di una brutta storia originata da invidia e maldicenza che in alcuni ambienti sandonatesi aveva avuto degna culla e cornice.
Dopo mesi e mesi di patimenti, distrutto nel fisico e nella mente, aveva finito i suoi giorni uno dei migliori fra i giovanotti sandonatesi, ammirato per intelligenza, posizione sociale e bellezza fisica, soggetto a mire e desideri di numerose famiglie che volentieri lo avrebbero accolto nel parentato.
Una ragazza ne era particolarmente “cotta”,sebbene non avesse mai avuto il coraggio dichiararsi (in quel tempo era cosa inimmaginabile).
Benché lo frequentasse forse era frenata dalla manifesta simpatia che il giovane mostrava avere verso una lontana cugina, con la quale trascorreva più tempo che con altri della compagnia.
La gelosia rende ciechi ma, purtroppo, non muti. La nostra innamorata, delusa per la mancanza di attenzioni, pensò bene di inventarsi e condividere con una compagna chiacchierona, nà fràma che attribuiva i due cugini, più che una simpatia, fatti molto, ma molto concreti.
In un baleno il paese ne fu riempito per ogni uscio, bottega e finestra.
E fu un fiorire di commenti e di ricostruzioni,tanto fantasiose quanto maligne, tali da indurre i due giovani interessati a chiudersi in un doloroso e dignitoso silenzio (dai più interpetrato come ammissione di colpa) e le famiglie a chiudere ogni rapporto sociale, sapendo bene che qualsiasi linea di difesa avrebbe cozzato contro il facile giustizialismo paesano, più incline a condannare che ad assolvere.
A nulla valse “l’esilio” volontario cui due giovani infamati si sottoposero perché le voci riprendevano corpo ad ogni notizia circa il rientro in famiglia.
La ragazza, offesa e disgustata, non fece mai più rientro in paese.
Il giovane, ritenendosi causa scatenante della gelosia che aveva innescato la rovina familiare, deperì nel fisico e nella mente e quando fu prossimo alla fine, la famiglia lo riportò a casa perché la, dove la luce della vita si era accesa,quella stessa luce doveva essere spenta.
Quando il dolore è grande, disse uno scrittore, la terra si apre e parla.
Da noi il dolore fa parlare le pietre ed in occasione della morte del giovane, raccontarono le pietre che la ragazza che aveva inventato la fràma, aveva avuto una crisi nervosa e fra tremiti e pianti s’èra cunfissàta ccù mùru da càsaedd’avìa dìtto c’ònn’èra bbèru nènti e c’à fràmaavìa gàrmata ppì mmìdia.
A ssènti a cùnfissiùnu ccù mùru cc’èranu stàtirìcchj c’aviènu ntièsu e vùcca c’avìa parlatu e ràcòsa s’era sùbbitu spàsa ppì tùttu ù paìsi e cchjùd’àcchiancùnu, quìra linguicèddha vutàta àrafràma, s’avìa muzzicàta ppì parècchj vòti.
E la lingua non venne ”muzzicata” neanche nelle discussioni sulla causa della morte (dalla famiglia non trapelò mai quella vera), dato che anche in questa occasione non mancò di emergere la tendenza paesana alla divisione; ci fu chi la attribuì a crepacuore, chi alla tisi, chi à nnù màliche aveva attaccato il giovane.
Il funerale fu molto partecipato ed in molti erano lì per farsi perdonare, più che la colpa, il difetto di noi nativi, la critica facile pur senza avere tutti gli elementi di valutazione, ma fatta così, per partito preso.
Il prete nell’omelia funebre fu molto breve, non tessé le lodi del morto, lo citò appena nel commento, sottolineando più volte che quella morte doveva essere di monito e pesare su tutte le coscienze paesane.
Ho omesso ogni riferimento che potesse far identificare i protagonisti di questa lontana e dimenticata vicenda “antica”, ormai sepolta nella “non memoria paesana”, in quel mucchio di pietre del non-luogo sandonatese, là dove sono sepolte e custodite storie che nessuno vuol rammentare, luogo caro a zìu Pascàli, che lo aveva eletto a deposito personale di vicende paesane e sul quale non ha lasciato indicazioni,circa esatta ubicazione.
Non sapere dov’è detto luogo di ricordi, è la giusta punizione per una popolazione senza storia e senza memoria, che di questa condizione mentale rende testimonianza evidente nel progressivo degrado dell’abitato, simbolo del disamore dei sandonatesi per il luogo natio, colpa della quale nessuno è immune, residente o emigrato (a quest’ultima categoria sono iscritto d’ufficio dal 1963).
Buone feste a tutti.
Natale 2025
Minùcciu.


3 commenti
Autore
Buongiorno e buone feste ,
Leggere queste righe è come sedersi di fronte a un focolare che non scalda solo la pelle, ma scuote la memoria. Minucciu ci conduce per mano nel mondo di zìu Pascàli, un “archivio vivente” della sandonesità, la cui voce sembra emergere direttamente dalle pietre del borgo. Attraverso il ricordo di questo mentore severo ma innamorato, veniamo proiettati in una riflessione potente sul senso del tempo, che con l’avvicinarsi del Natale si fa “affollato” e prepotente, capace di riportarci alla giovinezza con la forza di un vento di maggio.
Il cuore del racconto è una vicenda amara, una tragedia d’altri tempi che profuma di polvere e di peccato: la storia di un giovane brillante spentosi per il peso di una “fràma” (una calunnia) nata dall’invidia e nutrita dal silenzio complice di un intero paese. È qui che la penna di Minucciu si fa chirurgica e spietata, ricalcando il pensiero di zìu Pascàli: il ritratto dei sandonatesi come un popolo diviso tra “ciuòti e fìssa”, spesso colpevoli di un amore sterile per il bene comune e di una propensione al giudizio affrettato che non risparmia neanche l’innocenza.
Commovente è l’immagine delle pietre che parlano: quando il dolore umano supera il limite del sopportabile, è la materia stessa del paese a farsi testimone della verità, raccogliendo la confessione tardiva di chi ha innescato la rovina.
La recensione non è solo il recupero di un fatto di cronaca dimenticato, ma un atto di accusa contro l’oblio e il degrado, fisico e morale, di una comunità che rischia di restare “senza storia”. L’autore, pur vivendo lontano dal 1963, non si chiama fuori: si iscrive d’ufficio tra i colpevoli di questo disamore, rendendo la sua critica un atto di onestà intellettuale rarissimo.
Un testo che è un monito: non lasciare che le nostre storie vengano sepolte nel “non-luogo” della dimenticanza. Perché un popolo che non cura le proprie pietre e la propria memoria è destinato all’anonimato.
Grazie mille Minucciu per il tuo prezioso lavoro,
Buone feste a te e famiglia ,
Luigi Gigiotto Bisignani
Grazie per la considerazione e le buone parole che hai voluto spendere per le mie ricerche. L’essere assente fisicamente dal paese mi impedisce di esercitare il “mestiere del vecchio”, che è il raccontare a viva voce, ma, coi tempi che corrono, avrei lo stesso uditorio che aveva ziu Pascàli? Penso di no, per cui scrivo per tramandare quel che dai ricordi e dalla memoria mi viene consentito, il San Donato antico, quello messo assieme dalle generazioni precedenti la nostra e destinato a sparire, dimenticato per difetto di “trasmissione”. Buon natale Gigiotto ed a presto con altre “memorie”.
Autore
Ciao Minù grazie ancora per tutto quello che ci tramandi ne profitto per augurare a te e alla tua famiglia un felice Natale e felicissimo anno che arriva a presto
Ciao
Gigiotto