Quìri ch’addhèvanu animali

Lugi Bisignani

Minùcciu…..bbì cuntadi:

Quìri ch’addhèvanu animali (2)

 

 

Nel giornale Il Bruzio, ed in più edizioni, l’editore-direttore-cronista Vincenzo Padula fa una disamina dell’ambiente socio-economico ed agro-pastorale nella provincia cosentina, tramandando così quel che era il quotidiano di una parte di popolazione di bassa condizione, che spesso mal conciliava il pranzo e la cena ed era costretta dallo stato di impossidenza ad accettare condizioni di lavoro e di vita oggi inimmaginabili.

Gli articoli riguardanti i mestieri di Bifolchi, Giumetieri, Pastori, Caprari e Vaccari sono stati pubblicati in due puntate. Oggi trattiamo della seconda parte presente nell’edizione del 16 luglio 1864.

In corsivo il testo dell’articolo

””” Bifolchi, Giumentieri, Pastori, Caprari, e Vaccari.

I pastori abbandonano a vicenda la mandria, e rientrano in paese ogni quindici giorni; ma ciò avviene di està, non d’inverno, perché in questa stagione trovandosi nei luoghi maremmani vi dimorano sei mesi dello anno non interrotti mai, essendo troppo lontani dai villaggi nativi.

E questo vivere loro segregato e selvaggio in campagna, senza culto, senza insegnamento religioso li rende stupidi ed ignari di ciò che, non dico ogni uomo, ma ogni fanciullo cristiano deve conoscere.

Del mondo civile han poche idee, di Dio nessuna, e noi più volte ci siamo provati a studiare il laberinto del loro cervello, e non ci è riuscito.

Il popolo che li deride al vederli entrare in paese, camminando in punta di piedi come le capre, avventando la persona coll’atto di chi col vincastro si spinga innanzi le pecore, e facendo attorno a sè certe guardature di lupo, ne ha dipinto l’indole balorda, ed i costumi brutali nella qui sotto poesia, onde i fanciulli nostri, birichini che sono, non mancano mai d’inseguirli cantando.

U pecuraru quannu va alla missa

S’assetta nterra, e mussu e piedi accucchia,

Vidi l’acquasantara e chid’è chissa?

Mi pari l’acquicella de na pucchia.

È molto se il pecoraio ode messa cinque volte all’anno. Entrando in chiesa s’assetta per terra, ed accoppia (accucchia) il muso coi piedi. Stando a quel modo guarda tutto, e di tutto ha maraviglia. Vede l’acquasantara, ossia la pila dell’acqua benedetta, e domanda. Che cosa è questa? E gli pare che sia l’acqua ferma d’una pozza (pucchia). È una magnifica idea.

Quannu senti sonari li campani

Grida: Cumpagnu miu, dammi sa mazza.

E dà nu fischiu pe chiantari i cani,

Ca si cridi lu lupu alla garazza

Ma la meraviglia si fa spavento come egli ode suonare i sacri bronzi. Quel suono gli sembra venire dai campanacci delle pecore assalite dal lupo dentro l’ovile; e ‘l buon uomo dimentico di trovarsi in chiesa grida al compagno: Dammi qua codesta tua mazza, e fischia chiamando i cani, che si trovano Dio sa dove.

Quannu pua vidi l’ostia de l’ataru

Cridi ch’è na pezzulla e casu friscu.

La pittura si fa più viva. L’ostia del prete all’altare gli sembra un caciolino; ma ciò che segue è più bello:

E si mindi allu prieviti a gridari:

Chì fo? Alla mandra tua c’è stata a pisca?

E grida al prete: Che avvenne dunque? La tua mandria or fu si infeconda, perché tu facessi codeste caciuole così meschine?

Il bello è quando il pastore si comunica.

Il comunichino, che vede biancheggiare tra lo indice e il pollice del prete gli pare un tocco, un morsello (muzzicu) di ricotta. E la canzone continua:

Quannu pua si comunica, illu arricchia,

Dici: Chid’è su muzzicu e ricotta?

Vieni alla mandra mia, ca ti n’atticchiu,

Intantu chi ci vu’ fari na botta.

Grazioso quell’arricchia: esprime l’atto di bestia spaventata che appunta l’orecchia (ricchia); e più grazioso quell’atticchia, che pinge col suono il glon glon che fa il gorgozzule di chi avidamente mandi giù liquidi o cibi; e il pastore vuol dire: Mio buon pretino, va là con codeste miserie di ricotta vieni a vedermi, e te ne caccero io di quelle tante in corpo, che ne creperai.

Ma la canzone è implacabile: dopo averlo berteggiato nella chiesa, lo berteggia tra le braccia della moglie.

U pecuraru è cumu nu suinieru,

Ed allu liettu nun si sa curcari:

Quannu mindi la capu allu spruvieru

Si cridi ch’è lu ziernu d’u pagghiaru.

Quannu mindi la capu a lu cuscinu,

Si cridi ch’è la trastina d’u pani;

Quannu tocca li minni alla mugliera

Si cridi ch’è la piecura allu vadu.

Quanta verità e fantasia insieme! Il pastore, nuovo ch’egli è al letto, vi si affonda e vi si voltola come somaro in un renacchio; scambia lo sproviero con la cinta della sua capanna, il guanciale con la sua panattiera di bassetta, le poppe della moglie con le tette della pecora!

Ma i nostri pastori non tutti tolgono donna: il più è consigliato dalla miseria a rimanersi celibe; e se il celibato dell’alte classi è la cangrena della società nostra in Calabria, quello dell’infime n’è la peste.

La seguente canzone popolare esprime intorno al matrimonio il modo di pensare del nostro pastore:

Tiegnu lu cori mmienzu a dua pensera,

Nunn’aju chi chiù prima cuntentari:

Uno ni dici: Pigliati mugliera,

L’atru rispunni: Nun ti la pigliari.

Ncapu tri juorni ti mustra lì pedi:

Accattami li scarpi e lu sinali.

l’e la paura mi piglia la frevi;

Chi diavulu l’ha tanti dinari?

Nel suo cuore dunque il si tenzona col no. Un pensiero gli dice: Prendi moglie; un altro gli risponde: Non prenderla; perchè dopo tre giorni ella ti mostrerà il piede (e questo atto ritrae a capello l’indole delle nostre donne) e dira: Comprami le scarpe, comprami lo zinnale; e questo pensiero (conchiude il pastore) mi mette i brividi addosso.

Il vaccaro, il bovaro vanno più in là: le corna delle loro bestie sono una muta ed eloquente lezione per loro, ed essi cantano:

Giuvani, chi ti nzuri e nente sai,

Cuntenta priestu li capricci tua.

Nzùrati; ca lu meli proverai,

Pua si riventa tuossicu de vua.

Vi ca li donni su pompusi assai,

Nun li cuntenta nisciunu de nua:

Si vuonu ncuna cosa e tu nun l’hai,

Ti mindinu u fruntali de li vua.

E ‘l consiglio di questa canzone è saggissimo. Per questi poveretti il mele del matrimonio indi a pochi giorni passa in amaro fele di bue.

Nessuno di loro può soddisfare a tutte le voglie di sua donna, e costei gli impianta in fronte il frontale dei buoi, gli fa le fusa torte, e così avviene.

Oh! non è il solo amore del guadagno che dovrà quindi innanzi persuadere i nostri proprietarii a farla finita con la pastorizia nomade, a chiudere le vacche nelle stalle, e il bestiame minuto in ovili ben fatti, e forniti di stanze pei pastori, dove questi dimorino da un anno ad un altro, e possano convivere con le loro mogli; ma è l’amore, che debbono sentire per la morale ed igiene pubblica.

Nei nostri piccoli paesi alla stagione invernale tu non trovi altro che donne separate dai mariti, e pochi preti, e pochi galantuomini, e pochi artigiani.

Hanno luogo allora le seduzioni, nè la cosa può essere altrimente; ed i mariti di quelle donne, che son tutti pastori, vivendo sei mesi dell’anno lontani dal focolare domestico si abbandonano alla vaga venere, e tornando a casa o vi portano, o vi trovano il germe di mille morbi vergognosi, che l’amore disprezza, la miseria non cura, la generazione propaga.

E tanta calamità non è altrove sì grande quanto nei Casali, i cui abitanti privi dei terreni Silani altro partito non hanno per vivere che di emigrare armati di vanga in Sicilia, o di divenire pastori, vaccari e giumentieri. E chi sentesi cuore in petto ha certo di che fremere alla vista di tante povere famiglie, alla cui miseria si aggiunge per soprassello la malsania, e che ogni anno nei mesi estivi corrono, con improvvido consiglio, nei bagni termali della Guardia.

Bisogna andar colà per conoscere a fondo le miserie popolari; e se avrai cuore per non sdegnare la conversazione degl’infelici, aria di bontà nel viso e nei modi per procacciartene la fiducia, ed intelligenza per comprenderli, tu udrai quello che noi abbiamo inteso, e che ora scrivendo non possiamo ridire.

Diremo solo che tra tanto sorriso di cielo, e bellezza di natura che ne circonda, il nostro pastore, non ostante il suo miserabile vivere, è pur bello.

Bello si fa lo spino, quando primavera lo copre di fiori; ed egli si fa bello quando amore lo desta. E amore lo desta nel mese di Pasqua. L’inverno è passato; non gli è più letto una fascina sull’acqua, ma il campo fiorito; non più cibo un duro pane favato, ma latte e ricotte.

Ed egli porta bene la vita, educa la zazzera, spiana le grinze, e se il bracciante intoppandosi in lui nei di festivi in piazza, gli fa segno d’invidia, e dandogli d’un pugno alla schiena (come è stile dei nostri villani nel salutarsi) gli dice: Oh le spalle di ladro che hai fatte! Egli con rauca voce gli risponde:

U pecuraru è statu vistu a Pasqua

Quannu si mangia la ricotta frisca,

Ma nun e statu vistu u misi e marzu

Quannu jestima li Santi de Cristu.

E sentendosi lieto, e bene in gambe, la domenica rientra in paese, porta la mancia al padrone, poi passa innanzi l’uscio della bella, e se costei è sulla soglia, cava dalla panattiera un caciolino, e glielo porge. Poi la notte movendosi per tornare al gregge, le passa di nuovo innanzi all’uscio serrato, anima la zampogna, e canta.

Teocrito ha dipinto i nostri antichi pastori, che d’inverno migravano come ora verso le marine di Cotrone; ed in una delle sue egloghe un pastore calabrese canta così:

“O graziosa Amarilli, perchè allora che io passo tu non porgi più la testa dalla apertura della tua grotta? Mi odii tu? Io deforme il viso, inelegante la barba? O Ninfa! tu mi farai morire. Ecco dieci pomi che io ti arreco. Gli ho colti sul medesimo albero che tu mi indicasti, e domani te ne porterò altri. O Ninfa, abbi pietà del mio affanno! Ah perché non posso trasformarmi in quest’ape che ronza? Se così fosse, o ninfa, io penetrerei nel tuo speco, introducendomi a traverso le vie di frondi e l’ellere che lo ricoprono”

Questa poesia è bella; ma Teocrito è un meschinissimo poeta a paragone del nostro pastore quando canta:

Vorria essari nu milu, si potissi,

E dintra u piettu tua ci giriassi!

Vorria essari seggia, e tu sedissi,

Ed’iu cu si inocchia ti jucassi!

Vorria essari tazza, e tu vivissi,

Ed’iu cu si labbruzzi ti vasassi!

Vorria essari liettu, e tu dormissi,

Ed’iu lenzulu chi ti cummogliassi!

Vorria essari Santu, e pua morissi,

E tu cu si manuzzi mi pregassi!

Nessuna letteratura antica o moderna ha una anacreontica simile a questa. Com’è ritratta bene la natura!

Le nostre donne prive di tasche usano di riporsi tra le mammelle la chiave, il denaro, il gomitolo del filo, la noce, la castagna, la mela, che altri doni a loro. E il nostro pastore non offre una mela alla sua bella, ma brama di trasformarsi in mela per essere riposto nel seno di lei. Desidera di mutarsi in sedia, in tazza, in letto, in lenzuolo, e l’ultimo desiderio è d’una sublimità commovente.

Esser santo, morire, ottenere un tempio, un altare ed una statua, e poi vedere la sua bella venire a quel tempio, prostrarsi a quell’altare, stendere le manine e pregare a quella statua, oh si può immaginare cosa più gentile e graziosa?

Ma la donna è una brava tessitrice; il rumore del suo telaio ha destato spesso un palpito al nostro pastore: che credete voi ch’egli desideri?

Mi vorra riventari de marbizzu

Pe mi vuttari dintru su tilaru,

Ti rumperra lu pièttini, e lu lizzu,

l’uru la navettella de li mani.

Vuol cangiarsi in tordo, ficcarsi tra l’ordito del telaio. rompere col becco il pettine, il liccio, ed anche (e quell’anche è grazioso) la spola, ch’ella ha in mano.

Il desiderio di Teocrito di entrare nella forma di ape è espresso meglio ed altrimente nella seguente canzone:

0h perchì dintru a chilla finestrella,

trasiri nun mi fai, mala furtuna?

Là dintra c’èdi na figliola bella,

ch’à dintra u piettu u Suli cu la luna.

Mi vorra riventari rinninella

pe la jìri a trovari quannu è sula;

li vorra muzzicari ma minnella,

cumu la vespa a lu cuocciu de l’uva.

E qui ben altro che l’ape di Teocrito! Non contento di trasformarsi in rondine per sorprendere soletta lei, che ha nel seno il Sole e la luna, egli vorrebbe essere una vespa che morde un granello d’ uva, un grappolo di moscadello, e quel grappolo è il seno della sua donna.

Vero è che i nostri antichi avevano vita grama ma quanto ad inventiva e capacità di adattamento non è possibile paragone con quelle dei tempi correnti.”””

Approfitto per chiarire ad uno dei miei quattro lettori, il quale mi ha garbatamente fatto notare che gli articoli del Bruzio ritraggono e descrivono ambienti non sandonatesi.

Nella premessa alla pubblicazione della prima delle note del Padula, avevo specificato che, l’ambiente rappresentato, era quello delle terre cosentine e che taluni usi costumi e tradizioni, calzavano perfettamente con quelli del nostro paese, sebbene l’ubicazione dell’abitato lo abbia reso poco frequentato e di conseguenza scarsamente “contaminato” da usi e costumi di importazione.

È da rilevare che la viabilità delle terre sandonatesi, fino agli inizi del 1900 era costituita da mulattiere e/o sentieri di crinali e che l’unica “carrabile” era la strada che collegava le ferriere de’ Loggi alla piana (via “Travura-Madonna de grazzij-Santu Nucitu-Angieri”), adattata al tracciato di una antica mulattiera ed allargata in maniera utile al passaggio dei carri a ruota piena impiegati per il trasporto del materiale ferroso presso i depositi di Altomonte.

Una diramazione di detta viabilità raggiungeva Sàntu Cristòfaru, e ppà cruicivia, jèdi àra Chiàzza Vècchja (dal XV secolo circa divenuto luogo più importante del paese perché lì si tenevano le assemblee dell’“università”).

La viabilità su descritta restò in esercizio fino al 1848, anno dell’alluvione e della frana che travolse e distrusse metà paese, trasportando a valle e depositando, tra Massanova e Pantano, buona parte delle località Pàntana-Cùmmièntu-Lòggi e relativi impianti siderurgici, Santu Cristòfaru e Sàntu Piètru.

San Donato è stato descritto come paese isolato (*fra altri, cito il Padula, che lo descrive “con sito orrido del quale invano gli abitanti hanno chiesto lo spostamento”); probabilmente, da dette circostanze e dalla particolare posizione dell’abitato, descritta come “poco felice”, il detto “à sàntudunàtu ccìàsa jì àppòsta”.

Dopo la grande frana, l’assenza di vie di comunicazione accentuò isolamento ed anonimato del paese, condizione alla quale contribuì l’assenza di produzione letterario-storico-locale coeva ai secoli XIV-XVII, imputabile ad una classe “intellettuale” paesana che ha prodotto e lasciato poca o nessuna memoria delle vicende sandonatesi.

Pochissimo è stato scritto, e solo nel XIX secolo sono apparse rare produzioni che non esito a definire “pro domo sua”, ossia scritte a glorificazione della famiglia di appartenenza dell’autore, opere peraltro piene di inesattezze (nella descrizione della storia paesana e negli avvicendamenti delle famiglie feudatarie) ed ispirate a discendenze storico-mitologico-bibliche influenzate dalla letteratura sulla Calabria tipica delle opere del Barrio**, del Marafioti*** di Gioachino da Fiore****.

La pochissima storia del nostro paese, nei secoli XVI e XVII è stata scritta da estranei e solo per mostrare il carattere peggiore dei nostri antenati che, nella più benevola della descrizione, sono stati descritti come *****’’rustici ed irriducibili”.

Qualcosa di più serio ed attendibile si può trovare nella produzione del XX secolo. Cito su tutti Vincenzo Monaco e Raffaele Bisignani, i quali hanno approfondito le tematiche riguardanti storia, tradizione, cultura, usi e costumi del nostro paese.

Non avendo riferimenti scritti, occorre fare di necessità virtù e privi di trascorsi storici certi, tenere conto che usi, costumi, tradizioni e lingua “emigrano” e si diffondono divenendo patrimonio comune.

A leggere bene, in quel che scrive il Padula, vi si possono trovare elementi di usi costumi e tradizioni condivisi e non del tutto estranei a quelli di noi sandonatesi.

Note:

*Vincenzo Padula, Calabria prima e dopo l’Unità, a cura di Attilio Marinari;

**Gabriele Barrio, Antiquitate et situ calabriae;

***Girolamo Marafioti, Croniche et antichità di Calabria;

****Giovanni Fiore da Cropani, Della Calabria Illustrata

*****Francesco Capecelatro, Diario delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1648-1650

marzo2023

MINÙCCIU

 

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