Minuccièddhu bbì cùnta Stuòzzi ì stòria Noi, che nel medioevo….

Luigi Bisignani

 

 

Minuccièddhu bbì cùnta Stuòzzi ì stòria;

La storia che segue è frutto di lunghe ricerche, delle quali rendo conto nella bibliografia. È anche il riepilogo di vari episodi accaduti nelle “terre sandonatesi” ed in quelle viciniori e la storia documentata di come terre e popolazioni calabresi sono state oggetto di vessazioni e sfruttamento.

Tutto era stato raccolto in un opuscoletto pubblicato in Pistoia nel 2016, quale omaggio alla terra in cui sono nato ed alla città che mi ha ospitato per oltre un quarantennio. Buona lettura.

“Minùcciu”

Noi, che nel medioevo….

[storie e vicende di alcuni pistoiesi (e delle loro imprese economiche) nella Calabria angioina del XIV secolo].

Dopo oltre un quarantennio di “convivenza” ed

approssimandosi il momento di trasferirmi altrove,

grato alla città che mi ha accolto ed ospitato, ad essa dedico

questa breve ricerca su episodi di “storia minore”, dai quali

emerge un antico quanto esile legame tra Pistoia ed il piccolo centro nell’appennino calabro-lucano nel quale affondano le mie origini.

Pistoia, anno 2016

Domenico “Minùcciu” BUONO

Assegnando il personale preposto per la “tutela per la collettività”, l’Amministrazione della quale ero dipendente individuò in Pistoia la nuova sede di servizio, disponendo che ne prendessi possesso entro e non oltre il 20 agosto 1973.

Era periodo di “relativa calma” e colsi l’opportunità di gironzolare e poter meglio conoscere il territorio sul quale dovevo operare, così come richiesto dalla tipologia del servizio cui ero chiamato.

Rimasi colpito dalla “poca vitalità” del centro storico, specie nelle ore serali e comunque dopo le 19 circa, quando, terminato lo “struscio” fra “Globo e via Vannucci” la città si presentava deserta.

Andando a zonzo ammirai il patrimonio artistico-storico del quale Pistoia è ricca e mi venne da pensare a quante delle sostanze acquisite da quei mercanti pistoiesi, che nel medioevo operavano nella regione in cui sono nato, fossero state impiegate nella realizzazione delle meraviglie architettoniche che mi circondavano.

San Donato di Ninea è un vecchio centro arroccato su uno sperone roccioso dell’appennino calabro-lucano, ubicato fra Monte Mula e Cozzo Pellegrino, rilievi della catena nota come “Monti dell’Orsomarso”.

Il paese dove sono nato è anche un insediamento che pare abbia un legame vecchio di oltre un millennio con le terre toscane.

Lo ricaviamo da quel che scrive uno studioso di storia locale, il sacerdote don Francesco Cozzitorto, secondo il quale, il mutamento dell’antico toponimo Ninaia (la polys enotre citata dal geografo greco Ecateo di Mileto) in quello di “San Donato”, potrebbe essere avvenuta verosimilmente attorno al VII secolo, quando il ducato di Benevento incorporava anche l’attuale territorio sandonatese.

Accadde che nel corso di una guerra dinastica fra figli ed altri eredi del re longobardo Ariperto, uno dei contendenti avrebbe chiesto aiuto al duca di Benevento che, risalendo la penisola per raggiungere la Lombardia e transitando nei dintorni di Arezzo, avrebbe ”arruolato” anche truppe delle terre di Tuscia integrate da militi di origini longobarde.

A fine conflitto, rientrato in Benevento, il duca avrebbe assegnato ai “reduci toscani” alcuni appezzamenti nelle “terre bruzie” prossime all’abitato di Ninaja o Ninaea o Nineto (così il toponimo è riportato in antichi resoconti storico-geografici, alcuni editi fra 1400 e 1600).

Il gruppo dei veterani aretini assegnatari dei lotti, trasferirono nelle terre di Ninaja la pratica di devozione per il loro vescovo Donato.

La professione di fede dei toscani, probabilmente ed in tempi successivi, venne fatta propria dagli abitanti di Ninaja, i quali, per situazioni o circostanze non tramandateci, modificarono il toponimo e dedicarono abitato e territorio al Santo, martire in Arezzo.

Trascorsi storici a parte, per me ragazzino la Toscana restava località lontana, della quale ogni tanto sentivo parlare per via di alcuni compaesani li emigrati dal dopoguerra e divenuti minatori stabili nelle terre fra Giuncarico, Ribolla e Gavorrano e sia per altri sandonatesi che avevano trovato lavoro presso le Officine San Giorgio di Pistoia.

Nel borgo dove sono nato un gruppo di pistoiesi costituiva una piccola comunità dedita principalmente allo sfruttamento delle risorse boschive.

Nel dopoguerra i “toscani” fecero ritorno ai luoghi d’origine, tutti meno uno, il pistoiese Gino Zini (coniugato con prole ad una sandonatese) che talvolta mi incaricava di recapitare un saluto ad un suo fratello, calzolaio in porta Lucchese.

Gino era un personaggio di straordinaria simpatia ed arguzia, di mezza età ed accanito fumatore, che aveva familiarizzato col nostro dialetto, lo intendeva e lo parlava correntemente, senza per questo aver perso l’inconfondibile accento toscano.

Il “contado pistoiese” mi era familiare perché veniva citato nei racconti di storie e memorie popolari, secondo le quali, in tempi antichi, ad un pistoiese di nome Filippo Turdo (anche Tordi o Tardi), erano state infeudate le “Terre et Castelli Sancti Donati in val di Crati”, l’attuale San Donato di Ninea, il centro montano del cosentino nel quale sono nato.

Dimorando nella città di cui era originario il signore che a cavallo fra XIII e XIV secolo era feudatario del mio paese d’origine, m’è parso naturale approfittarne per verificare le vicende di quella antica famiglia.

Nelle fonti storiche sul regno del sud, il nome del feudatario pistoiese è riportato come Turdo.

Detta famiglia però risulta sconosciuta in Pistoia e mai citata nei testi di storia locale.

Testi di storia medievale danno per certo che a cavallo tra XIII e XIV secolo, imprese di mercanti-banchieri toscani “tenevano traffici nei domini angioini, specie in terra di Francia”.

Detta “presenza” era da collegare ad accordi politico-finanziari stipulati fra alcune città toscane (fra le quali Pistoia) e Carlo d’Angiò, il quale aveva conquistato il regno di Sicilia, in questo sostenuto, politicamente e finanziariamente, dai pontefici e dall’intero schieramento guelfo.

La circostanza, oltre costituire un punto di svolta per mercanti e banchieri, permise loro di penetrare rapidamente nei mercati meridionali, in ciò facilitati dal rilascio di salvacondotti e franchigie, e dalla concessione di esenzioni doganali, appalti, incarichi e deleghe nella riscossione di cespiti di stato.

Tutte dette circostanze fecero del sud Italia il nodo strategico fondamentale per gli interessi economici degli uomini d’affari di parte guelfa.

Per quel che riguarda i pistoiesi in particolare, il 4 maggio 1267 il comune presta giuramento di fedeltà all’Angioino e nel novembre concede a re Carlo un prestito di 2000 lire-tornesi. Di contro, il sovrano, nel marzo 1268 rilascia ai pistoiesi salvacondotti di libero commercio nelle terre di Provenza e nel marzo 1271 altri salvacondotti che consentivano loro di commerciare senza impedimenti in tutti i domini angioini.

Fra i mercanti pistoiesi operavano i membri della famiglia Tonti, all’interno della quale erano frequenti i personali “Filippo” e “Jacopo”.

Come tante altre nella Toscana di quei tempi, l’attività dei Tonti è fiorente nel settore mercantile e bancario, con interessi anche a diverse attività connesse con tale ramo di affari.

Le attività familiari, ben gestite, divengono presto fiorenti ed espandono i settori di intervento e gli ambiti territoriali.

I Tonti aprono agenzie e corrispondenze all’estero (in Avignone, Parigi, Montpellier, Siviglia, Bruges e Londra).

Nella penisola, oltre che in Pistoia e contado, operarono in Pisa, Firenze, Perugia, Napoli.

Il ricorrere dei “personali” Filippo e Jacopo, induce a ritenere che il Filippo Turdo ed il figlio Jacopo, citati nei registri angioini e nelle carte vaticane fossero i pistoiesi Tonti e che il “mastrodatti” (amanuense) angioino che teneva ed aggiornava i registri (così come il suo omologo vaticano che effettuò l’iscrizione nei regesti), abbiano avuto l’uno pessima grafia e l’altro vista corta o scarsa attitudine alla lettura.

Non è da escludere che, ad arbitrio, qualche amanuense abbia annotato il cognome Tonti nella forma dialettale “Tundo” adattandolo alla pronunzia latino-medievale dell’epoca.

È altresì verosimile che il “Tundo” sia stato interpretato, mutato e trascritto in “Tordo”, questo per le difficoltà di lettura o per una “personale interpetrazione” di uno scritto pessimamente eseguito.

Quel che sostengo circa la distorsione del nome, non è solo frutto di deduzione, ma è basato su episodi di stravolgimento ed errata trascrizione di termini, posta in essere da amanuensi d’epoca angioina.

Negli “Annali delle due sicilie”, Matteo Camera scrive che nei Registri Angioini furono annotati i nomi dei cavalieri al seguito di Carlo I d’Angiò, che col loro contributo permisero al principe francese di impossessarsi del regno del sud.

Ad insediamento concluso, il sovrano volle gratificare (con incarichi di curia, prebende e feudi), la nobiltà, i cavalieri più valorosi e coloro che gli avevano dimostrato fedeltà.

Nell’eseguire le registrazioni dei diplomi regi, taluni amanuensi andarono a “ruota libera”, alterando o stravolgendo i nomi per adattarli al lessico più congeniale.

Così agendo, gli scrivani posero in essere quello che nei secoli successivi alcuni storici hanno definito “barbara latinità de’ registri del regno”.

Si citato ad esempio Raimondo d’Artois, annotato come “Artus”; Gualtieri de Brienne, risulta “Brenna”; Beraglio de Beaux, scritto “del Balzo”; Guglielmo de l’Etendard,  mutato in “Stendardo”; Gasso de Denycy divenne Dinisiaco; Guglielmo de Aulnau fu trascritto de Alneto; Nargeaud de Toucy, è notato come “Narzo de Tocziaco o Tucziaco” e successivamente italianizzato e trascritto come “Narzone di Tuzziaco” (in occasione della registrazione della sua elevazione alla carica di Maresciallo del regno).

Altri riscontri alla “libertà interpretativa dei mastri d’atti” nell’iscrivere sui registri i diplomi regi, li traiamo sempre dagli Annali del Camera (vol II), la ove è cenno ad un contratto del luglio 1317 (del quale si parlerà innanzi) ed il contraente, originario della lucchesia, è annotato come “Passavante de Facolo del contado di Lucca” (il Caggese, per la medesima circostanza lo indica Giovannuccio Passavante de Fitigio).

Nessuna verifica od accertamento circa tali “errori” è possibile sugli originali dei registri angioini, andati distrutti oltre mezzo secolo addietro.

Il 30 settembre del 1943, una squadra di guastatori dell’esercito tedesco appiccò fuoco al deposito antiaereo dell’Archivio di Stato di Napoli a San Paolo Belsito, presso Nola e nel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Istituto.

Fu un atto di vandalismo posto in opera da truppe in ritirata dalla Campania, senza alcuna necessità di natura strategica. L’azione, come molte altre di quel periodo, fu animata dalla sola volontà di recar danno, con ciò causando la distruzione delle fonti originali di circa quattro secoli di storia del regno del sud (XI, XII, XIII e XIV secolo).

Da detta documentazione, in parte ricostruita, risultava che mercanti e banchieri toscani (e non solo loro) penetrarono e condussero affari nel regno del sud approfittando del particolare sistema angioino di conduzione della cosa pubblica.

Scrive in proposito Romolo Caggese: “sin dai tempi di Carlo I° il territorio del regno, e più specialmente la Calabria, fu qua e la tormentata da audaci imprenditori, d’accordo e con la cointeressenza della corte.”.

Dal passo citato traspare la rapacità e l’esosità della Casa d’Angiò che, da conquistatori, miravano a depauperare territori e popolazioni.

Gli angioini posero il regno del sud, le sue terre e le sue attività economiche (anche quelle di stato, quali monopòli, tasse e gabelle), nelle mani di esosi ed altrettanto rapaci mercanti (toscani, liguri, veneti, lombardi), di cui risultavano debitori ed ai quali concedevano, oltre che prestigiosi incarichi di “curia”, anche lo sfruttamento di terre, castelli ed “università” del regno (abitanti compresi), a parziale rimborso di debiti pregressi

Lo studioso di storia locale Raffaele Bisignani, in una monografia su San Donato Ninea scrive che Filippo Turdo (o Tardi o Tordi) da Pistoia, è Maestro di Campo Generale, Gran Ciambellano e familiare di Roberto d’Angiò.

Il Turdo era uno dei molti nobiluomini non regnicoli che ricoprivano incarichi di responsabilità e prestigio in seno alla corte angioina.

Del rango che Filippo Turdo raggiunse abbiamo notizia negli Annali delle due sicilie di Matteo Camera, il quale annota:

“Anno 1324 -Apparecchi di guerra..

Dopo lungo soggiorno in Provenza, ritornò re Roberto in Napoli, con animo di ripigliare la guerra contro il suo cognato Federico re di Sicilia; ed entrambi già preparavansi con prontezza di animo e con operosità a novelle prove.

Costui munizionava Palermo, Messina e Trapani, facendo guardare i luoghi esposti e sforniti di difesa, da scelte milizie sotto il comando di Simone Valguarnera.

Dall’altra parte, Roberto, approntava molte navi da guerra con molte altre da trasporto; requisiva una colletta o sovvenzione generale, senza neppur eccettuarne i vescovi ed i monasteri; ed emanava un editto che faceva affiggere nelle porte del duomo, ed in quelle di Castello nuovo e di Capuano;

col quale citava tutt’i conti, baroni e feudatarii del regno a comparire in Napoli a rassegna (in monstra) nella fine del mese di aprile, tranne però; “exceptis ecclesiasticis, pupittis. vidais, impotentibus de Regno absentibus et feudo tenentibus infra dimidium servitium, qui adhoare debent in pecunia”.

Quanto poi al servigio militare de’ feudatarii calabresi, re Roberto comandò a Filippo Turdo da Pistoia, cavallerizzo maggiore e suo luogotenente generale in Calabria, di riunire costoro in ordinanza a Monteleone nel giorno della festività di S. Maria Maddalena (12 luglio Vll Indizione 1324) per indi marciare alla difesa e custodia delle frontiere calabre; come dalla lettera ch’ei indirizzò ad esso ministro”.

Nel documento riproposto dal Camera, redatto nel latino corrente all’epoca, il sovrano si rivolge al Turdo appellandolo:

“Philippo Tardo di Pistorio miltiti nostre Marescatlie Magistro generali Capitaneo provincie Calabrie et Justitiario Calabria familiari et fideli suo, etc.””

Negli stessi annali, all’anno 1331, trattando della guerra in corso fra catalani e genovesi, troviamo annotazione degli aiuti che Roberto d’Angiò appronta in soccorso dei secondi. Fra i comandanti delle unità viene citato un gruppo di navi “sottoposto agli ordini di Filippo Turdo da Pistoia”.

Filippo Turdo morì nel terzo decennio del XIV secolo e ciò si rileva dall’annotazione di un cronista sincrono che scrive: “nel 1337 Gandio Romano della Scalea e Roberto de Trentenaria, militi e capitani generali, sono in Calabria per la morte di Filippo Turdo”.

Anche Jacopo Turdo raggiunse elevati livelli nella gerarchia angioina. Dagli Annali del Camera risulta che nel 1309 Roberto d’Angiò nomina vari Giustizieri, fra i quali il “milite Lupo Turdo da Pistoia, alla provincia di Terra di Lavoro”.

Nell’anno 1310 Filippo d’Angiò capitano generale del regno, ordina al milite Lapo Turdo da Pistoia, Giustiziere in terra di Bari “di dare avviso al baronaggio di quella provincia di prontamente presentarsi a rassegna ed in mostram nella città di Aversa, onde calmare quegli animi agitati

Altra citazione su Lapo Turdo la troviamo nell’Archivio della Regia Zecca (XIX, f. 56. Ins. in doc. LXXXVIII), annotazione del 9 gennaio 1310. La trascrizione recita: “In ottemperanza all’ordine ducale del 19.XII.1309, il giustiziere Lapo Turdo di Pistoia designa Galgano de Roberto ed altri quali suoi commissari per le intimazioni ai feudatari in Terra di Bari per il servizio feudale”.

Sulla scorta di queste risultanze, che danno come certa l’origine pistoiese di Filippo e Jacopo Turdo, ho condotto una ricerca tesa ad individuare a quale casato apparteneva il Filippo che nel 1310 era signore delle terre di San Donato, feudo poi assegnato nel 1346 al figlio Jacopo.

Consultando i “priorati” redatti da storici pistoiesi (il più noto è il Franchi) non risulta che una famiglia Turdo a Pistoia sia mai esistita, così come risultano sconosciuti ceppi rispondenti ai “cognomen” Tardo o Tordi.

Elemento certo, tratto da registri angioini e regesti vaticani redatti a cavallo dei secoli XIII e XIV, è l’indicazione chiara di Pistoia quale luogo di provenienza della famiglia feudataria e la successione dei nomi “Filippo e Jacopo” all’interno di essa.

Detti personali sono ricorrenti, a generazioni alterne, anche nella famiglia pistoiese dei Tonti, il cui cognome ha similitudini lessicali col “Turdo” tramandato dagli storici e tratto dai documenti angioini e vaticani manoscritti in latino medievale, con grafia e lemmi spesso adeguati alla pronuncia regionale dell’epoca.

Da fondi dell’Archivio di Stato di Pistoia e da quelli presso la Biblioteca Forteguerriana, risultano annotazioni sulla famiglia Tonti che viene data “gia nota nel 1227 ma di origini sconosciute”.

Risulta che “due sono le famiglie Tonti notate nei prioristi e della più antica non è descritta l’arma. La seconda, che probabilmente è la stessa della prima, apparisce venuta (o tornata) in Pistoia nel 1476”….

I tempi del rientro in Pistoia di appartenenti al secondo ramo della famiglia Tonti, si conciliano con la permanenza della discendenza di Filippo e Jacopo nel regno angioino, verosimilmente perdurata fino ai primi decenni del XV secolo.

Il regno di Napoli viene probabilmente abbandonato dai discendenti di Filippo Tonti alle prime avvisaglie della conquista spagnola

  1. Barni descrive i Tonti come antica famiglia, “sicuramente anteriore al 1300, della cui origine si sa poco”.

Annota che nei priorati risultano due famiglie con identico nome e la seconda sembrerebbe giunta/tornata nel 1476. Da anche per probabile la discendenza da un unico casato “dal principio nebuloso e d’ignota provenienza”.

L’albero genealogico ricostruito dal Franchi nel 1700, da come capostipite certo Lapo che nel 1306 risulta operaio di San Jacopo; il figlio Visconte è gonfaloniere nel 1456 e l’altro figlio Filippo, nel 1345 è iscritto come anziano.

Il Barni non cita rapporti dei Tonti con la corte angioina ma accenna ad una concessione della regina Giovanna (figlia di re Roberto) a Filippo di Giovanni di Lapo Tonti ed al fratello Lodovico, inerente lo sfruttamento di alcune saline in Provenza.

Quello descritto dal Barni non pare sia il ramo di famiglia di nostro interesse, ossia quei Tonti “emigrati” nel sud Italia e rientrati in Pistoia dopo un secolo e mezzo circa.

La signoria di Filippo Turdo sulle terre della valle di Crati emerge dai registri angioini, per via di un contratto di concessione relativo alla licenza di sfruttamento minerario per il territorio sandonatese.

Altra documentazione, conferma la signoria dei Turdo su San Donato e registra la probabile alternativa cognominale in Tordi o Tardi o Tonti e l’indicazione della città di origine, segnata parimenti in Salerno (secondo Domenico Martire) o Pistoia (secondo Gustavo Valente).

Le annotazioni in documenti medievali danno certezza storica, sia dell’attività mercantile della famiglia pistoiese dei Tonti nella città di Napoli, sia dei rapporti d’affari presso la corte Angioina.

Ne deriva che un ramo della famiglia Tonti era “emigrata” nel sud Italia per curarvi gli interessi bancario-mercantili e che varie circostanze, la cui natura per ora non é accertata, l’abbiano indotta a trattenervisi per circa un secolo e mezzo.

È ipotizzabile che la signoria sulle terre sandonatesi tramandataci dalle cronache, più che un dominio od un feudo intesi nel senso compiuto del termine, fosse invece una concessione in regime di monopolio su quelle attività che orografia ed economia di quel territorio montano consentivano.

Nelle terre sandonatesi, oltre le attività agro-pastorali, era praticabile la coltivazione delle miniere.

L’attività estrattiva in quei luoghi era praticata da millenni e si “trattavano” minerali di rame, oro, salgemma ed in misura minore, ferro.

Era usuale lo sfruttamento dei boschi di alto fusto, sottoposti a regolari tagli per l’estrazione di legnami pregiati.

Venivano inoltre sfruttati gli sfalci, quale sottoprodotto destinato alla produzione di carbone e legna da ardere.

Era diffusa l’estrazione di resine dalle quali ricavare la pece (la famosa “pix bruzia” citata in un antico testo teatrale greco).

Dette attività potevano essere sussidiarie e sommarsi con l’esazione di tasse e gabelle e potevano anche essere integrate coi proventi da diritti vari (bagliva, mastrodattia, portolania, pedatico, zecca etc.).

Altre fonti di introiti erano le imposizioni fiscali sulla produzione di fibra tessile (seta, lino, ginestra, canapa), sull’estrazione ed il commercio di coloranti, di cui le terre e le argille del sandonatese sono ancora ricche (il cinabro nero, estratto da terre ed argille contenenti solfuro di ferro ed il cinabro rosso, ricavato trattando substrati contenenti solfuro di mercurio)

La famiglia Tonti, da mercanti avveduti, se hanno ottenuto ed accettato il “feudo” sandonatese, dovevano essere in possesso di buone informazioni sulla redditività dei “negozi” che si accingevano ad intraprendere…

Segue …

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