Mag 06 2020

Cùmu ghèramu:I Gàlantuòmini

Luigi Bisignani

In questo triste periodo di prigionia forzata, per passare il tempo la lettura é un’ottima soluzione e compagnia, come da parecchi anni il nostro amico MINUCCIU,ci manda spesso e puntuale le sue ricerche,ecco per voi l’ultimissima :

I Gàlantuòmini

 

 

Quànnu ghèra quàtràru, àra Siddhàta gusàvadi à pàssiàta, rito esclusivamente maschile nei tardi pomeriggi delle giornate estive, quànnu cc’èra bisuognu jì à pià nà pìcchi ì frìscu.

Era anche occasione per incontrare gli amici, scambiare qualche chiacchiera con conoscenti, ma soprattutto farsi vedere, farsi notare. In ossequio a questa primaria esigenza gùnu, prìmu ì ghèssi, sì lìccàvadi, qui inteso nel senso che dall’aspetto esteriore toglieva ogni traccia di fatica cambiando l’abito (chi non poteva spazzolava e dava una riassettatina), si sbarbava e pettinava il capello (obbligatoriamente imbrillantinato).

Era di pochi la pratica dell’affiancamento, che consisteva nell’avvicinare figure istituzionali (sindaco, sacerdote), professionisti ( avvocato, insegnante, farmacista, medico), notabili locali (il barone ed altri altoborghesi cui si dava il titolo di “don”) e mostrare d’essere con loro in buoni rapporti, meglio se traspariva una certa confidenza restando nella cerchia che si formava loro attorno durante i conversari o facendo codazzo nella passeggiata “alboretti-chianca àrtusu è ritorno”( un classico)

Era un tentativo di abbattere quella barriera, creata da usi medievali, per i quali tradizione voleva che ciascuno dovesse frequentare gli appartenenti della sua stessa classe sociale, ‘ntèsa àra pàisàna ccù dìttu “ognùnu cchì pàri sùa”

I più “sfàcciàti” mostravano audacia ed affiancavano anche l’autorità costituita (càrbunièri) la cui frequentazione non veniva guardata con occhio benevolo dalla maggioranza dei sandonatesi.

Ma questi erano “gareggi” che la “crema sandonatese”, i gàlantuòmini praticavano per apparire, per mostrare al popolaccio (ma soprattutto ai loro pari) quàntu àncòra cùntavànu.

Era una dimostrazione di “potere” che, in San Donato e nella Calabria tutta, si praticava da tempi immemori, senza per questo raggiungere le vette di malignità e perfidia che lo storico appresso trascritto attribuisce alla intera classe dè gàlantuòmmini.

Ecco cosa scrive Vincenzo Padula sui galantuomini della provincia cosentina e sulle loro frequentazioni a metà del 1800.

Il testo, qui riportato in corsivo, venne pubblicato sul giornale “Il Bruzio” del 5 Marzo 1864.

“”” Ai beati tempi dei Borboni i galantuomini della nostra provincia, (tranne gli onesti) guardati in relazione agl’impiegati, formavano tre classi, dei curiosi, dei vanitosi, e degl’importanti.

Tutte e tre studiavano ad ogni modo di avvicinarsi agli uomini del governo, e guadagnarsene la confidenza; e per loro l’amicizia del portiere d’Intendenza era egualmente preziosa che quella dell’Intendente medesimo.

L’intento che si adoperavano a conseguire era lo stesso, ma il fine era diverso.

Il galantuomo curioso, invece d’informarsi dei nuovi metodi di coltivazione, dei nuovi strumenti agrarii, delle piante novelle che la scienza dell’agricoltura consigliava e scovriva ogni giorno, era soddisfatto quando gli riusciva sapere prima degli altri il contenuto d’un telegramma e d’una ministeriale, l’arresto che dovea eseguirsi, la sentenza che dovea pubblicarsi.

Con quelle notizie in corpo egli usciva dalla stanza dell’impiegato, pieno di tacita gioia come usciva Newton dal suo gabinetto dov’avea scoperto la legge della gravitazione planetaria; e stando in crocchio con gli amici s’inebbriava del piacere di sorprenderli, di avvolgersi nel mistero, di offrire ai loro occhi un mondo sconosciuto, di cui egli solo possedeva la chiave, e dire: Oggi l’Intendente ha chiesto un informo sulla condotta morale e politica di A; domani vi sarà un arresto per B; posdomani verrà quì un corpo di gendarmi per inquirere in casa C, e così via via; e se altri gli domandava com’ei facesse a saper di tante cose, egli lo guardava con aria di compassione, e scuotendo la cenere del sigaro rispondeva: E mi si chiede come io lo sappia? Lo so perché lo so; del resto, il credere è cortesia, ed uomo avvisato è mezzo salvato.

Il curioso in questo modo scovriva l’opera del governo, e ne impediva l’azione; e così il tabacco piantato in contrabbando si tagliava un giorno prima che arrivassero le guardie doganali; il ladro sospetto pigliava la fuga, il reo politico si ascondeva, e ‘l gendarme dopo aver preso le migliori misure non sapea intendere come la sua impresa non riuscisse.

Il vanitoso non recava tanto danno all’ordine pubblico. Egli altro non ambiva che di esser creduto un uomo stimabile; non si curava di conoscere anticipatamente i segreti del governo, e se gli venivano comunicati se li tenea chiusi nel petto, e non v’era caso che li pubblicasse, atteso ch’egli solo si estimasse meritevole di averne la notizia.

Far visite, e ricever visite dall’autorità, accompagnarle al teatro ed al passeggio, correre ogni mattino ad informarsi della salute delle loro signore e delle loro gatte era la massima delle sue felicità.

In casa dell’impiegato il vanitoso sedeva sopra una metà della sedia, congiungeva le gambe come un mandarino cinese, tenea il cappello tra le ginocchia, piegava il collo, sollevava il mento, e parlava e rispondea come se avesse la bocca piena di confetti.

Quando poi l’accompagnava per le vie, mutava subito contegno.

Se l’impiegato sorrideva, egli rideva; se l’impiegato rideva, egli cachinnava; se l’impiegato movea una mano, egli movea le mani ed i piedi.

Pigliava insomma una aria di protezione; gli parlava all’orecchia e si guardava d’attorno, e passando innanzi ad un botteghino dicea: Signor In tendente, signor Generale, signor Giudice, mi permetta che prenda un sigaro; e dicea questo a voce alta, perché la gente che si trovasse sulla via sapesse ch’egli era amico del Giudice, del Generale e dell’Intendente.

L’importante poi era un individuo assai sozzo. Egli cercava d’avvicinare gl’impiegati non per soddisfare la curiosità o l’amor proprio, ma per vendere protezione e far denaro.

Signore, mio figlio è sortito nella leva. E che perciò? rispondeva l’importante, scriverò in Cosenza, e sarà riformato.

Signore, si è istruito un processo a mio carico, e vi è una deposizione là dentro che mi fa male. Parlerò io col Giudice, soggiungeva l’importante, e vi porrò rimedio. 0h! ma il processo è partito per Cosenza. Ed io scriverò a quel Cancelliere, e me lo manderà indietro.

Insomma, l’importante facea ottenere passaporti, permessi di armi, facoltà di aprire nuovi botteghini di sale e tabacco; prometteva tutto, s’intende benissimo, mediante denaro, e le promesse disgraziatamente atteneva.

Consapevole della massima Divide et regna, egli facea parte dei suoi profitti (sotto specie però di semplice complimento) agl’impiegati, ed ai loro subalterni; e nei giorni di posta riceveva, e disuggellava anticipatamente gli offici più riservati diretti alle locali autorità.

Abbiam detto che l’importante fosse un individuo assai sozzo; ora soggiungiamo ch’era assai infame.

Gl’importanti erano in Cosenza, erano in ciascun paese della provincia, ed una secreta alleanza, simile ad una corda coverta di fango, li legava tra loro.

Ora immaginate uno o due di codesti sciagurati in ciascun Comune, e ditemi poiché dovesse avvenirne. Il popolo diceva: Le leggi son vane, gl’impiegati sono pro forma: se ſò bene, il bene non mi giova se non vuol lui; se fo male, il male non mi nuoce, se vuol lui: tutto dipende da lui, e a grazia di lui io debbo comprarmi o con strisciargli come un cane sotto i piedi, o con aprirgli la mia borsa, o con concedergli l’onore delle mie figlie.

Ed un popolo che ragiona così può dirsi mai un popolo di uomini? E una mandra di bruti; e ‘l nostro popolo fu bruto, il nostro popolo fu barbaro, perché barbaro è il popolo quando non teme della legge, ma dell’individuo; e tutto gli si fè credere, anche l’assurdo; e quando per esempio un importante ritornava da Napoli, i servi di lui buccinavano pel paese: il signorino ha dormito nella camera del Re; e ‘l popolo spalancando la bocca ad inghiottire quelle bubbole portava al signorino, che avea dormito nella camera del re, le sue galline ed i suoi prosciutti.

Questo quadro è esatto come una dimostrazione di matematica. Quante volte percorrendo i vari paesi di questa Calabria, che ci è tanto cara, non ci siamo vergognati di essere Calabresi!

Quante volte non abbiamo dubitato dell’esistenza dell’anima in un popolo, che dividendosi in due ali mute, ritte ed immobili come se sopra gli fossero scoppiati mille fulmini diceva: Passa lui, passa il padrone, e gli si curvava d’innanzi come avesse voluto dirgli: Signore, fateci l’onore di darne un calcio al deretano!

Siffatta servilità non fu altrove sì grande e sì abbietta come nella nostra provincia.

Le popolazioni smunte di denaro dagl’importanti, che asserivano quel denaro dover fluire in Cosenza, diceano di Cosenza: Cosenza di denaro ci fa sensa; Cosenza paese di succia-inchiostri. Ed i succia-inchiostri erano quella pallida ed all’amata turba di impiegati in foglio e in dodicesimo della Cancelleria Civile e Criminale e dell’Intendenza.

I galantuomini Calabresi, che abbiamo diviso nelle tre classi di curiosi, di vanitosi e d’importanti, per giungere ai loro intenti adoperavano i medesimi mezzi, mezzi vili, mezzi abbietti, mezzi indegni di libero cittadino. Quante cose non abbiam visto! Quante vergogne non svelerebbe Peppino di benedetta memoria, se quel grasso portiere dell’Intendenza potesse risorgere!

Ricevere una visita dall’Intendente era la somma delle fortune: i loro camerieri erano ammessi a baciare la mano delle nostre signore, e le nostre signore corteggiavano le drude di quei camerieri.

Gli importanti aveano in Cosenza chi gli avvertisse del giorno, che l’Intendente si ponesse in giro per la provincia: allora tutti si disputavano l’alto onore di averlo ospite in casa loro, e ne seguivano scene assai comiche.

L’Intendente Sangro avea promesso ad un sindaco d’un paese che si sarebbe condotto in casa di lui, e viva.

Un altro importante voleva quell’onore, e per ottenerlo mette venti scudi in mano di Caporelli.

Caporelli era il cameriere di Sangro.

Sangro non aprìa bocca, se Caporelli non gli diceva: aprila.

Caporelli e Sangro si affacciano da un balcone del sindaco, che mettea sopra un orto coltivato a lino.

Caporelli guarda, ed esclama: Signorì, lo biditi? – Che cosa, Caporè? – Lo llino, lo biditi lo llino?

Embè, lo veco. lo veco, e ancora nce stimmo ca ncoppa? la ‘ncè la malajira, stanotte nce vene ‘ncuorpu, e bonanotte.

Sangro si levò, e trasse difilato ad albergare in casa dell’importante, che avea regalato i venti scudi!

Questa è pretta storia, nè ha bisogno di chiosa.

Ma tutto finisce quaggiù; e la famiglia dei curiosi, dei vanitosi, e degli importanti si va distruggendo a poco a poco sotto il nuovo governo.

Abbiamo inteso lagnanze sul conto di molti giudici di Mandamento, e degli altri impiegati civili e militari, perché tengano chiusi i secreti del loro ufficio, e si porgono serii e riservati.

E noi gridiamo: Bravo! Bravo a voi, signori Giudici! Bravo a voi, Capitani dei Carabinieri! Continuate sempre così. Bisogna moralizzare il paese, bisogna far sparire la razza dei curiosi, dei vanitosi, e degl’importanti, bisogna persuadere al popolo che sopra a lui non vi è altri che la legge; che nulla vale il denaro, nulla la corruzione e la venalità per salvare il colpevole, e dare a chiunque ciò che gli spetta.

Sarete tentati in tutti i modi; ma resistete; chiudete gli occhi ai caciovalli; il calabrese non fa nulla per nulla; se dà tre vuol quattro, e gl’importanti vogliono comprare il vostro onore, e la vostra coscienza.

Attenti dunque. Non manca qualche Giudice, che tentenna; non manca qualche Capitano di Carabinieri, o ex-austriaco, o ex-borbonico, che memore della grassa vita d’un tempo si mostra troppo amico del vino di qualche importante; ma eco della pubblica voce il nostro Giornale non dorme: e poiché si tratta di rigenerare una provincia, che mille cause son concorse a corrompere, tutti i buoni ci perdoneranno se spesso le nostre parole suoneranno un pò acre.

Chi vuol raggiungere lo scopo deve oltrepassarlo: è un assioma antico, di cui scrivendo ci ricorderemo sempre.”””

La memoria paesana non ci ha tramandato se i galantuomini sàntunatìsisi si siano mai abbassati a tale livello di servilismo, pur dovendo, come classe sociale rispondere alla storia locale di sopraffazioni e nefandezze, ben peggiori di quelle enumerate dal Padula.

Maggio 2020

Minùcciu

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1 comment

    • Rosalba Russo on 3 Giugno 2020 at 12 h 06 min
    • Reply

    Sempre belli questi articoli.
    A proposito, sono entrata nel sito del FAI,Fondo Ambiente Italiano, e ho votato per San Donato e per i posti del paese inseriti per la classifica dei Luoghi del Cuore! Votate anche voi in tanti per far conoscere il nostro bellissimo paese
    Ciao a tutti
    Rosalba Russo

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