Ott 31

Stuòzzi ì stòria : U’ Ddòn

Luigi Bisignani & Minucciu 

UDdòn.

cultura-sandonatese_thumb.jpgMolti dei titoli che nel nostro paese un tempo usavano distinguere appartenenze, classi sociali o persone dotate di qualità od abilità personali, risultano dismessi. Tra essi rammento màstru (indicava il maestro in un’arte od un mestiere); gnùri (appellativo rispettoso verso gli anziani e di cortesia verso i forestieri); dònnu (spettava alla nobiltà ed agli ecclesiastici e sopravvissuto nella forma abbreviata di “don”).

Appartengo a quella generazione di sandonatesi che ha vissuto l’uso del termine “don” ed ha conosciuto,  vive e vegete, le ultime persone alle quali ci si rivolgeva anteponendo il detto titolo al nome di battesimo. I loro nomi? Tutti a tempo e luogo debito. 

Di “gnùri e màstru”, da subito mi furono chiare origini e presupposti di utilizzo. Era rimasta la curiosità  circa l’introduzione del termine “don” nel parlato sandonatese, argomento che ho ritenuto d’approfondire, appurando, origini, introduzione ed uso in ambito paesano.

Uno dei termini latini per esprimere il concetto di “signore”, “padrone” o “possessore di qualcosa”, è “dominus” o “domina”. Contratto in “domnus”, “domna”, il vocabolo ha dato origine al “dòn” e “dònna”, in accosto al nome proprio quali titoli onorifici, già dal XIII secolo, quando  erano locuzioni d’uso verso patrizi e nobili. Era appellativo dovuto a religiosi di nobili origini (per il clero “dei ceti più bassi”, era sufficiente il termine “reverendo”).

In alcune zone centro-meridionali della penisola, sino a qualche decennio addietro, il don era titolo di “rispetto” e  veniva usato per indicare persone di alta estrazione sociale (nobili, possidenti) ed anche coloro che esercitavano professioni liberali, quali avvocati, notai, sindaci, medici, etc.

Il titolo  “dòn e dònna”, così come io l’ho conosciuto nell’uso sandonatese, appartiene alla tradizione ed al sussiegoso mondo dell’aristocrazia spagnola, dove nasce, prende piede e si afferma, già dal XIV secolo, quale appellativo riservato al re (e per sua concessione, agli appartenenti alla casa reale e ad una selezionata nobiltà). Quando gli iberici nel XV secolo conquistano la penisola italiana, il termine “don” si afferma anche da noi e per circa un paio di secoli acquisisce profilo di un trattamento d’onore piuttosto esclusivo che, negli atti pubblici, viene riservato solo a chi ne ha veramente diritto.

Dalla seconda metà del ’500, sovrani di forte personalità erano stati ben attenti ai “partiti” ed avevano gestito in prima persona il conferimento dei titoli nobiliari ed onorifici, evitando di delegarne la concessione e così accrescere il prestigio e il potere degli “ambienti di corte”.

In Italia invece, gli spagnoli permisero la crescita del numero di “grandes” e “titulados”. I numeri di questa “inflazione degli onori” (specie in Campania e Sicilia) rimandano alla “mobilità sociale” che fra il 1500/1600 coinvolse il ceto nobiliare, tanto da far sostenere ad alcuni storici che “mai nella storia finora scritta e conosciuta  la nobiltà, anche quella  feudale, il “don” si acquistasse con tanta facilità”. In quel periodo la piramide feudale era dilatata alla base dove “al di sotto della grande feudalità scalpitava ora una massa di  piccoli feudatari quasi tutti di recente e recentissima nobiltà

La concessione del solo titolo “don” fu accordata ed in numero tale, che non poteva più considerarsi “nobiliare” ma soltanto onorifico. Nonostante questa “svalutazione”, acquisirlo per molti fu trampolino di lancio verso riconoscimenti più prestigiosi ed anche forma, seppur minima, di distinzione sociale, in specie per coloro che al titolo nobiliare vero e proprio non avrebbe mai potuto aspirare.

Tra il 1562 e il 1678, particolarmente in Sicilia, furono concessi o venduti numerosi titoli feudali. Filippo IV, soprattutto nei suoi primi anni di regno, diede un forte impulso al mercato della nobiltà e degli onori in tutti i suoi segmenti, tanto che durante il Viceregno, nel XVII sec., la Corte spagnola, sempre bisognosa di quattrini,  vendeva il predicato “don” con appositi diplomi.

V’era una “fame di titoli”, che incontrava la disponibilità di una Corona, in perenni difficoltà finanziarie, molto interessata ai ricavi che derivavano dal “quel mercato”, il tanto da indurre l’emanazione di severi bandi, fra i quali uno del 15 ottobre 1620, col quale si intimava: “che nessuna persona di qualsivoglia stato, grado, conditione e sesso ardisca di qua innanzi mettersi, né in voce, né in scritto, titolo di Don, non avendolo esso, o suoi antecessori privilegio, e non lo tenendo per altra ragione legitimamente, sotto pena d’onze duecento”.

Nello stesso bando, inoltre, si dava pubblica notizia di un provvedimento del dicembre 1619, dove il sovrano aveva fissato il prezzo del titolo di “don” in 40 onze.

Dal 1626 al 1632, le consulte (assemblee il cui parere era obbligatorio per la concessione di qualsiasi titolo nobiliare)  sottolineavano che “estos titulos por lo passado se solian vender a mil reales cada uno y agora no se halla ni aun la mitad”. Nel 1657, il “don” era  considerato una “merced minima”, tanto che, per la sua concessione, non era più necessario il parere della consulta, poiché il valore del titolo, era caduto tanto basso, che la sua stessa appetibilità ne risultò compromessa.

Durante la breve parentesi austriaca, con diploma del 1731, l’imperatore Carlo VI, “ordinava di accordarsi l’uso vitalizio del Don, mercè il pagamento di una tassa di onze quattro” (dieci volte meno del prezzo fissato nel 1619)  al quale andavano aggiunti “pochi tarì per la spedizione del privilegio da farsi dal Protonotaro del Regno”.

La “vendita” dei titoli venne esaminata dalla Consulta, la quale, nel  gennaio 1732, decise: “non essere conveniente toccarsi in modo alcuno questo punto, che poteva recare  al Regio Erario più imbarazzi e confusione che utile, il quale poteva ridursi o a niente o a tenuissima somma, tenuto conto che”: 

-trattandosi di una pura vanità, già tollerata in  Sicilia, il proibirsi, per vendersi senza il costituitivo di nobiltà, riusciva di poco decoro; 

-essendo stato il Don distintivo di nobiltà, non sarebbe stato giusto che, per mezzo di questo tenue pagamento, qualsivoglia persona, non esclusi gli artefici ed i rustici, potesse avere credito di nobile e fosse come tale trattata senz’altro requisito; 

-non doveva considerarsi come prammatica il bando pubblicato dal viceré conte di Castro (quello del 1619), che non produsse allora utilità alcuna;

-essendo universale e comune l’abuso, il mettere in pratica la proibizione sarebbe stato di molto imbarazzo, dovendosi continuamente far delle procedure acciocché tutti provassero la loro nobiltà.

 

…… continua.

Minùcciu

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