Gen 20

Come eravamo :A vìrdiràma.

Luigi Bisignani & Minucciu

“Ghèra nnà simàna chì ccì sì minàvadi nfàcci; parìa fàttu appòsta ppì càccià à nnànti ì pàriènti; cchì bbrigògna”.

CULTURA SANDONATESE copieZìa Màriangiùla non si capacitava di come era potuto accadere una cosa simile. Trenta persone a letto o sotto cure mediche ed altrettante che non potevano uscire di casa “ppìcch’ àvìanu ù puònnu”. Era bastato una sua piccola distrazione e quel sugo e quella carne erano rimasti più del necessario “ntà cavudàra ì ràma e ghèranu divintàti tuòssicu”.

La colpa non era solo sua, “ppicchì sòcra e marìtu nn’àvìanu à pàrti”. “A’ sòcrà”, zìa Filumèna, mentre lei stava “ppì càccià à càvudàra do fuòcu”, l’aveva chiamata per controllare “à pàsta dè turdìddhj e ddì l’àti dùrci”. S’era distratta e non aveva più pensato alla carne ed al sugo lasciandoli nel rame più del necessario “ed’avìanu àrramàtu”.

Altra colpa zia Mària la attribuiva a suo marito, sparagnino come solo un sandonatese sapeva essere, al quale aveva ripetuto, fino alla noia, di far stagnare “à cavudàra, ppìcchì, àra dìvacà vuddhiènnu, sì cc’èra già vrushjata” e poi era pericolosa “ppìcchì àrramàva ssùbbitu”, ma zù Ntòniu “òn sì nn’èra dàtu ppì ntièsu”.

La tragedia, si può dire che aveva avuto inizio una settimana prima, nel corso dei preparativi per il matrimonio del primo figlio. Zìa Màriangiùla “nn’àvìadi chjìna à càpu” ed aveva tutte le ragioni di questo mondo, non poteva stare dietro a tutto. Si sposava il figlio maggiore ed in quei tempi, organizzare una festa, unica nel suo genere, non era facile, specie per una famiglia come la sua, che di beni al sole ne aveva e di conseguenza doveva ben figurare.

La povera donna era stanca. A ridosso della data fissata per gli sponsali, aveva vissuto un periodo molto impegnativo. In specie aveva lottato, come non mai, per accomodare, coi futuri suoceri, termini e quantità della dote per la sposa, con la cui famiglia, di pari condizione, condivideva parsimonia ed attaccamento “àra rròbba”, ceduta malvolentieri, anche quando si trattava di assegnarla ai figli.

C’era stata molta tensione nel selezionare, dalla vasta parentela di entrambi, un numero di invitati adeguato al locale ove tenere la festa (all’epoca il ricevimento avveniva in casa), individuando una coppia per ogni nucleo, in modo da non inimicarsene nessuno. Ed anche questo era stato motivo di discussioni con la controparte, la quale pretendeva l’esatta ed uguale attribuzione del numero di invitati.

S’era reso necessario “avì bricazziùni ccù fìmmini dò parintàtu e pùru ccù stràini”, precettate per confezionare la quantità necessaria di “màccarùni à fusiddhj, durciàma, turdìddhj e pàni” da consumare durante il ricevimento. Altre persone erano state impiegate per inviare “nà guantèra i dùrci” a conoscenti ed amici (non partecipi alla cerimonia) ed a tutte quelle altre famiglie dalle quali, in occasioni simili, s’era ricevuto un presente.

Altra preoccupazione era stata quella di procurarsi il necessario (tavoli, sedie, in alcuni casi anche piatti e stoviglie, tutto rigorosamente contrassegnato per riconoscerne la proprietà) per accomodare tutti gli invitati e quindi andare, casa per casa, a chiedere in prestito le suppellettili. Lavoro non da poco e molto dispersivo perché in ogni famiglia, zìa Màriangiùla non poteva “dà l’acqua e jì”, ma “chiacchiarià”, soddisfare curiosità su sposi e sponsali, insomma perdere del tempo prezioso perché con chi ti usava una cortesia si era obbligati, “c’èradi à bricaziùni”.

Il lavoro meno impegnativo, ma più faticoso, era stato quello di sgomberare e ripulire “dùi mènsanìli” ove predisporre il necessario per svolgervi ricevimento e festa nuziale.

Tutte queste attività, svolte a ridosso del rito nuziale, aveva “ghjnchjùtu i mìdùddha i zìa Màriangiùla” che, per indole, non si fidava di nessuno (marito compreso), ed aveva voluto provvedere a tutto personalmente. Era arrivata stanca alla vigilia della festa, giorno in cui si predispone tutto il necessario per il pasto di nozze. Particolare importanza aveva il condimento della pasta, “ù sùcu”, per la cui preparazione, zìa Màriangiùla s’era impegnata direttamente.

Tutto aveva funzionato a meraviglia e la festa sembrava andare per il meglio quando, la consuocera si avvicinò a zìa Màriangiùla e le chiese “sì sì putièdi àccalà àncùna bànna c’avìadi dùlùri àri nnugghj”. Fu l’inizio della tragedia perché, nel giro di poco tempo, buona parte degli invitati iniziarono ad accusare malore e parecchi uomini corsero verso “i còsti i sàntu vìtu” a brache abbassate. Per le donne, riservate per natura ed educazione, la situazione si fece difficile; alcune corsero a casa; altre a cercare soccorsi presso le case vicine; altre ancora furono costrette “à s’àccalà àra mpèssa” , le più fortunate in qualche vicolo, le più animose anche “rasènti ù mùru”, riparate alla meno peggio, dalla curiosità altrui, dal corpo del marito parato loro innanzi; le più timide o sfortunate, rientrarono presso le abitazioni ”ccù cùlu cacàtu”.

Una tragedia, dalla quale, i più colpiti, si fa per dire, furono gli sposi, i quali, per via dei numerosi brindisi, cui erano stati chiamati dagli invitati ed ai quali, per tradizione, non potevano sottrarsi, furono oltremodo sacrificati dalla diarrea tanto che, la “consumazione del matrimonio” avvenne dopo circa una settimana dalle nozze.

Il danno maggiore, il più temuto da zìa Màriangiùla, non era legato all’eventuale risarcimento dei danni (onorari per le visite e spese per le medicine) ma “àru spùbbricamièntu” (oggi si direbbe danno d’immagine), per la famiglia. Temeva e non a torto, che “ppì mpiccicàlìti ì sàntudunàtu”, la causa scatenante non sarebbe stata attribuita alla mancanza di attenzione nel confezionare il sugo, ma sarebbe stata ricostruita ad arte, con versioni fantasiose, con ipotesi e ricami sull’accaduto, con creative e maligne ricostruzioni delle circostanze che “à ggènti ì ntò paìsi” sicuramente avrebbe fatto.

La povera donna non si sbagliava. Dei fatti vennero date tante versioni, per quante erano le persone che nella vicenda mettevano bocca. Molte le congetture, alcune oltremodo maligne o bizzarre, fra le quali rammento; “zù Ntòniu ghèra spilùrciu” e per tale motivo aveva fatto scannare, per il sugo, una pecora malata; “à cùnseriva ghèra mucàta”; ntà fàrina, ppì pàsta e dùrci, c’èranu ì càmpi”; “ntè pariènti, ppì mmìdia, ancùnu avìa mìsu còsa ntò sùcu”; “zìa Màriangiùla, ònn’èradi àccussì nètta cùmu vulìa ffà crèdi”, e qui, per carità di patria. mi fermo.

L’ironia e la maldicenza non risparmiò nessuno, neanche gli invitati incolpevoli, sul conto dei quali (e specie sulle donne), circolarono versioni “audaci”, circa quello che si era visto, intravisto o forzatamente esibito, mentre, la dove capitava, le poverette frettolosamente si liberavano dei panni per dare sfogo alla crisi intestinale.

L’accaduto un risultato positivo però lo ebbe. “U’ prìmu càvudaràru” capitato in paese, ebbe lavoro per una diecina di giorni. In San Donato, “à pagùra dò puònnu” fece sì che nessun recipiente in rame rimanesse privo della stagnatura.

Gennaio 2015

Minucciu.

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1 comment

    • Giovanni Benincasa on 21 Gennaio 2015 at 11 h 35 min
    • Reply

    Grande Minucciu, questa lettura per me è stata, letteralmente, nù spassu.

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