Mar 15

Sàntudunàtu, nà picchi ì stòria.

La  Redazione

Dopo  le due raccolte paesane :

Il nostro Amico “MINUCCIU” ha iniziato una ricerca  sulle origini e storia del paese.Lavoro molto lungo e fastidioso ma interessante  da tramandare alle future generazioni.

Ecco per voi  un assaggio su questo futuro volume sul nostro paese.

Sàntudunàtu, nà picchi ì stòria.

(Ninoe, Ninaia, Nineto, Niceto, Ninea)

Parte prima

“Cèrtu c’àru paìsi tùa ciàsa pròpiu jì appòsta”. Era la frase che nella prima adolescenza mi sentivo rivolgere ogni volta che “ccà bànda jèmu fòra paìsi a ssùnà”. Questo, dopo il necessario periodo di studio teorico sul mitico Bona e quello di addestramento pratico con un trombone tenore, dopo che ero stato accolto nella banda musicale di San Donato nella quale sono stato effettivo dal 1957 al 1963.

Quel che io reputavo al pari di un insulto era il naturale seguito alla domanda “iddhùnni sì” rivoltami da qualcuno della famiglia ove venivo accolto per il pranzo, durante le trasferte nei paesi vicini, dove la banda era stata invitata per suonare in occasione di feste religiose od altre ricorrenze che ivi venivano celebrate.

Nel corso degli anni e per penurie di personale (l’emigrazione ha più volte causato la cessazione dell’attività del corpo bandistico), promotore il maestro Leanza, direttore della banda di Altomonte, venne deciso di accorpare i due gruppi bandistici per colmare i vuoti in organico di entrambe le formazioni ed ottenere cosi un discreto e valido gruppo di “mùsicanti”. All’epoca era uso che le famiglie del paese ospite si facessero carico del pasto del corpo musicale ospitato, ciò per risparmiare sulle spese della festa. Da qui la domanda rivolta ai componenti della banda circa la provenienza. A quelli di Altomonte diciamo che andava più liscia perché al massimo si scherzava sul loro soprannome di “ciramilàri” per via che in quella zona erano numerosi gli artigiani che formavano oggetti in argilla, tegole comprese. Con noi sandonatesi, considerati più rustici e quindi più reattivi ad eventuali sfottò, gli ospiti evitavano il trito “castagnàri e pistiddhàri” ma c’era il cenno all’isolamento dell’abitato e quindi la citazione con cui questo racconto si apre.

C’era e, tuttora, c’è poco da offendersi. San Donato effettivamente non è un punto di transito ed ancora oggi bisogna, venirci apposta. I sandonatesi, (intento quelli che sono restati “ntuòrnu o sùtta à pètra dà Mòtta e si sù gàvitàti i fùrmichi ì Lìcastru, ì zanchi ì Massanòva e rì ràni dè Votràci”) soffrono si un pò di solitudine, ma vuoi mettere la tranquillità, la qualità dell’aria e dell’acqua, la frescura ed il panorama che si gode “annanzànnu dè pètri dè Palìzzi o dà quìri dò chiànu da Mòtta”.

Già, “i pètri”. Mi sono più volte chiesto, vista la più favorevole orografia del territorio circostante, quale è stata la “ratio” che ha indotto i nostri avi a scegliere proprio lo sprone roccioso che noi comunemente abbiamo sempre chiamato “ì còsti da tèrra”, per trasferirvi ed edificarvi il nucleo abitato.Alla domanda è associata anche la curiosità di appurare i motivi (storia, memoria, tradizione?), in base ai quali i nostri trisnonni hanno scelto di aggiungere “Ninea” al nome del santo protettore. Per cercare una risposta l’unica via era la ricerca sulle origini dell’antico insediamento, sulla sua ubicazione e sulla genesi e provenienza del nome Ninea.

Premetto che la nostra regione ha avuto vicende che si dipanano fra leggenda e storia, le cui fonti scritte consistono spesso in testi redatti da scrittori dell’antichità, fra i quali, rammento Aristotele, Ecateo di Mileto, Stefano Bizantino, Strabone, Diodoro siculo, Antioco, Pausania ed altri, i cui scritti, (pervenuti in taluni casi in frammenti o parzialmente incompleti), sono stati riportati da altri autori, (talvolta in forma di compendio) con la conseguenza che si è originata una storiografia, tuttora oggetto di vaglio e critica da parte degli studiosi, per via dei contenuti contraddittori, viziati da mancate verifiche, controlli e riscontri, e con parecchie imprecisioni ed omissioni.

L’archeologia documenta insediamenti umani sulle terre calabresi fin dal paleolitico. Reperti del neolitico (IV millennio a.c.) e del successivo periodo eneolitico (III-II millennio a.C:) testimoniano la presenza di popoli di origine mediterranea, ai quali, nell’età del bronzo ed all’inizio di quella del ferro, si aggiunsero nuclei iberici e liguri.

Gli storici greci riferiscono di popoli, quali Enotri, Coni, Morgeti, Itali, insediatisi nella penisola nel XI-X sec. a. C. e seguiti, attorno al VIII-VII sec. a.C. da popoli greci. La medesima storiografia cita le tribù Bruzie quale popolo affine ai Lucani, pur precisando che sull’argomento le fonti non concordano

Circa le popolazioni bruzie, per Strabone erano coloni o discendenti dei Lucani; per Diodoro siculo i bruzi erano “moltitudine di uomini di varie origini, la maggior parte servi e fuggiaschi”.

Dal volume “Greci ed Italici” di Ettore M. de Juliis- edizioni Laterza, apprendiamo che gli Enotri erano una antica popolazione italica che, attorno al XI sec. a.C., era stanziata su un territorio esteso quando le attuali Puglia, Basilicata e Calabria settentrionale. L’origine del nome è incerta ma alcuni degli storici greci tramandano che Aenotria aveva significato di “terra del sud”, contrapposta ad Aetruria, “terra del nord”, quindi il nome è da collegare alla caratteristica del suolo, per cui Enotria avrebbe avuto significato di “terra ove si coltiva vite e si produce vino”. E’ anche da prendere in considerazione la consuetudine dei popoli stanziali sulla penisola italica, di caratterizzare le singole tribù o comunità col nome del loro capo, e quindi, Enotro, per taluni Enotrio, re o giudice, sarebbe stato artefice delle gesta, fondative e costitutive, del suddetto popolo. Diodoro siculo ed altri storici antichi, fanno riferimento ad Enotro, principe di Arcadia, figlio di Licaone, sbarcato sulle rive ioniche assieme al fratello Peucezio e poi protagonista della colonizzazione dei territori calabresi da parte di Dori ed Achei. Dette popolazioni trovarono territori con caratteristiche di clima ed orografia, simili a quelle della madrepatria e vi trasferirono omomazia e toponomastica d’origine, tendenza poi mantenuta dai geografi che, in tempi successivi, invece di effettuare serie ricerche ed investigazioni sulla origine certa dei nomi di luoghi e popoli, accettarono la tradizione in maniera acritica, ponendo base e fondamenta per errori degli storici futuri, costretti ad orientarsi fra i pochi autori che, diversi per stirpe, cultura e formazione, hanno scritto degli e sugli Enotri in tempi distanti ed in periodi di sconvolgimenti etico sociali e senza il supporto di verifiche di natura storico-archeologica.

Marzo 2013

……continua……

Minucciu

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