Set 24 2011

Come eravamo :“Quannu si faciànu i carcirati”.’Parte prima”

Luigi Bisignani

Dal titolo si potrebbe dedurre che i sandonatesi dell’epoca erano gente un po strana “giocavano a farsi prigionieri”invece no era tutt’altra  cosa.
Un bel Racconto storico di come eravamo ,prima parte ““Quannu si faciànu i carcirati”
Una storia divisa in tanti episodi che vi raccomando di leggere chiudere gli occhi e ripensare a questi splendidi momenti…

“Quannu si faciànu i carcirati”.

“Ari santunatisi” più giovani, il titolo del presente racconto, sebbene espresso in dialetto, può darsi non dica nulla od al meglio, richiamerà alla mente la privazione della libertà personale.
Nulla di tutto questo. Anzi, quando la tradizione di “ fa i carcirati” era in uso, significava avere un breve periodo di libertà, meno di una settimana, in cui a tutti i maggiorenni, erano consentiti atti, comportamenti ed atteggiamenti che in tempi normali avrebbero suscitato “gabbu”.
In un paese di tradizione agro-pastorale quale é San Donato, dopo la raccolta delle olive, iniziava un periodo di tempo che poteva definirsi del “grande silenzio” Dalla seconda metà dell’autunno alla prima metà di primavera, dall’imbrunire all’alba l’unico rumore che si udiva era lo scalpiccio “de scarpi ‘cchi tacci”, frammisto al rumore degli zoccoli ferrati d’asini e muli, compagni dei sempre meno frequenti viaggi, da e per la campagna.
Rare e sommesse le voci, quasi a sottolineare la stanchezza di una stagione di lavori. Unici schiamazzi fuori luogo erano quelli tardo-serali degli avvinazzati, avulsi dall’ambiente generale e che non facevano testo.
Verso la primavera, all’alba allo scalpiccio gia detto, si aggiungeva lo stridio delle rondini che numerosissime si appollaiavano sui fili della rete elettrica.
In questo ambiente “idilliaco e francescano” giunge il periodo di carnevale e “nu quatraru” dorme beatamente, stanco di gioco ed unico a non avere obblighi di produttività.
Nella notte, prima lontano e flebile, poi sempre più vicino e distinto, avverte il suono di accordi di musica a “taranteddha” che virano al lento sin quasi a fermarsi ed una voce solista intona una canzone dialettale, con l’ultima rima ripetuta in coro. In ogni epoca e fino a che la tradizione è stata mantenuta, questo era il primo contatto dei “guagliuni” con la tradizione di “fa i carcirati”.
Uso voleva che nella settimana conclusiva del carnevale, gruppi di paesani, preferibilmente amici o vicini di casa, in ora tarda, mascherati, in genere con abiti e/o vesti del sesso opposto e con il volto reso irriconoscibile da segni di nerofumo, tiravano l’alba girando per le contrade prossime a quella di residenza, fermandosi a cantare nei pressi delle abitazioni di amici e conoscenti.
Per tradizione, le famiglie destinatarie degli omaggi canori, offrivano da bere. Talvolta mettevano a disposizione dei cantori, “nu muzzicu i sàvuzizza, sùpprissata, capaccuòddhu, vùccularu, càncarieddhi nta l’uògghju, scapìci, avulivi aru fuornu”, comunque una razione di provviste adeguate “ ara ricchìzzi da casa”.
All’invito, seguiva il congedo della compagnia con una stornellata di ringraziamento ed il giro continuava.
La modalità di canto in generale, non solo quella carnevalesca, era varia. C’era il canto di amicizia, quello di lode, di ringraziamento, dell’innamorato (accettato o respinto), di critica, di rimprovero, di accusa e di diffamazione.
Fra gli strumenti usati in accompagnamento ai versi,oltre a “cìrameddhj, àriganiettu e tammurrieddhj cchì ciancianeddhj” veniva utilizzata anche la chitarra battente o “catarrinu” a quattro corde. “U catarrinu” veniva preferibilmente utilizzato per le serenate.
Vigeva l’improvvisazione. Per tramandare i componimenti usava solo la forma verbale. Di conseguenza, ciascuno poteva arbitrariamente modificare, aggiungere o adattare alla bisogna, canti ideati da altri.
I rimatori e gli improvvisatori più talentuosi e bravi erano prenotati per tempo ed in alcuni casi persino retribuiti, per tradizione, con prodotti alimentari.
Nessuno pensava di disturbare l’attività canora dei carcerati. Nel caso di incontri fortuiti, ai limiti dei confini di quartiere, fra compagnie diverse (gli sconfinamenti erano raramente tollerati) i canti erano di amicizia e stima reciproca od al massimo qualche sfottò, che però riguardava faccende private fra singoli e non il gruppo. Gli incontri si potevano benissimo evitare perché gli spostamenti, della compagnia erano sempre accompagnati, minimo dal suono della “ciranmeddha”
Non sempre però le cose andavano lisce, Talvolta i “carbunieri”, che generalmente intervenivano su sollecitazione di qualcuno, potevano guastare la festa ma succedeva di rado (si ha memoria di controlli assidui solo nel ventennio fascista). Il pericolo maggiore era rappresentato dal tipo di “cantata” che si faceva, perché i versi non sempre erano di omaggio.
Poteva capitare che alcuni, approfittando del gruppo, richiedevano di farsi “na dispinsata” e coglievano l’occasione, non essendo immediatamente riconoscibili, di fare “a cantata malamenti”,quasi sempre per ripagarsi di uno screzio, rinvigorire una lite, rinverdire vecchi rancori, vendicarsi per uno sgarro od una proposta di matrimonio rifiutata.
Per questo tipo di cantate, più frequenti “a cucchja cantanti-sonaturu”, se fatte durante “i carcirati”, non v’erano bevute ma, dalla casa interessata, veniva “offerto” un lancio i “pisciaturu”, solidi compresi. Nel caso di sfottò leggeri, veniva gettata acqua sporca
Il recipiente da lanciare “ari carcirati”era pronto da giorni perché in San Donato nulla accadeva per caso. Chi sospettava di essere potenzialmente era soggetto di satira” lo sapeva e s’aspettava la cantata, perché ognuno conosceva le proprie “rogne”.
“Stannu toccadi a nnui, nnicci fanu a parti o nnicci veninu a cantà malamenti”. Questo era il pensiero ricorrente de
“i picati” che attendevano “armati di pitale o sicchiu” dietro porte e finestre.
A “santudunatu” “u sacretu”è una leggenda ed anche un mito. Qualsiasi cosa tu faccia o dica, in bene o in male, anche se sei nel luogo più riposto ed isolato, tutto ciò che accade viene risaputo, riferito, tramandato. Non chiedetemi come questo possa succedere perché non ho mai scoperto questa alchimia. Ve lo dice uno che ha passato metà della vita, finora vissuta, pagato per impicciarsi dei fatti altrui, anche quelli più reconditi e segreti.
Sembra, anzi è sicuro, che ogni luogo e angolo del paese abbia occhi ed orecchie per vedere ed ascoltare le faccende altrui e bocca per riferirle.Il segreto, in San Donato, è appunto una leggenda ed un mito, non esiste.
Il periodo peggiore per le vicende paesane, che si voleva far restare segrete, era appunto “carnivali” e per due avvenimenti.
“A PARTI”: Era una recita satirica che una temporanea “compagnia di giro”, (nel periodo aureo anche più di una) portava a spettacolo nelle piazze e negli slarghi d’ogni rione sandonatese. Nella rappresentazione, a sfondo
umoristico-satirico, venivano messe alla berlina tutti gli accadimenti del paese durante l’anno. I fatti oggetto della “parti”, erano riferiti a vicende che potevano avere risvolti di presa in giro,quali: dissesti patrimoniali dovuti a scialacquamenti (il gioco delle carte era ed è un vizio molto comune fra i sandonatesi), corna, matrimoni rifiutati, fidanzamenti finiti male brutte figure, episodi da farsi “gabbu”. Su queste vicende i rimatori si scatenavano e la recita dava precedenza ai fatti accaduti nel rione.
Fra gli  attori si prestava molta attenzione a non dare motivo di risentimento o adito ad azioni legali. Presa in giro si, ma nessuna indicazione o riferimento diretti per i protagonisti delle vicende oggetto della satira. La compagnia che più alla lontana dava corpo ai fatti era la più premiata, anche perché, gli spettatori sapevano benissimo la vicenda cui si faceva riferimento ed a quale famiglia o persona la recita era riferita.
La goduria maggiore per il “popolaccio” era costituita dal constatare l’assenza  “de picati”, persone o famiglia oggetto della “parti” la cui abitazione veniva sbarrata. In questo vi è una buona dose di crudeltà ma “u santunatisi ghe puru quistu”.
Qualche giorno dopo recita, la compagnia di attori, in abiti di scena (anche per la “parti” era prevista una mascheratura), faceva il giro del paese armato di “damiggiani, cistieddhi, sporti e panari” a fare “coraisima” ossia riscuotere il tributo consistente in vino e prodotti di casa, graditissimi “savuzizza e supprissata”. I più bravi, a lasciare il segno, ossia “ a tingi” ovvero i “cavudari”, avevano di che scialare per giorni.
I CARCIRATI”: Tradizione della quale ritengo di aver gia esaurientemente spiegato.
Poteva succedere che nonostante le precauzioni, accidentalmente durante “a parti”, o intenzionalmente durante i “carcirati”, qualche sensibilità venisse offesa. Travestimento o no, le persone offese, sapevano benissimo come, dove e da chi andare a chiedere ragione. Era di prassi ripagare lo “sgarro” con qualche “curtiddhata” o “na paliata”. Tutto dipendeva dalla gravità dell’offesa e da quale “tipo” di famiglia si andava a stuzzicare. La reazione non era immediata, c’era tempo. Talvolta si attendeva che l’autore avesse la sensazione che l’offesa fosse stata dimenticata. Ciò metteva a riparo i vendicatori. Il punito non sapeva a chi ed a che cosa attribuire “a malannata” cadutagli fra capo e collo.
Tutta la “produzione teatrale” sulla quale si è basata la tradizione della “parti” e dei “carcirati”, non è mai stata scritta. I rimatori e gli improvvisatori, in maggior parte se non totalmente analfabeti, trasmettevano le loro “opere” in forma verbale. Gli attori ed i cantori che operavano durante le feste e, maggiormente a carnevale, dovevano imparare i testi a memoria. Non esiste nessun documento scritto, che tramandi e documenti secoli di componimenti in lingua sandonatese.Ed è un vero peccato perché, tradizione vuole, vi siano stati autori eccellenti sia per forma poetica sia per vena umoristica.

Fine della prima parte

Settembre 2011

Minucciu

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