San Donato di Ninea-Luigi Gigiotto Bisignani.
Una storia di esilio, memoria e identità. Dalle montagne dell’Albania alle comunità calabresi, una lingua, una fede e tradizioni antiche hanno attraversato più di cinque secoli senza scomparire.
Nel 1448, sulle montagne e nelle terre della Calabria, cominciò una delle più straordinarie storie di sopravvivenza culturale d’Europa.
Erano uomini e donne albanesi provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico, sospinti dalle guerre e dalla crescente pressione ottomana nei Balcani. Attraversarono il mare e raggiunsero il Regno di Napoli, dove trovarono nuove terre e nuove possibilità di vita.
Ma quella che sembrava soltanto una migrazione destinata a perdersi nel tempo sarebbe diventata qualcosa di molto più grande.
Sarebbe diventata una memoria capace di sopravvivere per secoli.
Il 1448 e l’inizio della presenza albanese in Calabria
Uno dei primi episodi documentati risale proprio al 1448.
Il condottiero albanese Demetrio Reres, al servizio di Alfonso V d’Aragona, fu chiamato in Calabria per contribuire alla repressione di una rivolta. Al termine delle operazioni, Reres e i suoi uomini ricevettero incarichi e terre nella regione. I suoi seguaci diedero così origine ai primi insediamenti albanesi documentati in Calabria. (Treccani)
In quegli stessi anni si intrecciava una delle più importanti alleanze politiche e militari del Mediterraneo.
Da una parte c’era Giorgio Kastrioti Skanderbeg, il grande condottiero albanese impegnato nella resistenza contro l’avanzata ottomana.
Dall’altra Alfonso V d’Aragona, re di Napoli, che sostenne Skanderbeg nella sua lotta contro i Turchi. (Treccani)
La presenza albanese in Italia, tuttavia, non fu il risultato di un solo viaggio.
Le migrazioni continuarono per decenni e conobbero una nuova intensificazione dopo la morte di Skanderbeg nel 1468, quando la resistenza albanese contro gli Ottomani divenne sempre più difficile e numerosi cristiani scelsero la via dell’esilio. (Istituto Patrimonio Immateriale)
Così nacquero e si consolidarono comunità in Calabria, Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise, Campania e in altre aree dell’Italia meridionale.
Non nacquero soltanto nuovi villaggi
Nacque qualcosa di molto più raro.
Un piccolo arcipelago culturale.
A San Demetrio Corone, Lungro, Firmo,Acquaformosa,Civita, Frascineto, Santa Sofia d’Epiro, e in numerosi altri centri calabresi, la cultura albanese non rimase il semplice ricordo di una generazione emigrata.
Diventò lingua di famiglia.
Lingua di preghiera.
Lingua delle feste.
Lingua dei canti.
Lingua della memoria.
E soprattutto diventò identità.
Ancora oggi questa particolare varietà dell’albanese viene chiamata arbërisht.
L’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale la definisce una varietà antica del tosco, il dialetto meridionale dell’albanese, sviluppatasi nel corso dei secoli in Italia e arricchitasi di elementi provenienti dall’italiano, dai dialetti locali e, in alcune comunità, anche dal greco. (Istituto Patrimonio Immateriale)
È una vera isola linguistica.
Separata per secoli dalla terra d’origine, ma ancora capace di conservare parole, suoni e strutture linguistiche tramandate attraverso le generazioni.
La fede che attraversò il mare
E poi c’è un altro elemento che rende la storia arbëreshe ancora più straordinaria.
La religione.
In molte comunità albanesi d’Italia è ancora conservato il rito greco-bizantino.
Non una ricostruzione moderna del passato.
Non una semplice rievocazione folkloristica.
Una tradizione religiosa ancora viva.
Gli arbëreshë cattolici di Calabria fanno riferimento all’Eparchia di Lungro, istituita nel 1919 per le comunità albanesi di rito bizantino dell’Italia meridionale. (Istituto Patrimonio Immateriale)
Ancora oggi, nelle celebrazioni, il canto, la liturgia, le icone e le forme della spiritualità orientale raccontano una storia iniziata molti secoli fa.
È come se una parte dell’Oriente cristiano fosse rimasta custodita nel cuore della Calabria.
I costumi, i canti e le vallje
Ma l’identità non vive soltanto nelle chiese e nelle parole.
Vive anche nei colori.
Nei ricami.
Nei costumi tradizionali.
Nelle danze.
Nei canti.
Nelle feste di paese.
Le donne arbëreshe, durante le celebrazioni tradizionali, hanno conservato abiti ricchi di ricami e simboli che ricordano la cultura delle terre d’origine.
E tra le espressioni più suggestive della tradizione ci sono le vallje, danze collettive accompagnate dal canto, legate alla memoria di Skanderbeg e alle vicende storiche del popolo albanese.
È una memoria che non viene semplicemente raccontata.
Viene cantata e danzata.
58.000 persone e 35 comuni
La dimensione di questa presenza è ancora oggi sorprendente.
Secondo i dati riportati dal Ministero della Cultura, in Calabria circa 58.000 persone conservano l’uso della lingua albanese in 35 comuni: 27 nella provincia di Cosenza, 5 in quella di Catanzaro e 3 in quella di Crotone. (Istituto Patrimonio Immateriale)
Naturalmente questo dato non significa che tutte le persone siano oggi parlanti fluenti.
La vitalità dell’arbërisht cambia da paese a paese e soprattutto da una generazione all’altra.
Ma il fatto stesso che, dopo più di cinque secoli, una lingua arrivata attraverso l’Adriatico continui a essere presente nella vita di tante comunità rappresenta un patrimonio culturale straordinario.
La lingua albanese d’Italia è inoltre riconosciuta e tutelata dalla legge 482/1999, che protegge le minoranze linguistiche storiche presenti sul territorio italiano. (Istituto Patrimonio Immateriale)
Una patria perduta, mai dimenticata
Forse è proprio questo l’aspetto più affascinante della storia arbëreshe.
Per oltre cinque secoli, uomini e donne separati dalla propria terra d’origine hanno continuato a trasmettere ai figli una lingua antica.
Hanno conservato riti religiosi.
Hanno custodito costumi.
Hanno tramandato canti.
Hanno mantenuto vive feste e tradizioni.
E soprattutto hanno continuato a raccontare una patria lontana, una patria che per molte generazioni non sarebbe stata più quella dei loro figli, ma sarebbe rimasta la patria della memoria.
La Calabria, in questo senso, non si è limitata ad accogliere degli esuli.
Ha custodito una voce arrivata dall’altra parte dell’Adriatico.
Una voce che avrebbe potuto spegnersi.
E invece è rimasta.
È rimasta nelle parole pronunciate nelle case.
Nelle preghiere.
Nei canti.
Nei costumi delle feste.
Nei nomi dei paesi.
Nella memoria degli anziani e, ancora oggi, nella curiosità dei giovani che cercano di riscoprire le proprie radici.
Cinque secoli dopo, la voce continua
La storia degli arbëreshë ci ricorda che l’identità non dipende soltanto dalla terra sulla quale si nasce.
A volte può sopravvivere anche quando quella terra viene perduta.
Può viaggiare con una famiglia.
Può attraversare un mare.
Può essere custodita da una madre, insegnata da un nonno, cantata durante una festa, pronunciata durante una preghiera.
E così, generazione dopo generazione, può arrivare fino a noi.
Forse, allora, la vera domanda non è soltanto:
Come sono riusciti gli arbëreshë a conservare la propria identità per più di cinque secoli?
La domanda è un’altra:
Quanto di ciò che siamo oggi riusciremmo noi a consegnare, intatto, a chi verrà dopo di noi?
Perché una lingua può attraversare il mare.
Una memoria può attraversare cinque secoli.
E una cultura, quando qualcuno continua a custodirla, può sopravvivere persino alla distanza, all’esilio e al tempo.
Una lingua attraversa il mare.
Una memoria attraversa cinque secoli.
E in Calabria, ancora oggi, quella voce risponde.
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IN BREVE
• XV secolo: iniziano e si consolidano gli insediamenti degli albanesi d’Italia, con successive ondate migratorie. (Treccani)
• Calabria: circa 58.000 persone conservano l’uso della lingua albanese in 35 comuni. (Istituto Patrimonio Immateriale)
• Lingua: l’arbërisht è una varietà storica dell’albanese sviluppatasi in Italia e influenzata dal contatto con italiano, dialetti locali e greco. (Istituto Patrimonio Immateriale)
• Religione: numerose comunità conservano il rito greco-bizantino, con riferimento in Calabria all’Eparchia di Lungro. (Istituto Patrimonio Immateriale)
• Cultura: costumi, canti, danze, feste e tradizioni continuano a trasmettere la memoria arbëreshe.
• Patrimonio: la lingua e la cultura albanese d’Italia sono riconosciute tra le minoranze linguistiche storiche tutelate dalla legge italiana.
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(Luigi Gigiotto Bisignani)
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