Emigrazione giovanile: una ferita aperta anche per San Donato di Ninea

Luigi Gigiotto Bisignani 

Emigrazione giovanile: una ferita aperta anche per San Donato di Ninea

La fotografia racconta più di mille parole: una valigia pronta, ordinata con cura, sopra cui è poggiata una corona d’alloro. Non è solo un simbolo di laurea, ma il segno di un traguardo che, troppo spesso, coincide con una partenza. È l’immagine concreta di ciò che accade da anni in Calabria: i giovani studiano, si formano, crescono… e poi vanno via.

Dal 2005, la regione ha perso circa 100 mila ragazzi tra i 25 e i 35 anni. Numeri che non sono freddi dati statistici, ma storie, sogni e identità che si allontanano. E questa realtà colpisce con forza anche i piccoli centri, come San Donato di Ninea, che insieme a tanti altri paesi calabresi vive quotidianamente questo svuotamento silenzioso.

A San Donato di Ninea, ogni partenza lascia un vuoto doppio: nelle famiglie e nella comunità. Le strade si fanno più silenziose, le case si chiudono, le tradizioni rischiano di perdere continuità. I giovani che partono non lo fanno per mancanza di amore verso la propria terra, ma per necessità. Cercano lavoro, opportunità, riconoscimento. Cercano ciò che, troppo spesso, qui non trovano.

Eppure, il legame resta forte. Ogni valigia che parte porta con sé non solo vestiti e libri, ma anche radici profonde: l’odore della terra, i ricordi dell’infanzia, le feste di paese, gli affetti. San Donato di Ninea non è solo un luogo da cui partire, ma un punto fermo a cui tornare, almeno con il cuore.

Il problema dell’emigrazione giovanile non è solo economico, ma anche sociale e culturale. Riguarda il futuro stesso dei nostri territori. Senza giovani, un paese perde energia, innovazione, prospettiva.

Serve una riflessione seria e concreta: creare opportunità, valorizzare le risorse locali, investire nei piccoli centri come San Donato di Ninea e tutti i paesi calabresi. Perché una terra che costringe i suoi figli a partire è una terra che rischia di spegnersi.

Quella valigia nella foto non dovrebbe essere un punto di arrivo, ma una scelta. E restare dovrebbe tornare a essere possibile.

Luigi Gigiotto Bisignani 

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3 commenti

  1. Un testo che colpisce per la sua semplicità e verità. L’immagine della valigia con la corona d’alloro è potente perché racchiude in sé orgoglio e malinconia: il successo di un percorso e, allo stesso tempo, la necessità di lasciare ciò che si ama.

    Questa riflessione mette in luce una ferita che non riguarda solo la Calabria, ma che nei piccoli centri come San Donato di Ninea diventa ancora più evidente e dolorosa. Qui ogni partenza non è solo un numero in meno, ma un pezzo di comunità che si perde, un legame che si allenta, una speranza che si sposta altrove.

    Colpisce soprattutto il passaggio in cui si sottolinea che i giovani non partono per mancanza di amore, ma per necessità. È una verità che spesso viene dimenticata: chi va via porta con sé nostalgia, non indifferenza.

    Il messaggio finale è forse il più importante: restare deve tornare a essere una possibilità reale, non un sacrificio. Perché un territorio vive solo se offre futuro, non solo memoria.

    Un commento lucido, sentito e necessario.

    • Giovanni il 3 Maggio 2026 alle 14 h 59 min
    • Rispondi

    Gigi caro il problema più in generale è italiano . Tutti i giovani, quelli più bravi , vanno via dall’Italia . Io ho l’esperienza di mio figlio Francesco che prima era in Francia e poi è passato in Olanda all’agenzia spaziale e un po di tempo fa gli avevano proposto un lavoro in Italia da fame . Lo stato non fa nulla per attirare questi giovani che si sono formati anche all’estero . Mio figlio si è formato anche a Boston a mit ma perché tanti giovani come lui non hanno una corsia preferenziale per tornare ed insegnare ad altri ciò che hanno imparato . I nostri politici sono ciechi

    1. Carissimo Giovanni,
      Capisco perfettamente la tua amarezza, ed è difficile non essere d’accordo sul fatto che molti giovani talentuosi lascino l’Italia per mancanza di opportunità adeguate. L’esperienza di tuo figlio lo dimostra chiaramente: chi ha competenze elevate spesso trova all’estero riconoscimento e condizioni migliori.

      Detto questo, ridurre tutto al fatto che ‘i politici sono ciechi’ rischia di semplificare troppo un problema complesso. Ci sono responsabilità politiche, certo, ma anche questioni strutturali: mercato del lavoro rigido, investimenti insufficienti in ricerca, scarsa connessione tra università e imprese.

      Hai ragione però su un punto fondamentale: manca una strategia seria per far rientrare i talenti e valorizzare chi si è formato fuori. Non servono solo critiche, ma politiche concrete e continuità nel tempo.

      Il problema non è che non vedono, è che spesso non agiscono abbastanza — e questo pesa su un’intera generazione.

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