Luigi Gigiotto Bisignani
“L’umanità deve porre fine alla guerra,
o la guerra porrà fine all’umanità.”
È un monito inciso nella terra,
un’eco che brucia nell’eternità.
La guerra è un fuoco che, quando si afferra,
divora la mano che l’ha accesa già.
Nasce da un uomo, da un’ombra, da un errore,
ma presto diventa più grande di lui;
non sente misura, non prova timore,
trascina confini, trascina i “noi” e i “voi”.
Non resta mai dove ha messo radice,
non chiude la porta che ha scardinato;
attraversa le case, la pelle, le cicatrici,
si annida nel figlio che ancora non è nato.
Cammina nei corpi, nei sogni interrotti,
nelle madri che aspettano un passo al portone;
si nutre di nomi nei marmi corrotti,
di silenzi più lunghi di una nazione.
Per questo l’umanità deve scegliere ora:
spegnere il seme prima del suo fiorire,
disinnescare l’odio che implora
sistemi feroci pronti a colpire.
Ogni vita è un mondo che chiede rispetto,
un volto che nessuna ragione di Stato
può ridurre a numero, a puro concetto,
a prezzo politico già calcolato.
La pace non è un sogno lontano,
né un fragile lusso da tempi migliori:
è un gesto quotidiano, una stretta di mano,
è cura paziente di crepe e timori.
È ascolto che frena la furia nascente,
è limite posto al proprio potere,
è dire “basta” con voce presente
quando sarebbe più facile tacere.
La pace è scegliere, ancora, ogni giorno,
di non delegare al fragore la via,
di non lasciare al buio il governo
dei nostri destini, della nostra umanità.
Luigi Gigiotto Bisignani


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Il testo di Luigi Gigiotto Bisignani si configura come una meditazione poetica e civile sul celebre monito pronunciato da John F. Kennedy, trasformandolo in una riflessione intensa e profondamente contemporanea.
Fin dai primi versi, la guerra viene rappresentata non solo come evento storico o politico, ma come forza primordiale e autodistruttiva: “un fuoco che divora la mano che l’ha accesa”. L’immagine è potente perché ribalta l’illusione del controllo: chi scatena la guerra non ne resta padrone. Il conflitto nasce da un errore umano, da un’ombra interiore, ma cresce oltre la volontà individuale, assumendo una dimensione collettiva e inarrestabile.
Particolarmente incisiva è l’idea che la guerra non si limiti ai campi di battaglia: attraversa le case, si insinua nelle generazioni future, si annida “nel figlio che ancora non è nato”. Qui la poesia tocca il tema della memoria e dell’eredità del dolore. La guerra non finisce con un trattato: continua nei traumi, nei silenzi, nei vuoti lasciati nelle famiglie e nelle nazioni.
Di grande forza morale è anche la denuncia della disumanizzazione: nessuna “ragione di Stato” può ridurre una vita a numero o a calcolo politico. Questo passaggio richiama la responsabilità etica dei governi e, insieme, quella dei cittadini. La pace non è presentata come utopia astratta, ma come pratica concreta: ascolto, limite, coraggio di dire “basta” quando sarebbe più facile tacere.
Il cuore del testo sta proprio qui: la pace è una scelta quotidiana, non un evento straordinario. È un atto di volontà collettiva, un esercizio costante di responsabilità. La chiusura ribadisce che delegare al “fragore” significa rinunciare alla propria umanità; scegliere la pace, invece, significa custodirla attivamente.
Nel complesso, il componimento si distingue per chiarezza espressiva, coerenza tematica e forte tensione etica. È una poesia civile che unisce immagini evocative e riflessione morale, trasformando un monito storico in un appello universale e sempre attuale.