L’arrivo a San Donato

Luigi Bisignani appena ricevuto dall’amico Pietro….

Primo Capitolo del mio nuovo romanzo – l’arrivo a San Donato

 

 

Caro Luigi,
in prossimità delle vacanze sandonatesi ed in attesa del 7 di agosto ti inoltro un secondo estratto del mio romanzo inedito ambientato tra San Donato e New York che condivido con piacere con la comunità virtuale sandonatese.

Un abbraccio e buone ferie

Pietro

Tratto dal Romanzo “II-V-I” di Pietro Viggiani

7 Agosto 2005

Rocco finalmente liberò i cavalli della sua 147.

La Salerno – Reggio Calabria era ancora un cantiere a cielo aperto.

Il viaggio da Roma assumeva, sin da quando era bambino, i contorni di un’epopea.

Passata l’uscita di Campotenese l’autostrada tornò a due corsie. L’adrenalina annientò la stanchezza per le quasi otto ore trascorse solitario al volante, buona parte fermo in coda tra tratti dissestati e corsie uniche alternate sui due sensi di marcia.

Schiacciò il piede sull’acceleratore e si lanciò giù per la discesa. L’estate era esplosa prepotente, le vacanze stavano per cominciare. Il buon umore tornò all’interno dell’abitacolo, la prospettiva di trascorrere due settimane nella quiete del paese d’origine del padre gli fece dimenticare in un batter d’occhio Milano e la frenesia del quotidiano.

«San Donato, arrivo!» pensò fischiettando dietro le canzoni diffuse da “Radio Libera Bisignano”.

Superata la zona del Pollino, le montagne lasciarono il passo a colline di uliveti e pescheti, vigneti e agrumeti. Rocco trasalì, bastò uno squarcio di macchia mediterranea per renderlo felice.

Oltrepassò la piana di Sibari mantenendo l’andatura costante sui centocinquanta chilometri orari e superò il penultimo svincolo autostradale: “Altomonte Km 5,5”.

La sua corsa spasmodica giunse al termine in pochi minuti. Azionò la freccia e rallentò per imboccare la rampa d’immissione sulla strada provinciale; giunto a un incrocio, si fermò.

Lesse fieramente “San Donato di Ninea” tra i diversi cartelli di segnaletica e diede un leggero, quasi impercettibile, colpo all’acceleratore.

Imboccò un sentiero che aveva il sapore di ritorno al passato, l’entrata in un’epoca dove il tempo scorreva lentamente. Avrebbe staccato la spina per due settimane e messo da parte i ritmi convulsi delle giornate lavorative come si fa con un abito conservato sotto naftalina al cambio di stagione.

Spense il condizionatore mantenendo una leggera pressione sul pedale; poi abbassò il finestrino con l’indice della mano sinistra, delicatamente, come un pianista. L’abitacolo si riempì di un mix di profumi di finocchietto selvatico e rosmarino che, trasportati da un’ondata di aria calda e secca, penetrarono le narici.

Accese una sigaretta e si fece catturare dai colori della campagna, dai rumori dei trattori, dalle gesta dei contadini all’opera, dalle ombre dei pini e dei cipressi proiettate nei campi, dalle nuvole sospinte dal vento.

La strada cominciò a salire. Spense la sigaretta e infilò un cd nella fessura dello stereo. L’abitacolo, avvolto nel brusio del vento, si riempì delle note di un cantautore italiano che amava la Calabria forse più di Rocco.

«Non sarò mai libero come lui» si disse catturato da quel “ma il cieloooo è seeeeempre più blu” scandito a squarciagola dietro il ritornello della canzone.

La vettura giunse alla fine della strada giusto ai piedi della montagna. Gettò lo sguardo in lontananza e intravide il villaggio arroccato in cielo. Poi tornò a guardare la strada e, come ogni anno, rimase disgustato. San Donato si stava estendendo scriteriatamente. L’abbondanza di terreni incolti del fondo valle aveva dato l’opportunità a diversi paesani di costruire abitazioni grandi e faraoniche, false regge per ostentare una ricchezza effimera e volgare.

Rocco osservò indignato gli scheletri delle ultime ville in costruzione. Una sembrava il castello della famiglia Addams, tetro e circondato da pipistrelli e avvoltoi. Almeno così lo immaginava.

Passò dinanzi al bivio tra la statale e la provinciale. Alzò la mano per salutare i fratelli Trovatello e Francesco il tabaccaio, poi imboccò la salita verso il Pantano, un percorso incantevole, stretto, simile a una chicane dei circuiti di Formula Uno che percorreva in accelerazione sfiorando la parete rocciosa alla sua destra. Intravide la chiesetta dove la strada curvava a gomito in direzione del centro abitato, e diede un ultimo furente colpo di gas.

Giunto sullo sterrato del Pantano, frenò lasciandosi alle spalle una striscia di polvere. Scese e si avvicinò a una fontanella, si chinò con le labbra protese in avanti lasciando che l’acqua gli ghiacciasse i denti. Tirò su il busto, respirò profondamente e venne catturato da una visione che non smetteva mai di ammaliarlo.

U paisi si adagiava solenne sulla collina a dominare la vallata protesa a ovest verso il Mar Tirreno e a est verso lo Ionio. Per Rocco era una visione rassicurante come l’abbraccio premuroso di una madre, una cartolina in bianco e nero sbiadita ma piena di ricordi. Non solo dei mesi estivi trascorsi durante l’infanzia spensierata; richiamava alla mente anche il nonno scomparso nel 1979. Come in uso nel meridione, ne aveva ereditato nome e cognome: Rocco Pucciani. L’imponente casa costruita dal nonno giaceva ai piedi del villaggio, nella zona chiamata u Giruni, arroccata sull’angolo destro, quasi sospesa per aria, allo stesso tempo tanto solida da sostenere il peso dell’intero villaggio.

Era come la carta di un castello di carta in equilibrio precario posta proprio sul fulcro della base.

Se rimossa, avrebbe fatto crollare l’intera costruzione.

U paisi si estendeva in altezza a ottocentocinquanta metri sopra il livello del mare, circondato dai boschi di faggio e castagno. Sulla rupe rocciosa sovrastante il centro abitato si ergeva la chiesa madre, “ra Terra”, da lì si potevano vedere e quasi toccare le stelle e controllare quanto accadeva in basso, tra i vicoli del villaggio.

Era ora di pranzo, l’aria di montagna gli aveva aperto una voragine nello stomaco. Zia Mimma, conosciuta ai più come zi’ Micuzza, sorella del padre, stava di certo infornando la pasta imbottita, una bomba calorica che lo avrebbe rimesso in sesto dopo le fatiche dei mesi trascorsi a sgobbare.

Montò nuovamente in macchina e riprese i tre chilometri di curve e tornanti in salita verso casa. Ci mise un minuto, scalando in seconda per dare aderenza in curva e accelerando in terza sui tratti meno impervi. Portò la mano alla fronte per il segno della croce quando passò di fianco al cimitero e si lanciò sugli ultimi due tornanti. Inchiodò davanti la porta di casa, scese celermente recuperando una custodia rettangolare in pelle nera e alcuni quaderni. Poi, finalmente, bussò.

Sentì i passi di zia Micuzza muoversi frettolosamente dalla cucina e la sua voce stridula esclamare: «bell’i zia, sì arrivatu! »

Pietro Viggiani

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1 commento

    • Marta Rosa Martinez Ambrosini il 3 Agosto 2015 alle 19 h 43 min
    • Rispondi

    BELLISSIMO RACCONTO E QUANTA NOSTALGIA DEL PAESINO!POSTI CHE RIMANGONO IMPRESSI PER SEMPRE!

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