STUÒZZI Ì STÒRIA. (parte seconda)

Luigi Bisignani

Ecco arrivata la seconda parte  di :STUÒZZI Ì STÒRIA

 

 

STUÒZZI Ì STÒRIA. (parte seconda)

Minùcciu bbì cùnta cà, i fèsti sù còs’àntìchj….

Capùdànnu– Nella tradizione romana l’inizio d’anno era fissato al 1° marzo. Giulio Cesare, nel 46 a.C. promulgo il “calendario giuliano”, fissando l’inizio d’anno al primo giorno del mese dedicato al dio Giano (da cui il nome “Gennaio”). La scelta del mese non era casuale, essendo Giano divinità “bifronte”, che guardava al passato ed al futuro e quindi alla fine ed all’inizio di ogni anno come un padrone del tempo.

I festeggiamenti che si tenevano in onore del dio Giano vennero adottati e trasferiti in toto alle celebrazioni per l’arrivo del nuovo anno.

Dalle nostre parti il capodanno romano restò tradizione fino all’arrivo dei bizantini, i quali imposero il loro calendario nel quale l’inizio d’anno era fissato al primo settembre.

In molti paesi europei era in uso il calendario giuliano e vi era un’ampia varietà di date che indicavano il momento iniziale dell’anno. Tra queste citiamo il 1° marzo (capodanno nella Roma repubblicana), il 25 marzo (Annunciazione del Signore) o il 25 dicembre (Natale).

Solo con l’adozione universale del Calendario Gregoriano (dal nome di papa Gregorio XIII, che lo approvò nel 1582), la data del 1° gennaio come inizio dell’anno divenne infine comune.

L’ultima variazione alla data del capodanno è stata apportata dal fascismo, che istituì al 28 ottobre, data della marcia su Roma, il capodanno fascista, affiancando alla data ”gregoriana” gli anni dell’era fascista , il cui primo datava dal 28/10/1922  al 28/10/1923 e ciò fino al 25/4/1945.

Il “cuore dell’inverno”, ossia il periodo fra il 21 dicembre ed il 6 gennaio, coincide con una serie di “capo d’anno” legati al solstizio d’inverno, periodo in cui molte popolazioni festeggiavano l’inizio di una nuova stagione e la rinascita del sole.

La Chiesa, per cristianizzare questo periodo dell’anno, vi ha inserito solennità, quali Natale, la festa di santo Stefano al 26 dicembre, il 1° gennaio dedicato alla Santa Madre di Dio, l’Epifania ed il battesimo di Gesù, nella prima domenica dopo l’Epifania.

Circa la consuetudine di “sparare” in occasione del capodanno, è usanza che risale ai rumorosi riti propiziatori per spaventare e scacciare spiriti malvagi, demoni e streghe, tutte entità che del periodo invernale la facevano da padroni.

Nel primo giorno dell’anno, presso i romani era uso invitare a pranzo gruppi di amici e scambiarsi un vaso contenente miele datteri e fichi. Il dono, per buon augurio, era accompagnato da ramoscelli di alloro raccolti da un boschetto presso il monte Velia, dedicato alla dea Strenia, apportatrice di fortuna e felicità, da cui il nome strenna, per i regali legati a feste, il cui significato primigenio era appunto di “augurio”.

I sandonatesi festeggiavano il capodanno trascorrendo la prima parte della nella notte fra il 31 e l’1, cenando con amici e parenti e talvolta ballando. Al cadere della mezzanotte vi era l’usanza di sparare un paio di cartucce ccù dùibbòtti ma con moderazione, tanto per scacciare l’anno vecchio e, con esso, tutte le negatività.

Pìfanìa– Deriva dal greco “epiphaneia”, manifestazione, apparizione, tratta dal greco antico epifaìno, mi rendo manifesto, da cui il termine latino “pifania”, visibile.

L’epifania, presso i romani, era festa di origine pagana già dal II secolo a.C. e dai tempi di S. Giovanni Crisostomo. associata alla natività di Cristo.

Nell’antichità, il 6 gennaio, era festa del solstizio invernale paleo-egizio. Nello stesso giorno ricorrevano altre solennità pagane, quali la festa di Iside, di Holla, del battesimo di Osiride, questo in ambito mediterraneo.

Nel mondo cristiano, il 6 gennaio ricorda e commemora la visita dei re magi alla grotta di Betlemme, l’incontro con Gesù bambino, la consegna delle offerte (oro,incenso e mirra) e la loro conversione alla nuova dottrina.

E proprio dalla tradizione relativa ai doni dei magi, nasce la consuetudine dei doni ai bambini, in occasione della festa dell’epifania, usanza e memoria che col tempo e transunta nell’identità della Befana, ciò solo per scopi meramente commerciali.

L’Epifania (nome completo è l’Epifania del Signore), è una festa cristiana celebrata dodici giorni dopo il Natale (il 6 gennaio per le Chiese occidentali che seguono il calendario gregoriano; per quelle orientali, che seguono il calendario giuliano, ricorre il 19 gennaio).

E una delle massime solennità cristiane, celebrata assieme alla Pasqua, al Natale, alla Pentecoste, all’Ascensione ed è festa di precetto. Nei Paesi dove non è riconosciuta festività civile, la celebrazione si tiene nella domenica cadente fra il 2 e l’8 gennaio.

Presso gli antichi greci, epifania era termine utilizzato per indicare l’agire od il manifestarsi di una qualsiasi divinità.

Tito Flavio Clemente, teologo del 150 d.C. circa, attesta in alcuni documenti che le prime comunità cristiane, in Alessandria, amavano celebrare la Natività di Gesù Cristo (con essa anche l’Epifania), come “manifestazione del Signore al mondo”, ciò nel 15º giorno del mese di Tybi (antico calendario alessandrino), data che corrisponderebbe al 6 gennaio del calendario attuale

Comunità cristiane orientali, nel III secolo, associarono l’epifania ai tre segni che rivelavano la natura divina del Cristo, ossia, l’adorazione da parte dei re magi, il battesimo di Gesù adulto nel Giordano, e il primo miracolo di Gesù a Cana.

L’Epifania, riferita al solo battesimo di Gesù, fu riconfermata dal teologo Epifanio (uno dei padri della chiesa cattolica) e doveva ricadere 12 giorni dopo la ricorrenza del Natale (probabilmente per assorbire gli antichi simbolismi del numero 12, dei precedenti riti pagani del sol invictus).

L’origine della festa di commemorazione del battesimo di Gesù sembra risalga al II secolo. Era celebrata dalla setta degli gnostici basilidiani, i quali credevano che l’incarnazione di Cristo, fosse avvenuta al suo battesimo e non alla nascita.

Eliminati gli elementi gnostici, la festa dell’epifania venne adottata dalla chiesa cristiana orientale. e verso il IV secolo, si diffuse in occidente, dove, nel V secolo, fu accolta nella Chiesa di Roma. L’Epifania è festeggiata in tutta la penisola italiana, con usi e tradizioni popolari diverse, una delle quali sostiene che la notte dell’Epifania è magica, perché gli animali, nei boschi e nelle stalle, parlino tra loro

Tra le leggende, la più misteriosa, popolare e diffusa, è quella della vecchietta che, a cavallo di una scopa, la notte tra il 5/6 gennaio, entra nelle case e porta doni e dolciumi ai bambini “buoni” e carbone a quelli “cattivi”.

Altra leggenda, riporta che la Befana, la notte in cui passarono i Magi, era così presa dalle faccende domestiche, da non potersi occupare di loro. Attese il loro ritorno, ma i Magi presero un’altra strada e così, ogni dodicesima notte dopo il Natale, va in giro con la scopa con la speranza di poterli incontrare.

La simpatica vecchietta dei nostri ricordi infantili, pare non abbia molto a che fare con la tradizione ed il significato religioso della ricorrenza, mentre taluni ritengono sia la personificazione di Madre natura dispensatrice di doni.

Il 6 gennaio era data importante, sin dall’antichità pre-cristiana. I romani festeggiavano l’inizio d’anno, con celebrazioni in onore del dio Giano e della dea Strenia. Ai tempi di Aureliano, dal 25 dicembre e per 12 giorni consecutivi, si faceva bruciare un tronco di quercia, il cui carbone donava benefici e recava fortuna. Nelle 12 notti precedenti il 6 gennaio, la dea Diana volava in cielo, con altre figure femminili, per rendere il terreno più fertile (da questa circostanza se ne ricava il riferimento alla “vecchietta” le cui connotazioni sembrano antichissime).

La befana e una tradizione tutta italiana e dei miei ricordi di bambino, resta l’ansia con la quale la sera del 5 gennaio appendevo una calza al traverso in legno del caminetto e la fretta di lasciare il letto la mattina del 6, per verificare in cosa consisteva il regalo. Lo standard generalmente comprendeva un arancio od uno o più mandarini, cioccolatini, formaggini, dolci casalinghi, per i più fortunati qualche giocattolo e l’immancabile pezzo di carbone, per tutti.

Erano “povere cose”, adeguante a tempi che il consumismo ed i suoi regali dispendiosi non avevano ancora corrotto.

Sulla tradizione della calza vi sono diverse teorie. Una ipotesi prende spunto dalla leggenda che Numa Pompilio avesse l’abitudine, durante il solstizio d’inverno, di appenderne una all’interno della grotta di una Ninfa per ricevere doni.

Qualunque sia stata l’origine della tradizione e della storia della Befana, per me finì durante la frequenza della prima elementare. La sera del 5 gennaio 1952, mia madre, spediti a letto i fratelli più piccoli, mi trattenne per aiutarla a confezionare le calze, così, senza spiegazioni, anzi, prendendomi in giro per via dei lucciconi che avevo negli occhi, tanta era la delusione per il brusco tramonto di un mito infantile. Perché io, all’esistenza della befana, da bambino avevo dato molto credito.

– Sàntàntòniu-Sant’Antonio è stato un Santo molto importante ed è venerato, quale protettore di animali, dagli esseri umani legati al mondo agro-pastorale. In suo onore, il 17 gennaio, nel nostro paese si teneva una fiera dedicata esclusivamente agli animali.

L’iconografia ce lo presenta con saio e bastone, circondato da animali, fra i quali appare sempre un suino in posizione molto vicina al santo, spesso ai suoi piedi.

Sant’Antonio abate, nel sandonatese, fino gli anni quaranta era oggetto di particolare devozione e le celebrazioni, presso la sua chiesetta nell’omonimo rione, vedevano folta presenza di allevatori ed agricoltori.

Il prete, titolare della parrocchia, si recava a benedire le stalle dove spesso veniva appesa un’immagine del santo, raffigurato con saio, bastone e campanella e circondato da animali domestici.

La storia ci dice che Antonio era un eremita di origine egiziana, il quale divenne protettore degli animali per casualità. Nacque intorno al 250 a Coma (oggi Qeman), sulla riva occidentale del Nilo e non lasciò mai dall’Egitto.

A vent’anni, abbandonò la casa paterna e tutti i beni, rifugiandosi tra antiche tombe, in una zona deserta dell’Egitto da dove raggiunse poi il Mar Rosso, sulle cui rive restò eremita per ottant’anni. Pare sia stato tanto longevo da raggiungere i 106 anni d’età e morire il 17 gennaio 356. Il suo corpo venne seppellito in luogo segreto e casualmente ritrovato nel 561.

Le sue reliquie furono oggetto di lunga migrazione, da Alessandria, a Costantinopoli e poi in Francia, dove nell’XI secolo, a Motte-Saint-Didier, in suo onore fu costruita una chiesa presso la quale si costituì la congregazione degli antoniani. L’intitolazione della congregazione a Sant’Antonio, deriva dalla traslazione di reliquie del santo dall’Oriente (verso la fine dell’XI secolo), a Bourg St.-Antoine, nei dintorni di Vienne.

Altra tradizione vuole che nel 311 difendesse i cristiani perseguitati da Massimino Daia; nel 335, in Alessandria combatté gli Ariani e terminata la battaglia, tornò al suo eremo, dove morì circa venti anni dopo. Nella storia di Antonio, fin qui nulla giustifica la sua elevazione a protettore degli animali, seppur siano presenti, sotto vesti di bestie feroci (leoni, orsi, leopardi, serpenti, tori, aspidi, scorpioni e lupi), che incarnavano le tentazioni diaboliche che lo turbavano durante la notte.

La devozione popolare nasce dopo il 1095, dopo la fondazione degli ospitalieri di Sant’Antonio (poi trasformata in Ordine da Bonifacio VIII), con scopo specifico la cura dei malati di “erpes zoster” (detto “fuoco sacro o di Sant’Antonio”). Gli stessi ospitalieri furono chiamati a riparare i danni causati da una epidemia di ergotismo, infezione diffusasi in Francia in seguito all’uso di farina infettata dal fungo della segala cornuta.

Principale fonte di sostentamento di questi ospedali (che nel frattempo vennero aperti nel torinese (Raverso, 1170) ed anche a Milano, Mantova, Bergamo, Brescia, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Fidenza, Parma e Piacenza), era l’allevamento dei maiali, i quali, grazie a privilegi, potevano pascolare liberi all’interno della città, in deroga a molti statuti comunali.

Dalle suddette circostanze, nasce l’iconografia del santo, raffigurato col maialino e con i simboli del fuoco (richiamo all’ergotismo e forse anche ai falò invernali di pratiche rituali ancestrali).

Altro particolare distintivo del Santo era la Tau, (una croce la cui forma ritrae il simbolo “t” dell’alfabeto greco), che assunse il rango di stemma della congregazione e per questo, cucito sui mantelli dei frati e scolpito sulle porte degli ospedali di sant’Antonio.

Altra agiografia vede S. Antonio seppellire la salma dell’eremita Paolo, nel deserto della tebaide, aiutato da un leone. I seguaci tenevano presso gli eremi dei maiali (simbolo del male), allevati e cresciuti, in virtù di speciale autorizzazione del Papa. Col tempo i suini persero la loro connotazione impura, furono sacralizzati e per questa pratica a noi cristiani è permesso consumarne le carni (a differenza di quel che accade per ebrei e musulmani, per i quali il maiale è impuro).

Rimane nella tradizione cattolica, il benedire gli animali domestici sul sagrato delle chiese.

Tradizione popolare narra che nella notte del 17 gennaio (ricorrenza della morte del Santo), gli animali parlino tra loro, ma origliare e sentire ciò che dicono, pare sia di malaugurio per gli umani.

È stato l’ambiente contadino che ha eletto Sant’Antonio protettore degli animali domestici, specie il maiale, al quale si sono poi aggiunti i bovini e tutto l’altro bestiame presente nelle immagini popolari.

A parte le funzioni di carattere religioso (messa e processione nel rione) e la fiera degli animali, non ho memoria di usi e tradizioni particolari per la ricorrenza di San Antonio.

Cànnilòra– La ricorrenza ha radici antichissime ed era molto sentita in ambiente contadino, perché segnava il passaggio dall’inverno alla primavera.

Nel mondo pagano, le celebrazioni del mese di febbraio erano propiziatorie per la fertilità delle terre e per i buoni raccolti.

La candelora si celebra nel mese di Febbraio ed il termine latino ”februaris”, evoca riti purificatori, perché “februare” aveva significato di purificare, espiare, tanto che per la cerimonia pubblica di purificazione le donne giravano le strade con fiaccole accese, quale simbolo di luce.

I romani, per le calende di febbraio, di notte illuminavano gli abitati con fiaccole e candele (da qui il nome candelora), ciò in onore della dea Giunone, madre del dio della guerra Marte, implorato perché concedesse la vittoria contro i nemici.

La festività pagana veniva dedicata anche a Cerere ed ai Lupercali, con significato di purificazione, rinnovamento, celebrazione del ritorno della luce e risveglio della natura, dopo il “sonno” invernale.

Paga Gelasio, fra il 492 ed il 496, “cristianizzò” la festa (che prese il nome di “quadragesima de Ephifania”), dedicandola alla purificazione di Maria Vergine, in questo assimilata a tutte le donne ebree.

Difatti, dopo il parto, anche Maria si sottopose al prescritto periodo di isolamento (sorta di quarantena dettata da precauzioni igieniche, seppur codificate sotto la forma di pratica religiosa), e solo dopo la purificazione poté presentare il figlio al tempio

Nel VII secolo, papa Sergio rese istituzionale la festa fissandola al 2 febbraio, con ciò rifacendosi ad una festa della chiesa d’oriente, celebrativa della presentazione al tempio di Gesù (luce che illumina le genti) e della purificazione di Maria.

Nella tradizione calabrese, i riti della Candelora, un tempo erano strettamente collegati col Carnevale e con la Quaresima.

Oltre alla cerimonia della benedizione delle candele, in questa giornata, vi era il tradizionale ritrovo, con amici e parenti, per un pasto conviviale a base di pasta fatta in casa (màccarùni à fusìddhj), condita col sugo di carne di maiale appena macellato e seguita da spuntature cotte nel sugo, il tutto accompagnato da sottoli e sottaceti vari. Anticamente, si consumava questo menù, per prepararsi ai giorni di magro del periodo quaresimale.

 

Minucciu

Aprile 2022

 

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1 commento

    • Francesco Borrello il 2 Febbraio 2024 alle 16 h 41 min
    • Rispondi

    Bellissime storie tra antiche leggende e antiche verità…con esse riaffiorano ricordi e sogni e profumi mai umiliati…❤️

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