Dic 11 2020

Come eravamo:Quìru chì sùccidìadi ntò ‘48

Luigi Bisignani

In questo “PERIODO NERO” un po di storia PAISANA non fa male ,allora vi auguro un buon pomeriggio ritornando indietro nel 1948….

 

 

Mìnuccièddhu bbì cùnta Stuòzzi ì stòria:

Quìru chì sùccidìadi ntò ‘48

Nel 1848 (e negli anni precedenti e successivi), le popolazioni del regno delle due sicilie furono protagoniste di vari episodi di “ribellione”.

Una di queste rivolte, nelle nostre terre, vedeva protagonista la classe dei contadini e dei braccianti, ridotta in miseria perché impoverita dai “furti” della classe dè gàlantuòmini, i quali, nel tempo si erano impadroniti, sia delle terre demaniali usurpandole, sia delle proprietà ecclesiastiche, messe sul mercato e da loro acquisite in blocco ed a prezzi che la povera gente non poteva pagare.

A quei pochi del “popolo basso” che erano riusciti ad opzionare qualche piccola proprietà, venne negato ogni aiuto ed in beve parecchi si trovarono sommersi dai debiti e costretti a cedere proprietà faticosamente acquisite.

In assenza di lavoro (le terre da coltivare scarseggiavano visto che parecchi proprietari preferivano tenerle incolte per non rischiare la distruzione dei seminati), tanta povera gente si trovò costretta ad ingegnarsi per non morire di fame.

Acchjàncùnu ‘nfrà ggènti bbòna ccù fràma ì càpupòpulu, pur di recar fastidio ai borbonici del sandonatese (e far sbarcare il lunario alla gente che pativa la fame), gà spàsu vùci c’ò sàli vàlìadi àncòra e cà ‘ntò chjànu ì tàvulàru sì pùtìa tùrnà scàvà à vèna i sàli chì ghèra stàta cùmmigghjàta gànni àrriètu.

La faccenda era sicuramente organizzata dai comitati anti-borbone perché, oltre i sandonatesi, a chjànu ì tàvulàru si riunì gente proveniente dai comuni di Verbicaro, Mormanno, Orsomarso, Lungro Saracena, in armi ed attrezzi per scavare il sale e difendersi dall’intervento dello stato.

Nelle nostre terre vi è una grande falda di salgemma che attraversa il sottosuolo e che fa parte di una lunga vena sotterranea che dai nostri monti dirama verso la pre-Sila, e prosegue sino a Cirò e Belvedere di Spinello.

Sui monti dell’Orsomarso, in località Piano di Tavolaro, questo filone di cloruro di sodio affiora quasi a livello del suolo e nel corso dei secoli il minerale è stato anche oggetto di prelievi abusivi da parte delle popolazioni che gravitano attorno al massiccio montuoso. Pare che anche i romani della colonia di Copia, costruita sulle rovine dell’antica Sibari, si rifornissero di quel sale.

Ed è proprio da Tavolaro che passava la famosa vìa dò sàli per la costa tirrenica, unica via di comunicazione realizzata per il trasporto del minerale di salgemma estratto a Tavolaro, sin dai tempi antichi ed a Lungro in tempi a noi più vicini.

Fino a metà del ventesimo secolo i paesi ubicati sul versante pedemontano tirrenico venivano riforniti del sale della miniera di Lungro per mezzo di carovane di muli che percorrevano questa pista di montagna.

La stessa strada, percorsa di giorno dai trasportatori del monopolio, nelle ore di tarda sera od al mattino prima dell’alba veniva percorsa da povera gente che si arrabattava per guadagnare qualche lira facendo contrabbando del minerale che riusciva a recuperare fra gli scarti della miniera di Lungro o con quel poco che riusciva a scavare à chjànu ì Tàvulàru, eludendo la sorveglianza posta in essere dai concessionari che agivano con l’esclusiva del monopolio.

Per molte famiglie indigenti dei comuni limitrofi le miniere (fra i quali San Donato, non ancora di Ninea) e la cui economia poverissima si reggeva in pratica del magro reddito agro-pastorale, il contrabbando di piccole quantità di salgemma sottratte a Lungro o scavate a Tavolaro erano l’unica fonte di guadagno e sostentamento. Il ricavato della vendita abusiva, in un sistema di reale contrabbando che eludeva l’aggravio del fisco rappresentava un vantaggio per gli acquirenti ed il sicuro guadagno per numerose famiglie.

La apertura “abusiva” della miniera di Tavolaro venne segnalata alle autorità e l’intervento dello Stato in quella sperduta area montana fu deciso ed inesorabile. Le lotte furono cruente e con la repressione il governo soffocò la rivola e con la chiusura della cava, pose termine a quella illegalità che aveva determinato notevoli danni agli privati concessionari dell’arrendo del sale e di conseguenza all’Erario.

Un episodio degli scontri tra le forze militari e le popolazioni presenti a piano di Tavolaro viene citato da Enzo Misefari nel suo volume “Storia sociale della Calabria”, Coop. Edizioni Jaca Book, Milano 1976, autore che a sua volta riprende un contributo del Caldora pubblicato in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania” anno XXIX, 1960, fasc. 1.

In corsivo la descrizione degli eventi:

A questi moti per le terre, aggiungiamo un episodio, anche dell’anno ’48, che può sembrare di lotta operaia, mentre si tratta ancora di un episodio di lotta contadina.

A Verbicaro e circonvicini comuni della Calabria citra, il proletariato agricolo era agitato, come nel resto della Calabria, dal fatto che non avendo terre da coltivare, tutte usurpate dai nuovi latifondisti, né potendo più esercitare i diritti civici nei terreni rubati al demanio, non sapeva in quale direzione volgersi. C’era in quel territorio comunale, in contrada Tavolaro, una salina chiusa dalle autorità di governo. Il sale -ce n’era tanto- scavato e venduto di contrabbando avrebbe dato notevole guadagno e avrebbe alla fine costretto il governo a riaprirla, dando ai paesi in movimento lavoro e pane per centinaia di famiglie. Nei primi giorni del maggio “dugento e più persone a mano armata e già qualche tempo si sono dedicate allo scavo della soppressa salina di Tavolaro, in provincia di Cosenza ed allo smaltimento di quel sale di contrabbando. A quella forza imponente avvalorata dal concorso degli aderenti tra queste popolazioni, è insufficiente la forza doganale” (Dal rapporto del giudicato regio di Verbicaro in data 15 novembre 1848, n. 380)

In realtà la “forza doganale” aveva di fronte le popolazioni di cinque paesi: Mormanno, Lungro, Verbicaro, Saracena e San Donato, compatte nell’idea di sfruttare la miniera e cavarne un guadagno e disposte a battersi per proteggere e difendere i lavori di estrazione del minerale.

Ai precedenti si unirono anche gli abitanti di Altomonte ed Acquaformosa. Le guardie nazionali non erano più di settanta ed inoltre a capitanare erano stati i maggiorenti di San Donato i quali avevano uguale interesse che si forzasse il governo a riaprire l’industria ed il commercio del sale.

Cominciò l’assedio “militare” intorno alla miniera e agli improvvisati minatori. L’ordine era prima di tutto di impedire la vendita di contrabbando del salgemma. Ogni tentativo di rompere la rete di sorveglianza fu stroncato: furono arrestati due contadini che portavano il sale in bisaccia e un terzo che aveva caricato una “vettura” (asino e mulo). Gli arrestati furono denunziati alla gran corte criminale “per furto qualificato commesso”.

La vendetta dei capi della massa al lavoro -certi Cagliolo e Vaccaro di Lungro (uno degli arrestati era fratello del Cagliolo) – non si fece attendere; fu spedita una squadra di 12 contadini sul fondo del comandante delle guardie per distruggere la “mandra” e recargli il massimo danno.

Dopo di che qualcuno parlò di “brigantaggio”.

Non vengono citati i nomi dei “capopolo” che nei paesi del circondario istigarono contadini e braccianti a scavare il sale ed a proteggere tale attività in armi. Le popolazioni si coalizzarono contro le forze armate che le autorità del circondario inviavano a Tavolaro con lo scopo di far cessare l’estrazione del sale, reprimerne il contrabbando e provvedere alla chiusura della miniera.

Qualche lume sui sandonatesi a capo della “rivolta del sale” la ricaviamo in un estratto da Calabria Nobilissima -anno XXXVII nr. 84/85 del 1986- nel quale Raffaele Bisignani cita la testimonianza resa il 21 novembre1848, avanti la Gran Corte criminale di Calabria Citra, dai sacerdoti d. Raffaele Iannuzzi e d. Salvatore Cordasco, testi nel processo contro il notaio don Raffaele Benincasa.

I due sacerdoti riferiscono che era operativa una “setta” (rivendita carbonara, ndr) “installata” in San Donato da Vito Pace da Castrovillari, con “sommo sacerdote” d. Luigi Panebianco e capi d. Raffaele Benincasa, d. Davide Gabrielli ed il di lui padre d. Gabriele, d. Pietro Buono, d. Luigi e d. Saverio Casella, il sacerdote d. Francesco Saverio Iannuzzi, d. Vincenzo Pucciani, tutte persone che con altre si riunivano periodicamente presso l’abitazione del Panebianco a “tenervi carboneria”.

Non è difficile identificare negli aderenti alla “rivendita” sandonatese i capi popolo di sentimenti antiborbonici che suggerirono, incoraggiarono, organizzarono e difesero i compaesani che traevano qualche lira dal commercio del sale.

La faccenda finì come doveva giocoforza finire. L’intervento massiccio delle forze di repressione disperse i rivoltosi, la miniera di Tavolaro venne chiusa, con sollievo degli arrendatori della salina di Lungro, ai quali, il “sale clandestino”, venduto senza aggravi fiscali, aveva causato danni derivanti dal calo nelle vendite.

Di quelle vicende, quànnu ghèra qùatràru nnàju ‘ntiesu n’àzzinnu d’è viècchj.

Mi dispiace che la memoria collettiva abbia steso il velo dell’oblio su un altro pezzo di storia sandonatese; così è accaduto per altre vicende che riguardavano il nostro paese, dimenticate perché forse non è nel nostro costume tener viva storia, tradizioni, ricordi.

L’essere privi di memoria storica non sarebbe circostanza di cui andare fieri od orgogliosi.

Dicembre 2020

Minùcciu

 

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