Ott 24 2020

Cùmu putèra ghèssi:Quànnu tènisi à càputòsta.

Luigi Bisignani

Cùmu putèra ghèssi,un sogno oppure qualcosa che potrebbe realizzarsi ecco come la pensa Minucciu in questo suo,interessante racconto.Buona lettura.

 

 

Cùmu putèra ghèssi:Quànnu tènisi à càputòsta.

 San Donato di Ninea ottobre 2020.

Il neo direttore del museo sandonatese, sollevò gli occhi dal volumetto di storia paesana (gentile omaggio del Sindaco) e volse lo sguardò al panorama che gli offriva l’ampia vetrata del suo ufficio presso l’esposizione permanente, della quale era stato nominato responsabile da pochi giorni.

Ammirava il “grande presepe” dell’antico borgo di montagna che, negli ultimi anni, aveva visto un esponenziale aumento della popolazione e della superficie urbanizzata.

Ai vecchi quartieri (Mòtta, Tèrra, Palìzzi Càpucasàli, Casàli, Sàmmicuòsu , Jùjùlu, Chiàzzanòva, Chiàzzètta, Spilùngura, Chiàzzavècchia, Vanèddhi, Crùcivìa, Sàntucristòfaru, Jardìnu, Finèstri, Siddhàta, Pètracànnia e Giruni) ed alle frazioni (Pùlicastrièddhu, Lìcastru, Mànchi, Cùrticàru, Sàntulàzzaru Gàrcumàno e Ficàra) si erano aggiunti agglomerati di più recente di costruzione nelle località Sàntuvardìnu, Sànt’Antòniu, Pàstini, Cùtura, Pìzzicatìna, Sànta Ròsalìa, Pantànu, Sàntupiètru, Sàntunicòla, Sàntuvilàsu, Madònna dè Gràzzij, Vìnnirànna, Tràvura, Cùmmièntu, Carivòni e rì Vèni

E proprio dò Cùmmientu il funzionario ammirava il panorama sandonatese, sia del paese “antico”, sia dei quartieri nuovi, i quali, architettonicamente, non differivano dal “paese vecchio”, per via che gli amministratori, nel realizzare il “nuovo”, avevano scelto criteri costruttivi uniformi al preesistente e tutto il complesso era stato realizzato col “vecchio” modo di costruire, rivisto ed adeguato ai moderni criteri antisismici e di risparmio energetico

La composita struttura del borgo, pur ingrandito e modernizzato, non aveva perso la sua fisionomia di villaggio montano a struttura rustica

Il museo era stato costruito nel terreno dove residuava, ormai rudere, una porzione di muro del vecchio convento (distrutto dai sandonatesi attorno al 1865), che, dopo un restauro conservativo, faceva bella mostra al centro del cortile.

L’edificio, dotato dei più moderni e sofisticati sistemi di protezione, ospitava numerosi reperti della tradizione e cultura Osco-Lucano-Bruzia, nel tempo rinvenuti, in varie località delle terre sandonatesi, dopo accurate ricerche e scavi che avevano consentito di individuare e recuperare i siti dei villaggi che, fra i trenta ed i quaranta secoli addietro, erano parti costituenti dell’antica Νιναια, la “polis fondata dagli enotri” citata da Ecateo di Mileto nella “Periegesi”.

La scoperta iniziale si doveva alla caparbietà di un emigrato chì s’èra ricuòtu àru paìsi e determinato a verificare se, ‘ntè pìzzi e bànni, azzìnnàti ntè stòrij c’ànnumminàvanu ì tèrri ì sàntudunàtu”, potevano trovarsi tracce della leggendaria Νιναια, da lui ritenuta “culla della civiltà osco-lucano-bruzia”, le cui labili tracce era ancora possibile ritrovare in alcuni toponimi ed in altrettanti termini della parlata sandonatese , nonchè negli usi, costumi e tradizioni più antiche

U’ viècchiu cci s’èra ncàpunùtu, ed’ònsìnni vulìa hjì sènzà truvà quìru c’avìa gàshjàtu ppi nnà vìta, sènza frùttu.

Gìgiàvadi ppì cuòzzi e muntàgni dò paìsi. Vulìa truvà signàli cà Ninàja ghèradi sistùta nta quìri tèrri, à ‘ncumincià a ntè cuntuòrni dà Mùla e passanno ppì cuòzzi e muntàgni ‘nsìnu àr’Angièri.

Ppì gìrià si prìbalièdi e pàgàvadi à jùrnàta a Tonìnu, chì nte terri i sàntudunàtu putia jì àd’uòcchj chiusi.

Avìanu giriàtu ppi simàni sènza àppurà nènti. Nà matìna ghèranu nte Sèrri dè Paratizzi èr’avià piàti l’acqua. Avìanu trùvàtu rìpàru ntà nà cùpa e Tonìnu, guardannu ntè cùntuòrnì, ‘ddhàvìa fàttu nzìnnu a nnà pètra i lìmitu affusa chì màstràvadi cèrti sìgni chì parìanu i sbuòzzi chì fàcìanu i quatrari.

U’ viècchju àvìa àffìttàta ppi nnà bbèlla pìcchj e puà ddh’avìa fàttu fòtografìj c’à Cusènza avìa fattì vìdi à nnù prisìssùri.

L’archeologo disse che erano tracce di incisione antica e che i segni sembravano quelli della lingua osca, precisando che in origine in manufatto poteva indicare una sepoltura o altro luogo sacro.

Suggerì di individuare l’originaria positura. Era importante individuare il luogo da dove il cippo era stato prelevato per essere utilizzato come pietra di confine.

U’ viecchiu avìa piàtu ‘nparòla u prìfissùri e ccù Tonìnu s’erano mìsi à gìrià ppì tèrri i sàntudunàtu. Nà pìcchj avìadi àssistùti a shjòrta e nàta picchi ccjàvìanu fàttu l’uòccju, scavànnu ntè pòsti jùsti àvìanu truvàtu rròbba e se’erano pùru suppurtàti i fissiatùri dè pàisàni chì s’àddummannàvanu cchj giriàvanu a ffà sì’òn purtàvanu mài nènti.

Càputòsta e Tonino tennero il segreto e continuando le ricerche scoprirono l’ubicazione di insediamenti con annesse aree sacre delimitate da stele di granito; pietre votive che recavano segni di scrittura, altre pietre che mostravano stilizzazioni di figure umane e di animali;

Inoltre avevano rinvenuto molte sepolture con corredi funebri; individuato antiche forge con residui della lavorazione dei metalli (ferro, rame, oro), scavato pezzi di metalli fusi, oggetti di terracotta, ornamenti di metallo finemente lavorati, armi, il tutto accuratamente fotografato, ricoperto e lasciato sul posto.

Senza indicarne i luoghi precisi, delle scoperte venne messo a parte sindaco di San Donato il quale, da accorto amministratore, si rese subito conto dell’importanza dei ritrovamenti e della opportunità di sviluppo e rilancio del paese, specie dopo adeguata campagna informativo-pubblicitaria sui reperti.

Di comune accordo venne deciso di tenere il segreto sulla natura dei reperti ed in specie sulla loro ubicazione, questo ad evitare che, tombaroli improvvisati (sàndunatìsi o straini), enti vari, (Soprintendenze, Ente parco, Regione, Ministeri vari) si attivassero per impadronirsi dei reperti e magari disperderli.

Decisero che tutto il materiale era la testimonianza lasciata dagli antichi sandonatesi e questo era un buon motivo che i reperti restassero nelle loro terre senza andare ad arricchire altri musei.

Di conservare il segreto sulla ubicazione si fece carico ù vìècchju e nelle comunicazioni circa il ritrovamento, che il sindaco per legge era obbligato a fare, si menzionarono pochi ed insignificanti pezzi.

Primi ad interessarsi furono Ente parco e Soprintendenza che reclamarono l’indicazione della località dei rinvenimenti, rivendicarono la proprietà degli oggetti e pretesero informazioni su quelli eventualmente asportati.

Il vecchio fu irremovibile. Si limito ad invitare i suoi interlocutori a farsi il giro delle montagne ed individuare i luoghi così come aveva fatto lui. Venne perquisito ma non avendo asportato nulla non gli venne mossa accusa.

Gli esperti dalle foto giudicarono il materiale di scarso interesse e dopo un tira e molla durato circa due anni, il Sindaco fu investito della responsabilità per l’esecuzione degli scavi, per la classificazione e la conservazione dei reperti, che restavano nella disponibilità della comunità col vincolo di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione pubblica.

La vicenda ebbe eco sulla stampa nazionale ed in meno di una settimana dall’inizio degli scavi il paese fu invaso da esperti, giornalisti, curiosi e così il paese divenne soggetto di numerosi servizi e resoconti televisivi.

Attirati dalla pubblicità, molta gente venne in paese per turismo, restarvi uno po’ di giorni a curiosare e seguire in diretta gli scavi.

La bellezza del territorio descritta nei servizi giornalistici e mostrata in quelli televisivi, attrasse molti stranieri che si trattenevano più a lungo e venivano alloggiati nelle case sfitte, con beneficio all’economia paesana, perché oltre alle spese per vitto ed alloggio gli ospiti acquistavano prodotti e manufatti locali.

L’intera vicenda venne giudicata “còsa bòna” ed in questa occasione i sandonatesi sfatarono la nomea che li voleva divisi in pàrtiti e votati al proprio “pàrticùlare”.

Ci fu una specie di divisione dei compiti. Vennero velocemente risolti i problemi ricettivi adattando le abitazioni che nell’immediato meglio si prestavano allo scopo ed altri locali vennero altrettanto velocemente adeguati per usarli nella ristorazione.

Venne recuperata la memoria sui manufatti in legno mostrati in un servizio televisivo e che suscitarono l’attenzione di arredatori ed antiquari che ne richiesero alcuni esemplari (sèggi, vànchi, vàncùni, spàddhèri, majddhi, càsci, càsciùni, bàgugghj, pàli i fuòrnu, granàri, pànnùli, majddhùni, scutèddhj, cìstièddhi i pàgghja, panàri e cùffarèddhj i cànna).

Dopo un servizio televisivo sulla gastronomia, si ebbe l’impennata nella vendita di prodotto sandonatesi, per consumo sul posto, asporto, commercializzazione.

La richiesta riguardava salumi tipici (sàvuzìzza, sùprissàta, càpaccuòddhu, vùcculàru, pìzzènti), dolci tipici (tùrdìddhj, scàvudatièddhj, crispèddhj, tùrdillùni, cìccitièddhj, giùrgiulèna), confetture (castàgni, fràguli e fràmmòshj), prodotti caseari (fùrmaggju mùsciu, ricòtti salàti, pàddhàcci, ricòtta ntò sièru) prodotti da forno (pàni grànni, rìganàta, nchjùsa, pìtta, tòrtani, cùddhurièddi)

In qualche anno s’era passati, dalle case abbandonate, ad un florido movimento di compravendite immobiliari, che aveva esaurito il patrimonio disponibile, perché parecchi proprietari avevano deciso di rientrare in paese per partecipare e trarre utile dalla rinnovata economia.

Per i soldi non vi erano problemi. Oltre al posseduto di ognuno, numerose banche si erano precipitate in paese aprendovi filiali e pronte a prestiti a basso tasso di interesse pur di lucrare sul nascente sistema produttivo radicato su turismo, commercio artigianato ed edilizia.

E non solo le banche guardavano con interesse al fenmomeno. Anche la criminalità organizzata della piana ritenne opportuno affacciarsi nelle terre sandonatesi e prelevare una fetta della ricchezza, solo che in questa occasione non trovarono paesani rassegnai o accondiscendenti, ma gente che si era fatta le ossa lavorando duro e capitalizzando risparmi fuori da paese, quindi risoluta nel salvaguardare beni ed interessi.

“A prìma affacciatùra” dei delinquenti fu fatta presso uno degli allevamenti di maiali dove si presentarono offrendo protezione e sicurezza per tutte le attività economiche in cambio di un mensile. La proposta venne apparentemente accettata ed i forestieri invitati a cena.

Vennero trovati al mattino successivo pesti e malconci nella loro auto, caduta dò pontì nta jumara, anche se i segni che avevano sul volto ed in tutto il corpo facevano propendere per una sonora paliàta prìmu dà pùrripàta.

Qualche tempo dopo venne in paese personalmente ù zinghàru, il gran capo delle bande della piana, accompagnato da quattro brutti ceffi ed intenzionato a rinnovare, armata manu, la proposta di protezione e pizzo.

Si rivolsero ad un fornaio e ad un dei salumai perché si facessero interpetri del suo desiderio e trasmettessero l’ordine a tutti gli altri imprenditori.

Furono trovati solo dopo tre giorni ntà nà tròppa i ruvètta ntuòrnu àra vèna i càpammàzzu, legati e sfregiati, tanto da non venire riconosciuti nell’immediato neanche dai familiari

Arrivarono in paese promesse di ritorsioni future per lo sfregio fatto àra crìcca dò zìnghàru” ma la cosa cadde nel dimenticatoio.

Chi aveva sistemato la cosa? Si mormorava che un robusto sandonatese di buona reputazione e con qualche annetto di galera alle spalle, dopo i due episodi, si era recato nella piana ed a chi di dovere avesse detto a chiare lettere che nel paese per il forestiero con certe intenzioni non tirava una buona aria e che certe visite era meglio non farle, questo a scanso di finire inscatolato come carne tritata.

Ghja ssà pàrmarìa bb’àju cùntata.

M’è bbinùta nsuònnu?….. forsi.

Ghè nù dìsìu?…pò ghèssi

Putèra sùccèdi?… àmmacaru…ma nènti vènidi o àccadidi à sùlu, ppì cèerti còsi ccì vòdi à pìrsùna jùsta ntà l’èprica jùsta.

Ottobre 2020

MINUCCIU

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