CUMU GHERAMU : I mìstìeri ì nà vòta.

Luigi Bisignani

Per coloro che voglion passare un po di Tempo a leggere, ecco per voi una bellissima ricerca del nostro Amico MINUCCIU.

 

 

CUMU GHERAMU

I mìstìeri ì nà vòta.

Vincenzo Padula, sacerdote ed insegnante da Acri (CS) negli anni successivi all’Unità d’Italia, sul giornale “Il Bruzio”, da lui fondato e diretto, pubblicò ricerche e considerazioni su terre ed abitanti della provincia cosentina, soffermandosi sulle condizioni socio politico economico storico ambientali.

La presente ricerca venne pubblicata sui numeri del 18-22-25 febbraio 1864 e riguarda mulattieri, lettighieri, vetturini, calessieri e carrettieri.

I mestieri di vetturino, calessiere e carrettiere erano poco o punto praticati in San Donato (qualcosa di più nella piana), per via di una orografia che consentiva la tracciatura di sole mulattiere.

Unica via di comunicazione era una antica strada realizzata dai baroni Sangineto di Altomonte, con la quale, la località Logge, dove esistevano impianti siderurgici (forge), veniva collegata con la piana.

Detta strada sterrata, attraversava il piano fra Lòggi e Cùmmièntu, e proseguiva fino àra Madònna dè Gràzzij. Da detta località partiva una diramazione chì jèdi vièrsu Sàntu Crìstòfaru e nzìnu àra crùcivìa.

La vecchia via era percorsa dai carri a ruote basse coi quali si trasportavano ai magazzini del feudatario, nelle terre di Altomonte, gli acciai prodotti ‘ntè fòrgi dè Lòggi.

Ciò durò fino alla frana di metà ottocento (1848) che spazzo via tutto il piano e le fonderie, compresa una porzione di paese, quìru  chì jèdi dà Spilùngura nsìnu à Sàntu Cristòfaru.

Il nostro paese rimase privo di vie di accesso rotabili fino ai primi anni del 1900. Con la realizzazione della ss 105 anche San Donato ebbe la possibilità di collegarsi alla grande viabilità, ma dovette attendere il primo quarto del XX° secolo perché venisse costruita la provinciale che collegava il paese àru bìviu i Lìcastrù.

Detta situazione fece si che sino a circa il 1930, l’unico mezzo di trasporto era la soma, che nel nostro paese vulìa ddì avì ù ciùcciu.

I nativi sandonatesi che per professione facevano i mulattieri erano pochi e le bestie da soma erano à gùsu pròpiu. I mulattieri di mestiere erano quasi tutti di origine forestiera e venuti da paesi vicini (Verbicaro, Grisolia) in cerca di lavoro. Alcuni si sono fermati in paese creandovi una famiglia; gli altri generalmente venivano “ppì càstàgni” od in occasione di lavori forestali o per quelli relativi ad episodi di dissesto idrogeologico, càrràvanu pètri, rìna, cìmèntu.

In San Donato era diffusissimo il trasporto con soma e vi erano pochi trasportatori con carri e quei pochi risiedevano ed agivano nella piana.

Nel paese, per averli visti da bambino, m’àmmièntu dò bìròcciu (calesse) ì zìu Piètru ì Camìllu e dò trajìnu (carro) ì quìri Agièllu. Dè viècchi gàju ntièsu àmmintà ù tràjnu dè Càrracìni e quìru dè Càràccu.

Il testo del Padula, qui riportato in corsivo, descrive la vita dei detti mestieranti, che operavano nel territorio della nostra provincia.

Solo alcuni aspetti storici-socio-economici ed alcuni mestieri hanno riferimento con la realtà sandonatese.

Il che non toglie interesse al racconto delle condizioni di vita e di lavoro dei calabresi di quei tempi (oltre un secolo e mezzo addietro).

“”” Descritte le terre ed i villaggi nostri, è mestieri discorrere dei loro abitatori. Le persone, onde ci siamo finora occupati, hanno tutte, tranne i coloni, la lor casa nel paese, dove quale ogni sera, quale ogni sabato e quale, secondo i varii mestieri, ogni mese, rientrano a vedere le mogli ed i figliuoli, e la dimane ritornano in contado. Quelli al contrario, dei quali al presente pigliamo a dire, dimorano e lavorano nei paesi, o se ne allontanano Per poco; e primi tra questi a richiamare la nostra attenzione sono i mulattieri.

I nostri proprietari non hanno fattorie nei poderi, dove mettano in serbo i frutti di loro terre; ma e biade, e vini, ed olio, e quanto rende ad essi l’industria agricola e la pastorizia, viene vettureggiato in paese, in cui le stanze a terreno di loro case sono addette ad uso di granai, di canova, di coppaio e va dicendo. Di qui avviene che ogni proprietario debba avere uno o più muli, uno o più mulattieri.

Il mulattiere tira all’anno cento e due lire, sei ettolitri di frumento, un paio di calandrelle, due faldelle di lana, il vitto giornaliero, ed il giornale: e dicesi giornale la facoltà, che gli accorda il padrone, di valersi del mulo un giorno in tutto l’anno a suo intero profitto.

Settanta poi e due once di pannescolo o inferigno, un tocco di lardone o di cacio al mattino ed alla sera e la minestra con carne od altro al mezzogiorno sono il vitto quotidiano di lui.

Queste condizioni variano un pochino secondo le consuetudini dei paesi, e l’indole più o meno liberale dei padroni, ma tali son sempre ad ogni patto che l’uomo nostro può chiamarsene contento.

Dal trappeto e dal palmento, dall’ovile, e dal podere, dal bosco e dalla carbonaia egli someggia il mosto, l’olio, i caci, le biade, le legna ed i carboni; e la donna, e la figliuola che sanno l’ora del ritorno escono alquanto fuori mano dell’abitato, e stanno lì a badarlo; nè vi ha volta che passi, ch’egli di furto non lasci ad esse or la caciola ora il panierino delle frutta, ora la bracciata dei cepperelli

Aggiungi un pò d’agresto ch’ei fa ciascuna sera sulla profenda, e vedrai, che, ove avessero bestie da nolo sempre e facilmente ai loro bisogni apparecchiate, i nostri proprietari si disfarebbero di buona voglia dei muli e dei mulattieri; chè ogni animale profitta non al padrone, ma a chi lo guida, e di mulattieri, che acconciatisi ai servigi di ricche famiglie vennero prestamente in denari, gli esempi son frequenti tra noi.

Il proprietario quando abbia due muli procaccia di fabbricarsi una lettiga. E la lettiga una strana vettura, una specie di culla ovale e chiusa sul fare del palanchino cinese: è fasciata tutt’attorno da latta verniciata, la quale le s’inchioda sopra con grosse bullette di ottone, disposte, per crear vaghezza, a meandri, e in guisa da formare quinci e quindi nei fianchi le lettere iniziali del nome del proprietario.

Si posa su due stanghe, tra le quali, l’uno innanzi e l’altro dietro, entrano i due muli, che ne ricevono le testate nelle ciappe dei cignoni.

La è certo un’incomoda vettura: quattro persone, a cacciarvisi dentro, vi affogano; due vi trovano agiato luogo sedendo di fronte, a patto però che un viaggiatore insinui le ginocchia tra quelle dell’altro, e vi si ballottino, e vi si abburattino di continuo, e or questi, or quegli, secondo che si piglia ora la erta, ora la china, venga col capo violentemente sospinto sul petto del compagno.

Nondimeno nei luoghi nostri, dove tranne la postale non abbiamo strade carreggiabili, ma vie rotte, oblique, montuose che non ricevono a coppia le bestie da tiro, la lettiga scusa il cocchio, è vettura di lusso, indispensabile agl’infermi, alle signore, alle spose novelle, che si conducono in altro paese.

Quando colui che viaggia vesta a bruno per domestico lutto, la vista d’una lettiga che silenziosamente si dondola sulla stanga ha un so che di funebre, che le dà aria di bara; ma, salvo questo caso, lo ingresso d’una lettiga nei nostri solitarii villaggi è una festa.

Le larghe bullette di ottone, che scintillano sulla lettiga e sui burelli dei selloni, le nappe di lana vermiglia, che pendono dal frontale dei muli, il tintinno delle loro squille e sonagliere, e le grida dei lettighieri chiamano uomini e donne ad usci e finestre, e questa gloria piace tanto alle fanciulle, che le vanno volentieri a marito oltre il loco natio, essendo largo compenso al dolore di togliersene il diletto di viaggiare in lettiga in mezzo ad una furia di sonagliate,

In questo caso, o la sposa, od i congiunti di lei legano alla testiera dei muli forza di nastri e serici fazzoletti del più lieto colore, e si gli uni e sì gli altri spettano in fine della traversata ai lettighieri, i quali, oltracciò, non vi è verso che lascino alla sposa di por piede a terra, se innanzi non ricevano dai colei congiunti buona mancia in danaro. Il nolo d’una lettiga è dodici lire e settantaquattro centesimi al giorno. Ma la libertà è cara a tutti, e per lieta che sia la condizione dei mulattieri, non vi ha dei popolani nostri chi non metta innanzi alla loro quella dei vetturini.

I vetturini hanno asini, bardotti, e muli; li guidano e noleggiano a loro intero profitto, e la classe n’è numerosa, poichè il contadino diserta dai campi l’un di più che l’altro, e la dota che gli porta la moglie, e ciò che ritrae dalla vendita del suo piccolo podere gli serve a comprarsi un somiero.

E nulla gli arride tanto quanto la speranza di possedere un mulo, in modo che il galantuomo scapolo e lo arciprete, quando o stracchi o imbarazzati dalla popolana, cui tolsero l’onore, intendono a maritarla, le trovano facilmente un partito nel primo contadino, in cui si abbattono, solo che gli diano quanto basti a comperarsi un giumento.

Nei paesi montani e valligiani gli asini nostri sono indigeni; piccoli i primi, ma intelligenti e pepati; di maggior corpo i secondi, ma grulli, e meno instancabili.

Nelle maremme orientali poi il più degli asini viene dalle Puglie, e sono una bellezza per l’alta taglia, l’agevole quadratura, e l’asciuttezza delle gambe.

Il prezzo degli asini oscilla tra le quarantadue e le cento ventisette lire a ragguaglio dell’età, e della schiatta.

Il bardotto (mulu ciuccigno) è, più che il mulo non sia, scarico di collo e di gambe, ombroso, poco cavalchereccio, diſficile a scozzonarsi, cattivo di bocca, e, punto che non gli si badi quando è giovine, piglia mille credenze, e quella tra l’altre di arrovesciare l’orecchie, mordere e sprangare calci quando si cavalca, o gli si mette la soma.

Però dura alla fatica meglio che il mulo non faccia, e se questi vuole quattro anni per avere schiena a ricevere la intera salma, ne bastano tre al bardotto per altrettanto e di vantaggio. Le virtù sue nondimeno, soverchiate che sono dai vizii, fanno che meno si cerchi e si pregi, e nelle nostre fiere cento ventisette lire con poche altre di più ti danno un bellissimo bardotto. Il mulo è perciò il somiero preferito.

Duecento cinquantaquattro lire, o trecentotrentanove bastano quasi sempre per avere un mulo giovine e ben quartato; ma per quelli che siano veramente di bella tacca spesso le cinquecento dieci non sono sufficienti.

Il vetturino lo imbardella di due anni, lo impasta a mezza soma di tre, a soma intera di quattro; spende lire dodici per basto, dieci per posoliera e pettorale, altrettanto per lo straccale, le corde e le suste (topi e carcaturi), tre per ferratura, tredici per otto sacchi, diciassette per un copertone, (manta) ed otto per la cavezza e ‘l cavezzone.

Sono in tutto settantatrè, le quali accresciute al prezzo del mulo, è chiaro che il vetturino impiega un capitale tra le trecento ventisette e le quattrocento dodici lire; e queste alla ragione del dieci per cento, la minima tra noi onde dassi a frutto il danaro, gli mangiano allo anno tra le trentadue e sette centesimi, e le quarantuna lira e due centesimi.

Il governo poi giornaliero del mulo, scartando le spese fortuite, e straordinarie e ‘l fitto della stalla, vuole nelle migliori annate trentatrè centesimi per due manne di fieno, ed una lira e sei centesimi per sette litri di orzo. E queste spese mettendo in somma col frutto del capitale investito, si vede bene che il vetturino spende al dì una lira e quarantuno centesimo, che sbattuti dalle cinquantaquattro, nolo ordinario del mulo, resta una lira e tre centesimi di utile netto al vetturino.

La è questa una grande, ma innegabile miseria, poichè a portarti in un paese dove lasciandoti egli possa la sera dare volta a casa sua, non tira più, come testè dicemmo, di due lire e cinquantaquattro centesimi. E sempre tanto, checchè si faccia, è il suo guadagno. Lo chiami a someggiarti il mosto dal palmento? Gli dai otto centesimi a barile, egli mette quattro barili sul mulo, fa otto viaggi al giorno, e per quest’omo lo siamo sempre li, a due lire e settantaquattro centesimi.

Non ha chi richiegga la opera sua? A rischio che gli sia tolta a pegno la scure e ‘l mulo, va a legnare nei boschi o del comune o dai privati, taglia due somelle di legna al giorno; e siamo sempre lì, perchè due somelle fanno due lire e cinquantaquattro centesimi. E prova che il suo guadagno sia sempre tanto è il preferire ch’esso fa ad ogni altra industria quella di portare in sella un viaggiatore.

Perciò oltre del basto si procaccia la sella; e certo per noi calabresi non è la più bella cosa di questo mondo quella di viaggiare sopra selle anguste, disfatte, bisunte, i cui staffili sono le più volte scusati da ruvide corde, onde ti s’impiagano malamente le gambe , ed a cavallo di muli ora ombrosi, ora restii , che, massime di està, scormeggiando ad ogni tratto per schernirsi dalle mosche, ti danno di sì fiere capate da romperti le ginocchia.

Pe jire mparu mparu/Ci voi crèditu e dinaru.

È proverbio frequente sulla bocca dei vetturini, il quale mostra che quelli tra loro, che posseggono o danaro o credito, sono in felicissima condizione, perocchè costoro non noleggiano il mulo, ma lo affaticano a loro intero profitto, e comprando derrate ed altro in un paese e portandole a rivendere nel vicino intascano di bei soldi, fino a dieci e quindici lire al giorno.

Ma il numero di costoro è assai scarso: gli altri versano nella condizione che dicemmo, sempre però più o meno prospera secondo che si trovano in paesi più o meno vicini alla postale, o in centri popolosi, o nelle marine.

I più infelici sono i vetturini dei monti, dove colpa i rigidi inverni, e le ronchiose difficili vie, gli animali somieri stallano oltre un mese.

I magri ed incerti guadagni fanno che la indole dei vetturini si accosti a quella dei bardotti, la stizza figlia della miseria sfogano sulle bestie, inumanissimamente governandole, e frodandole del bisognevole.

I giorni di festa pel povero mulo sono i pochi che seguono a quello, che il vetturino lo comprò. Allora gli si mettono i sonagli e le nappe rosse alla testiera, tra le nappe gli si sospende una coda di martora o di volpe per vincere la virtù del fascino maligno; si raccomanda a sant’Aloja, e sant’Ippolito; si accarezza. si striglia, si abbiada abbondantemente.

Liettu vrusciatu, mulu sarvatu; e ‘l vetturino o brucia il letto, o vi lascia la moglie a dormire tutta sola, ed egli piglia sonno tra i piedi della sua bestia, la quale strameggia con più appetito quando ha il padrone vicino, quando il padrone le tiene mente, quando la squilla che le pende dal collo allegra il silenzio della notte.

Ma la luna di mele tramonta assai presto; e ‘l vetturino, visto che il profitto non risponde a pezza alle spese, rimette delle sue cure, lo pone sbiadato al lavoro, lo lascia sferrato più giorni, è miracolo che, quando lo sbasta, lo stropicci ed asciughi con un tortoro, maggior miracolo che di maggio per pochi dì lo impasturi.

Aggiungi stalle umide, cieche, affogate, dove il letame si ammonta; e di qui un diluvio d’infermità, alle quali, per giunta peggiore alla mala derrata, non trovi chi amministri rimedio.

Chè la Provincia nostra paga, gli è vero, una mediocre provvisione ad un mulo medico per ciascun capo-circondario; ma chi vuoi tu che da villaggio e casale lontano una giornata meni colà la sua bestia, che ora inchiodata, ora bolsa resterebbe impietrita mezzo il cammino?

Partito desiderabile che si pigli sarebbe quello che ciascun comune mettesse nel luogo del suo medico condotto un bravo maniscalco, o tal medico almeno che avesse all’ippiatrica fatto parte dei suoi studii.

Ora come ora la mascalgia viene esercitata tra noi dai fabbri ferrai. Il ferraio tocca dal vetturino venticinque lire all’anno a patto di ferrargli il mulo, e ritenersi le sferre; e non contento a maneggiare l’incastro e pareggiare l’ugne alle bestie, la fa solennemente, quando si dà il caso, da maniscalco.

Nel malſeruto (tiriu) adopera il fuoco sulle spalle e nei fianchi; nell’aragaico (doglia ) salassa l’animale nella cinghiaja, gli dà molto vino a bere, lo sospinge alla corsa; nel cimurro, gli fa un suffimigio di paglia, gli versa acquavite nell’orecchie, gli caccia dentro le nari acciughe salate e peperoncini condotti in polvere; nella fava usa l’incisione, e sulla parte incisa versa aceto con sale; nella bolsaggine gli cava sangue dalle vene dei riscontri; e tranne queste infermità, e tranne questi rimedii egli non sa più nulla, egli non fa più nulla.

Vero è bensì che dove non giunge la scienza del ferraio arriva quella del frate; e quando il mulo è preso da capostorno, o da malattia, di cui s’ignora la natura, il vetturino grida che il suo mulo sia indozzato (attuppatu), e manda pel fraticello, che venuto innanzi al mulo gli recita bravamente una orazione latina, gli versa la stola sul capo e l’acqua santa sulle spalle.

Vi ha però un male per la cui guarigione è graziosa la ricetta del vetturino. Cotesto mulo, gli dissi una volta, è inguidalescato; che argomento ci vuole a sanarlo? Il rimedio è facile, rispose sorridendo il vetturino: si brucia il basto, e sopra i guidaleschi se gliene versa la cinigia.

La costruzione della postale fece nascere nelle terre e villaggi collocati lunghesso quella la classe dei carrettieri e calessieri.

Noi diciamo traino al carro, trainiere al carrettiere, e carro al biroccio. Il biroccio è vettura con parapetti ai fianchi, e con due ruote, tratta da buoi, guidata da un boattiere, e ne parlammo all’articolo dei massari. Il carro è più grande, con timone lunghissimo, e due sole ruote assai alte. Non ha parapetti, ed è tirato da cavalli o da muli.

In origine i carpentieri furono tutti napoletani, ma i nostri dopo non molto ne impararono l’arte.

Fabbricano i carpenti a cottimo, adoperando per le stanghe, per le ruote, per la sala, e l’intelaiatura della cassa il faggio e l’olmo; ed un buon carpento monta poco più che 297 lire; il che non è molto, chi guardi ch’eglino vi mettono di suo non solo il legname, ma il ferro che cerchia le ruote, la bùccola che fascia la sala, la bronzina ond’è rivestita la capacità interiore del mozzo, i due acciarini (arsiculi ) che s’infilano in quella perché la non esca da questo, e perni, e viti, e chiavelli.

Il carro vuole tre muli, che costano un mille duecento settantacinque lire, ed i tre muli vogliono 127 lire per fornimento; poichè ai due muli del bilancino devi dare il capestro, il pettorale e la sonagliera, e al mulo della stanga, che è quel di mezzo, il medesimo, ed oltracciò il sellone e l’imbraca: sicchè, mettendo tutto in somma, il proprietario di un carro impiega un capitale di mille settecento lire.

Di ciò non vi ha caso che ei si chiami pentito; chè i commerci invigoriscono tra noi l’un dì più che l’altro, i carri nei paesi lungo la postale non scioperano mai, e quello ch’ei spende pel loro governo è nulla a ragguaglio di quanto introita.

Poichè un carro leva sedici quintali, il nolo è di tre lire e trentanove centesimi per ottantanove chilogrammi lungo un trotto di quaranta miglia; sicchè, a mettere gita e ritorno in quattro dì, si ha l’introito di 222 lire e 35 centesimi; dalle quali sbattendo otto lire e quarantanove centesimi (venti carlini) al dì per lo governo della vettura, e il salario del carrettiere all’avvenante di 42 lire e 18 centesimi al mese (dieci ducati), resta il guadagno netto di 45 lire e di 69 centesimi al giorno.

Tenendo però ragione delle volte che il carrettiere non trova o il carico, o il ritorno, e dei tempi rotti che lo stringono a stallare, possiamo ad occhi chiusi scrivere il profitto quotidiano del proprietario in 25 lire.

Il salario del carrettiere di dieci ducati al mese è veramente una miseria; e perciò si adopra in ogni guisa a frodare la biada ai muli, e il nolo al padrone, essendo che lungi dai costui sguardi riceva lungo la strada merci e passaggieri sul carro a proprio profitto.

In tutta la provincia abbiamo 44 carri, ed altrettanti carrettieri indigeni, oltre quindici napoletani fatti venire dall’appaltatore della salina di Lungro.

Minore è il numero dei calessi: non vanno oltre i nove.

Il calesse è tirato da quattro cavalli, costa quanto il carro, ma richiede più spesa, e dà minore guadagno, poichè le bestie si mangiano quattro docati al giorno, e il calessiere col ragazzo (guagliuni ) l’uno ha dieci, e lo altro sei ducati al mese; poi se occasioni di carrettare derrate non mancano, mancano quelle di levare viaggiatori. E la ragione si è, che l’unica strada carreggiabile sia la postale, e questa delle quattro dominanti dei circondarii non unisca che tre, toccando lungo il suo corso, tranne due o tre terre, villaggi e borgate scarse di abitatori e di traffici.

I calessi quindi oziano anzi che no; e di qui nei nostri calessieri un non so che dell’indole brigantesca, perchè sulle spalle del malarrivato che ci capita procacciano di rifarsi dei perduti guadagni.

Veramente sarebbe desiderabile una tariffa; poichè non so qual tristo concetto debbano farsi di noi e delle cose nostre i forastieri, ai quali non solo smugnono il borsellino con noli ingordi, ma li costringono ad attendere uno o due giorni finchè abbiano altri viaggiatori che noleggino non solo i quattro luoghi di dentro, ma la cassetta eziandio, ed i posti scoverti di dietro; e se ti tarda il partire, entri solo nel calesse, ma paghi per sei.

Alle persone finora enumerate dovremmo aggiungere i cocchieri, ma questi son tutti napoletani, i quali si mettono innanzi ai nostri non solo per la maggiore perizia nel guidare la carrozza, ma perché il calabrese, anche ad avvertirlo mille volte del contrario, dà sempre del Don al padrone, laddove il Napoletano col suo accento cortigianesco gli butta ad ogni tre parole un Signorino ed un’Eccellenza sul viso.

E da venti anni in qua, che per la prima volta cominciammo a vedere carrozze, la Calabria nostra fu ammorbata da tanti Signorini ed Eccellenze, che parvero prodotti da quegli estivi acquazzoni, dopo i quali compariscono i funghi.

Notiamo soltanto che il cocchiere ha dudici docati, senz’altro, al mese; il famiglio, il qual bada al governo della stalla, ne ha da tre a quattro; le carrozze si fabbricano in Napoli in tutta la provincia, cioè nelle quattro dominanti dei circondarii, ed in qual che paese a quelle vicino, ne abbiamo cinquanta; appartengono a privati, servono loro non per viaggi, ma per trottate nell’interno e nei pressi della città, e non si dànno mai a nolo.

Mulattieri e vetturini, calessieri e carrettieri confermano la vecchia osservazione che l’uomo si conformi agli obbietti, tra cui versa: hanno dell’asino, e del mulo, forzuti, cocciuti, impertinenti.

Viaggiando da paese a paese rientrano nel nativo, importandovi canzoni, proverbii, consuetudini, e malattie sconosciute.

Sono di liberi costumi, di sfrontatezza, ed audacia incredibile: scalzandone parecchi, ho scoverto molte ed assai molte secrete vergogne di famiglie, le quali nella comune estimativa sono rispettate e rispettabili; né credo che ai padri ed ai mariti si possa dar miglior consiglio che quello di tenere ben l’occhio su cotesta gente.

E nondimeno tra noi la signora e la signorina, che all’ingresso di persona bennata si nascondono dietro l’uscio, o si cacciano sotto il letto, si lasciano poi liberamente conversare con questa sorta persone, e quando al tocco il mulattiere si presenta a chiedere la biada, la signora scende con esso lui giù nel granaio per misurargli o l’orzo o l’avena!

Chiudiamo questo articolo con tre canzoni, le quali ci paiono le meno ardite tra le molte che ci soccorrono alla memoria.

Le canzoni sono lo specchio dei costumi del popolo, e le tre che diamo qui sotto manifestano assai bene il cinismo degli uomini studiati finora.

Pe lu muliettu miu chi bella paglia

C’aju trovato ncucchia a su curtigliu!

Pe tri cavalli a mamma voli paglia,

E la figlia t’arricchia a cientu miglia.

A mamma jetta fuocu senza scaglia,

A figlia senza scaglia fuocu piglia:

Si la furtuna vo ch’iu ci la ncagliu,

Prima mi guodu a mamma e pua la figlia.

Non traduciamo questa canzone; ma ne rechiamo in poche parole il concetto.

Presso ad un cortile egli ha trovato della bella paglia pel suo muletto, e la bella paglia è una madre con una figlia, ed egli, il bestione, fa disegno di sedurre l’una e l’altra.

Amai ma donna, e li voli gran beni,

Ed illa puru nni vuliadi a mia.

Facimmu pattu e non’èsciari prena,

Mò c’edi esciuta: chi ci curpu iu?

A genti dici ca vaju ngalera,

Mancu s’iu avissi jestimatu a Diu.

U càrciaru surtantu mi spettèra

Ncasu chi prienu ci fossi esciutu iu.

Non traduciamo neppure questa canzone. La è cinica, mille volte cinica, ma nel genere suo è un capolavoro.

Il secondo distico è d’un’ingenuità ammirabile, e l’’ultimo è, al tempo istesso, lepido, ingenuo, e grazioso.

Fimmini, un vi faciti maraviglia

Si vaju pe li strati sulu sulu :

Vaju trovannu nu quartu de migliu,

Cà l’uoriu m’è mancato pe lu mulu.’

Si e vua cc’è ‘ncuna c’à na bella figlia,

Mi la dunassi a mia chi duormu sulu:

Pua ncapu all’annu si la torna e piglia,

E si piglia la figlia e lu figliulu.

Qual differenza tra queste canzoni e quelle dei braccianti e dei pastori, che abbiamo riportato parlando di costoro! In quelle tu senti l’olezzo dei fiori e la purità d’un cielo spazzato, che ride sopra un’aperta campagna, in queste l’aria corrotta e ‘l lezzo della città.

Privi di strade non abbiamo altre cavalcature e somieri che gli asini, i muli, ed i cavalli; i soli e pochissimi paesi lungo la postale hanno le vetture, birocci e calessi.

Ma indi a pochi anni avremo le strade; il commercio riempirà di moto e di tumulto i nostri silenziosi e pacifici villaggi; ma quel beneficio sarà pagato assai caro: i nostri costumi diverranno men puri, le ciniche canzoni cresceranno di numero.

E chi bbia dì i gghjù?

Marzo 2020

Minùcciu

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