Gen 04 2020

Cùmu Ghèramu: I cùmpàri dè brigànti.

Luigi Bisignani

Un Grazie particolare a Minucciu ,che per augurarci un BUON ANNO 2020,ci ha inviato questo bellissimo racconto sul nostro paese.

I cùmpàri dè brigànti.

 Quànnu ghèra quàtràru, ù’ vèru sàntunatìsi chi m’àmmièntu, àvièddha ghèssi sàcrètu e mai vàtalià àru vièntu.

Generalmente vigeva la bassa statura, ed il sandonatese non faceva eccezione a questa regola che però gli era favorevole quànnu avìadi fà àra ddhùtta; fra i viècchj vi erano lottatori che potevano vantarsi d’essere imbattuti ppìcchì avìanu zìnzuliàtu ggènti chj vàrcàvanu ì nù pàrmu.

Ne rammento uno, che non nomino non potendo l’interessato darmi consenso a farlo, il quale assieme ad invincibilità e generosità ghèradi ànnumminàtu cùmu ghùnu c’òn pirdunavadi àffrùnti.

Di questa sua caratteristica ne aveva fatto le spese ù ddònnu di una delle famiglie sandonatesi più potenti, il quale, in piena piazza s’era bbìstu àffrùntàtu dà pàròla cà limòsina tà fàzzi ghja, e pùa s’èra pìjàtu nfàcci mìlli lìrì, somma che il “don” con pretesti vari aveva negato, non volendo pagare dùi jùrnàti i zàppùni.

Ssù zìu apparteneva alla categoria dei sandonatesi che ammiravano il coraggio personale (dìciènu ca sù tènisi ù tènisi sìnnò ònnu pùa àccattà) mentre avevano poca stima ì chjni vàtaliàvadi ppì ssì fa sènti ntò vicinànzu o ppì sìcci sènti e pàri grànni quànnu nfèci ghèra sùlu nù vàntajòtta.

Era un ammiratore i Prishènti di cui conosceva la storia e sul conto del quale diceva che era l’unico sandonatese, di povera condizione, c’àvìa mùstràtu i ccìàvì ì cugghjùni ppìcchì àvìa gàvùtu stòmacu ì fà quìru c’àvìa fàttu.

Il riferimento era alle imprese di Saverio Iannuzzi, conosciuto nel mondo del brigantaggio come Prishente o rù zuòppu, il quale aveva partecipato a varie imprese quando era stato brigante nella banda di Franco, di Lavalle e cchì sàràcinàri.

Come tutti i vecchi ccà fràma i gènti tòsta erano poche le occasioni in cui ù zìu socializzava, raccontava e forniva particolari sui viaggi, che per il suo lavoro di boscaiolo aveva fatto a piedi attraverso la catena delle montagne calabro-lucane, dalla marina tirrenica a quella ionica o le vicende che vedevano protagonista Prishènti.

Quel che da bambino ho appreso sul brigante sandonatese lo devo ai nostri vecchi e per buona parte a ssu zìu, che era prodigo di particolari, sia sulla cùpa ì fàgu dove il brigante avrebbe nascosto i suoi averi prima ì ghèssi spàràtu, sia sulla vàddhj ì Prishènti, luogo in cui vi era una grotta nella quale il brigante trovava ricovero nei periodi di inattività o quando voleva incontrarsi con una delle sue amanti.

Ssù zìu, àra grèja i quàtrarièddj che lo ascoltava, aveva promesso cà cchjù nnànti, li avrebbe accompagnati a conoscere i luoghi frequentati dal brigante. Promessa mai mantenuta per impegni di lavoro lo hanno portato fuori dal paese e per quel che mi riguarda, quando avevo l’età giusta sono emigrato e non abbiamo più avuto occasione di ritrovarci e di questo me ne dispiace.

Dè cùnti i ssì zìj gàju sapùtu cà ‘ntò paìsi (e fòra paisi), nòn tùtti a Prishènti ddhj vùliìanu bbèni e cà cc’èra statu puru àcchìancùnu, frà paìsàni e fòrastièri, chì ppì ghjddu cc’èra jùtu ‘ngalèra. Prishènti àvìadi amìci e nimìci, cùmu à tùtti ì brìgànti e ccù tièmpu s’èra fàttu canùsci ppì pìrsuna ì cùraggiu e ddì gànimu tuòstu.

Nella tradizione paesana Prishenti è rammentato come povero cristo, vittima delle circostanze, buono e inoffensivo e queste le sue peculiarità che ci sono state tramandate.

I fatti più gravi e gli episodi spiacevoli che lo hanno visto protagonista sono stati “dimenticati”, forse per quel falso pudore che vuole il sandonatese non incline a non screditare il compaesano, a meno che non ci sia un intento diffamatorio o di vendetta.

Pubblicando quel che segue, seppur proveniente da documenti ufficiali, contravvengo a questa regola paesana in quanto rendo pubblici fatti che toccano alcune famiglie sandonatesi dell’epoca.

Ho sempre sostenuto che chi pratica la storia, anche se “piccola e di ambito paesano”, per onesta intellettuale, amor proprio e rispetto verso sé stesso e verso chi legge, deve raccontare i fatti cosi come appresi e documentati, senza omissioni, travisamenti e condizionamenti.

Appresso cito un episodio che vede coinvolto un mio omonimo sandonatese (ignoro se vi sia un legame di antica parentela) e la circostanza non mi ha suscitato alcun scrupolo, ciò perché intimamente convinto che la storia non deve essere sottoposta a censure.

Ho fatto una breve ricerca fra la documentazione presente nelle fonti per la storia del brigantaggio post unitario, in specie nella raccolta edita nel 1998 e relativa agli atti dei Tribunali militari ed ordinari, là dove ho trovato note che confortano quel che i nostri vecchi zìj ci andavano raccontando e che la memoria popolare per opportunità aveva trascurato

Nomi, date e circostanze sono state trascritte così come registrate in atti.

-La registrazione 1470.44. riguarda. Melicchio Leone e Melicchio Gioacchino, entrambi di Mongrassano, nei confronti dei quali pende l’accusa di favoreggiamento nel reato di brigantaggio, per fatti commessi nel periodo ottobre-novembre. 1863. La chiamata in correità è per condotte tenute e per contati avuti con elementi della banda di Lavalle Francesco, nello specifico i briganti:

-Iannuzzi Saverio di S. Donato,

-Leporaci Saverio di S. Sosti,

-Lavalle Vincenzo di S. Maria la Castagna (Montalto),

-Pinnola Bruno e Crediddio Pasquale, ambedue di Cavallerizzo,

-Bellusci Giuseppe e Giovanni da Mongrassano,

-Iuvele Gennaro, Iuvele Giuseppe ed Angotti Annibale, non meglio identificati.

Pare che nell’occasione il suddetto gruppo di briganti fosse comandato da Prishènte

-Al numero 1483.68.dei procedimenti penali, risulta registrato il nome di Iannuzzi Saverio da S. Donato, latitante, imputato del reato di brigantaggio per fatti commessi nel mese di ottobre 1863

-Il procedimento iscritto al nr. 1498.96 riguarda tale

-Silvestri Maria, fu Pasquale, di Verbicaro, giornaliera, di anni 34;

-Tarrana Maria, fu Pasquale, di Verbicaro, giornaliera, di anni 43; entrambe sono imputate di corrispondenza coi briganti, ed i fatti risalgono al periodo novembre 1863-gennnaio 1864.

Le imputate avrebbero favorito le attività del brigante Iannuzzi Saverio alias «Priscento» di San Donato, organico della banda Lavalle

-Il procedimento registrato al nr. 1508.111. riguarda

-Maradei Michele, di S. Donato;

-Ferrari Innocenza, di S. Donato;

-Barelli Santo, di S. Agata;

-Faillace Pasquale, di S. Donato;

-Iannuzzi Domenico, di S. Donato; tutti imputati per fatti accaduti nel periodo ottobre 1863-gennaio 1864, e che integrano il reato di favoreggiamento del brigantaggio nei confronti dei briganti Iannuzzi Saverio di S. Donato; Di Napoli Carlo e Pace Domenico, ambedue di Saracena; Leporace Saverio, Capparelli Ruscio Gennaro; tutti organici della banda La Valle.

I sandonatesi nominati nel procedimento di cui sopra sono sconosciuti ai più.

Qualche particolare lo richiama alla memoria il cognome Maradei perché omonimo a quello della defunta moglie del Iannuzzi, quindi il Michele Maradei potrebbe essere uno imparentato con Prishènte, cosi come Domenico Iannuzzi, (omonimo o parente?)

-Altro procedimento, registrato al nr.1528.158, riguarda

-Leporino Antonio, di Mottafollone, perseguito per il reato di connivenza al brigantaggio, in relazioni a condotte avute dallo stesso Leporino nel periodo aprile-giugno 1864 e tese a favorire le attività del brigante Iannuzzi Saverio “Priscento” di S. Donato, organico nella banda La Valle.

-Al nr. 1561 .234. troviamo registrato il procedimento a carico di

-Palermo Francesco fu Giuseppe, di S. Donato, arrestato per il reato di connivenza al brigantaggio.

Fatti commessi nel periodo agosto-settembre 1864 per favorire le attività e la latitanza del brigante Iannuzzi “Presente” Saverio di S. Donato.

-Al nr. 1589.329 troviamo la registrazione del procedimento contro

-Giordano Elisabetta, di S. Donato, detenuta, arrestata per connivenza al brigantaggio. I fatti per cui vi è processo risalgono al periodo settembre 1864-febbraio 1865 ed avrebbero favorito latitanza ed attività dei briganti Iannuzzi Saverio “Presente” o “Priscento” organico nella banda di Di Napoli Carlo e Pace Domenico, meglio nota come “banda dè sàracinàri”

 

-La registrazione al nr. 1603.355. riguarda numerose persone, fra le quali alcune sandonatesi. Gli imputati sono:

-Sinopoli Giuseppe, fu Rosario, da Rogliano, d’anni 60, detenuto;

-Gabriele Antonio, fu Giovanni, da Spezzano Albanese, d’anni 35, detenuto;

-Blundi Antonio, fu Pietro da Spezzano Albanese, d’anni 35, detenuto;

-Parise Francesco, di Paolo, da Spezzano Albanese, d’anni 26, detenuto;

-Talarico Nicola, fu Michele, da Lappano, d’anni 26 detenuto;

-Scarpelli Giovanni, fu Fedele, di Lappano, d’anni 57, detenuto;

-Scarpelli Pasquale, fu Fedele, di Lappano, d’anni 45, detenuto;

-Consolo Donato, fu Fedele, di Tarsia, d’anni 23, detenuto; -Greco Antonio, fu Bruno, da S. Lorenzo del Vallo, d’anni 36, detenuto;

-Bianchi Antonio, fu Gaetano, da Parenti (domiciliato a Tarsia), bracciante, di anni 33, detenuto;

-Merelli Antonio, fu Luigi di Ajello (domiciliato a Spezzano Albanese), armiere, d’anni 34, detenuto;

-Olivieri Domenico, fu Giovanni, da Tarsia, massaro, d’anni 32;

-Costanzo Nicola, fu Giuseppe, di Marzi, guardiano, d’anni quaranta, detenuto;

-Miraglia Angela, di Pietro, da S. Donato, serva, d’anni 20, detenuta;

-Miraglia Pietro, di Saverio, di S. Donato, giornaliere, d’anni 50, detenuto;

tutti gli arrestati sono imputati per il reato di brigantaggio in relazione a fatti accaduti nel periodo marzo-maggio 1865.

Questo procedimento apre uno spiraglio sulle attività brigantesche poste in essere da sandonatesi che possiamo considerare “eredi” di Prishente, se diamo credito agli atti del processo che li dava organini presso la banda di Giuseppe de Rose.

Nel fascicolo processuale sono conservati cinque biglietti dai quali risulta che la “spia” Marino Bruno informava i carabinieri sui movimenti e i nomi dei briganti della banda De Rose.

Dalle fonti per la storia del brigantaggio postunitario, relative ai procedimenti avanti i Tribunali militari straordinari, edite nell’anno 2000, risulta che avanti la Gran corte criminale, al nr. 321 risulta registrato il procedimento contro:

-Bernardo Buono di San Donato;

-Francesco Tuoto di Roggiano;

-Giovanni Chiodo di San Sosti (ed altri individui), tutti accusati di associazione di malfattori per fatti commessi nel periodo anteriore e prossimo all’8/12/1862.

Il gruppo succitato si direbbe abbia iniziato l’attività brigantesca in contemporanea con Prishènte.

I documenti coi quali alle autorità competenti viene comunicata la morte di Saverio Iannuzzia sono corservati presso l’archivio di stato di Cosenza, Atti della prefettura fascicolo nr. 8.270.

Saverio Iannuzzi, quando era organico nella banda di Antonio Franco ebbe una chiamata in correo perché nella notte nella notte fra l’8 e il 9 ottobre del 1863 assieme ad altri briganti, con lo scopo di impossessarsi di un baule pieno di gioielli e di soldi, entrava nell’abitato di Cerchiara e dopo aver sfondato la porta di casa, sequestrava il parroco don Michele Mancosi insieme alla sua domestica Maria Giovanna La Teana.

Fuori dell’abitato il prete veniva ucciso a colpi di pugnale e di fucile.

Indagini successive stabilirono che nella stessa nottata dell’omicidio, cinque briganti transitarono dalla masseria di Rosa Francese in San Lorenzo Bellizzi, chiesero e ottennero del pane e dell’acqua per lavare una ferita e poi imposero al marito Francesco Vito di fare loro da guida.

Il Vito, dopo qualche giorno, fece ritorno a casa e per evitare l’accusa di manutengolismo, nell’ottobre 1863 rese al giudice di Cerchiara una deposizione, dalla quale risultava che i riganti erano scesi in Calabria per sequestrare il prete di Cerchiara.

Diversi cittadini di Cerchiara vennero arrestati e processati e la maggior parte di essi fu prosciolta. Solo due, Angelo e Francesco Cesarini. vennero condannati: ai lavori forzati e rinchiusi nel carcere di Gaeta.

Francesco Cesarini si proclamò sempre innocente e lo ribadì un anno dopo in un’accorata lettera, a Francesco De Luca, suo amico “stimatissimo di Cerchiara, indicando i nomi di quelli che riteneva i veri responsabili di quell’omicidio e specificando: “uno trovasi con me, in questa prigione di Gaeta (fa capire che si tratta di Angelo Cesarini), l’altro è ancora libero, e il terzo, che è un falegname di Cerchiara, è pure libero”.

La lettera venne trattenuta dalle Autorità carcerarie,le quali, dando credito a Francesco Cesarini riaprono il caso Mancosi.

Nell’agosto 1864 Cesarini, interrogato, conferma i fatti fornendo la seguente versione:

Ecco come venni a scoprire i veri autori dell’assassinio di Don Michele Mancosi. Quando ero rinchiuso nel carcere di Gaeta, mi trovai nella stessa cella del brigante Giuseppe Stasi, di Longobucco, al quale raccontai la mia triste storia. Stasi si rivolse ad Angelo Cesarini, che era pure nella stessa cella, e lo rimproverò per aver fatto da spia e da guida nella triste storia del prete Mancosi. Lo Stasi mi raccontò pure che i briganti, in quella notte che uccisero Mancosi erano in numero di sette, fra cui uno chiamato ù puòrcu. ed erano comandati da Giovanni (o Biagio) De Franco, che era di Morano ed ebbe tra i suoi aggregati anche Saverio Iannuzzi, pure della Banda di Antonio Franco”.

Non vi è certezza che il brigante Giuseppe Stasi abbia detto il vero e la partecipazione di Prishènte all’omicidio di prete Mancosi non è mai stata oggetto di esame dibattimentale o di alcuna sentenza.

Comunque è da precisare che la banda di Antonio Franco, presso la quale Prishènte era organico, nel periodo 7-15 ottobre 1863 era stanziale nelle zone contigue a Cassano Ionio e San Lorenzo Bellizzi, luoghi in qualche modo legati al reato in oggetto e dove si commisero non pochi misfatti.

Con questa ultima ricerca ritengo esauriti e chiudo definitivamente studi ed analisi dedicate a Saverio Iannuzzi, ai suoi tempi più conosciuto come Prishènte e pùru cumu ù Zuòppu, sandonatese che, a modo suo, ha reso noto e dato lustro al nome del paese natale.

Gennaio 2020

Minùcciu

 

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