Apr 26 2019

Ziu Micuzzu u Sacristanu

Luigi Bisignani

la-mia-storia1

 

“Indimenticabili personaggi d’altri tempi”

Tra i tanti  personaggi Sandonatesi che mi tiene a cuore di ricordare e tramandare la sua storia su questo umile giornale é  Domenico Cozzarelli,ricordato da tutti come:

Ziu Micuzzu u sacristanu

Nel  mese di Novembre 2015, durante la sagra della castagna  ho avuto la fortuna d’incontrare La Sra Rachele,figlia i “Ziu Micuzzu u sacristanu” la quale gentilmente mi ha fatto visitare la sua attuale dimora(quando viene al paese,perché abita a Torano)il castello Panebianco” ora di propietà di Rachele e famiglia De Seta,sito nella zona dei Palizzi.Finalmente ho poututo visitare questo luogo,pieno di magia, che da tanto tempo desideravo fare,un desiderio tanto forte che per me fu un’immenso regalo che la Sra Rachele mi ha fatto, raccondandomi qualche aneddoto e mi aveva promesso di scrivermi qualcosa su suo papà ZIU MICUZZU,aiutata da sua figlia Mariagiovanna ,che ringrazio fortemente. Ecco cosa mi hanno scritto  e ve ne faccio parte.Ringrazio Rachele la figlia e Mariagiovanna la nipote per avermi fatto avere le foto ed i dati scritti in sua memoria.

Nonno Domenico (3)

 

Domenico Cozzarelli, detto Micuzzo, nacque a San Donato di Ninea il 6 novembre del 1909 in una piccola casetta “‘ncapu casali”.Avrebbe avuto questo mese di Novembre  110 anni.

 

 

 Come tanti bambini nati in quegli anni difficili, non fu riconosciuto dal padre,  così, Micuzzo, pur sapendo chi fosse, con un rammarico che segnò tutta la sua vita, non poté mai chiamare quell’ uomo “papà”.

 

 

Aveva due fratelli più piccoli: Vincenzo e Teresa ed in casa, insieme a loro, vivevano una capretta e 3 conigli che i bambini accudivano amorevolmente.

 

Rachele, Nonno Domenico e Nonna Amalia.Sua mamma,  zia Maliuccia ì pistu, era una donna intelligente ed affabile. Grandissima lavoratrice, dovette mantenere 3 bambini da sola e, con il duro lavoro, non fece mancare loro nulla: raccoglieva le castagne e le rivendeva ai “forestieri” o le barattava con altri beni necessari; all’ alba andava alla “Cuschina” per raccogliere qualche fascina di legna e per portare a casa ù cùcumu d’ acqua frisca. Preparava il pane di fronte al negozio “i ziu franciscu ì ndriu”, in una piccola bottega, e lo vendeva al mattino ai compaesani.  Teneva, inoltre,  “à mmitìaru” (affidamento) 4 maialini che faceva piano piano crescere per poi ricavarne dei salumi noti a San Donato per pulizia e prelibatezza.

Micuzzo, quindi, crebbe con il valore dell’ industriosità:

Nonno Domenico. (2)la povertà di quegli anni poteva essere dignitosamente dominata dall’ intraprendenza e dalla voglia di imparare, senza, tuttavia, rinunciare alle proprie piccole passioni. Aveva, infatti, una grande curiosità per la musica ed il canto, Micuzzo emozionava tutti con la sua voce; noti saranno, in seguito, i suoi cori in onore della Settimana Santa, che lui curava e conduceva con tanto impegno (Ai  tuoi piedi bella madre, Caro mio crocifisso, Pace oh madre), così come quelli in onore della Madonna

dell’ Assunta (per esempio “Torna il mese fiorito di maggio”) in cui cantavano anche la figlia Rachele, Raffelina Moranelli e Raffelina Consoli. Questo canto, grazie ad un giovane Michele Cordasco (grande amico di Micuzzo) fu all’ epoca  perfino inciso su un 45 giri.

 

Nonno Domenico e zio Michele.Da bambino faceva il chierichetto e suonava  le campane per  ogni funzione religiosa del paese. Consegnava alla sua mamma  i soldini che riceveva in dono dai fedeli paesani, così poteva contribuire al sostentamento della  famiglia.

Non possedevano libri, ma grazie alla vicinanza con la Chiesa, Micuzzo ebbe la possibilità di leggerne molti. Sue grandi passioni furono in particolare Verga, Manzoni e Sant’ Agostino.  Ricevette in dono da Don Francesco Guagnano I Miserabili, Scurpiddu, Quo vadis e tanti altri libri che poi lui amava riassumere ai suoi cari.

 

Francesco e nonno Domenico. 1973Imparò a suonare “ad orecchio” la chitarra e la fisarmonica e prese lezioni di organo dal professore Guagnano che la mamma ripagava con 3 fascine di legna a settimana.

Negli anni,  Micuzzo imparò anche il mestiere di calzolaio ed ebbe una sua botteguccia presso la casa ì ziu Duminicu ì miccu, non lontano dalla chiesa Madre.

Zia Maliuccia, voluta dalle tre sorelle Panebianco, Rosina, Carolina e Filomena, andava spesso a prestar servizio presso la loro casa “ara terra”.

Nel 1913,  alla nascita di Carolina ( figlia del segretario comunale Nicola Panebianco e di Rachele Ceraso), Zia Maliuccia le fece da balia, allattandola come “mamma ì latti” . Per ironia della sorte, quella bambina, 22 anni dopo sarebbe diventata sua nuora.

Il 13 ottobre 1935, infatti, Micuzzo e Carolina si sposarono con grande amore festeggiando insieme a tutto il paesino. Ebbero ben presto tre figli: Nicola Orazio, Amalia e Rachele che allevarono con grande abnegazione.

Per sostenere la famiglia, Micuzzo trasse dal suo amore per gli animali

Mariagiovanna e nonno Domenico. (5)un’ altra piccola fonte di guadagno. Infatti, per molti anni, accompagnò come assistente il veterinario Oscar Lo Passo in tutto il territorio di San Donato, soprattutto nelle campagne,  per visitare e curare gli animali allevati. Andava spesso alla Ficara ed a Macellara, anche quando al paese c’ era la neve alta, si metteva in cammino indossando “le calosce” e raggiungeva i pastori che erano in difficoltà.

Il dottor Lo Passo ebbe così tanta fiducia in lui da lasciargli decidere, spesso, le cure migliori per alcune malattie. Ci  fu un evento, alla Ficara, di un intero gregge salvato, grazie a Micuzzo, dalla temuta brucellosi.

E, in quei tempi, salvare un gregge equivaleva a salvare un’ intera famiglia dal disastro e dalla fame.
Nonno Domenico, 7-9-1969.Amante della compagnia, tante furono le serate passate con i suoi amici a Santu Pietru: buon vino, formaggio pecorino, capretto alla brace e le canzoni accompagnate dalla sua chitarra “hawaiana”.

In quei tempi la comunità era davvero una grande famiglia, nei vicoli di San Donato ci si aiutava reciprocamente, le vicende umane erano comuni, le povertà condivise. La stessa architettura del paesino sembra suggerire un “abbraccio’’ disegnato dalla pietra, come se perfino le case si difendessero “l’ un l’altra” dalle durezze invernali.

In un ambiente già così solidale, un uomo umile come ziu Micuzzu naturalmente godeva della stima e della grande benevolenza dei compaesani. Lui aiutava tutti per quello che poteva, e, a sua volta, veniva aiutato dagli altri. Per esempio,  raccontava dell’ asinello che Filomena Iannuzzi ì vieli gli dava di frequente in prestito per andare aru sirivaru a raccogliere la legna di “cerza” e da tanti altri aneddoti come questo traeva spunto per educare figli e nipoti all’ importanza della  riconoscenza.

Nonno Domenico.Intorno agli anni ’50, acquistò nei pressi della Chiesa Madre una piccolissima bottega dalla famiglia ì ziu Gangilu Zini (vicino i baroni Campolongo) nella quale, su incarico del Dott. Lo Passo, (che gli forniva il “bollettario”),  i paesani potevano pagare il dazio sull’ uccisione dei maiali.

Riflettendo lucidamente, è possibile dedurre che solo una persona  ben voluta da tutti poteva assolvere un servizio così spinoso e sgradito alla comunità, visto che ogni imposta è impopolare, ma lo è ancor di più quando sulla gente imperversa la povertà.

Generalmente, Ziu Micuzzu viene ricordato come “ù Sacristanu”, infatti questa fu la sua attività “storica” in San Donato. Molti sacerdoti  si  susseguirono nel suo amato paesino: don Orazio Panebianco, don Viggiani, don Roberto Campolongo, don Lo Gullo, don Gabrielli,  “Dommicianzu ì caluprisi”, Padre Antonio Caruso (dei frati minimi di Paola), Padre Francesco Buono, Padre Ernesto Pucciani, don  Vincenzo Giunta e altri ancora. Ebbe rispetto per tutti e particolare stima per alcuni.

Con molta simpatia Micuzzo  raccontava le vicende di “Dommicienzu ì caluprisi” elogiandone la capacità di satira trasformata in pungente poesia.  Rappresentò un punto di riferimento anche “morale” per i compaesani; veniva spesso chiamato a dirimere litigi, questioni familiari, problemi di vicinato. Cercava sempre una soluzione pacifica e conciliante.

Durante le varie feste religiose, in particolare per la festa di San Donato al Pantano e  per il 24 “ì maiu”, preparava i parati celebrativi e numerosi lampioncini con la carta velina, servendosi di ciò che poteva, spesso con mezzi semplici e rudimentali;

clima permettendo, alla fine di quest’ ultima festa, tutto si concludeva con il tradizionale volo del “pallone”. Ad aiutarlo nella costruzione del pallone ci furono in casa sua i  figli ed alcuni giovani del paese che si susseguirono nel tempo quali Antonio Nappa, Mica Dominiani e molti altri ancora.

Nonno Domenico (2)Alcuni ragazzi del paese presero anche lezioni di fisarmonica “ad orecchio” da lui, per esempio Antonio ì Maioscia e Alfonso Vuono.

E’ bello anche ricordare i presepi che lui costruiva  con ingegno e cura nella chiesa Madre, precisamente “nd’ù ù cappilluni”.

Tanta era la stima che lo circondava, che portò a Battesimo, nell’ intero comune di San Donato, circa 280 bambini.

Ai nipoti che arrivarono, trasmise affetto e valori semplici. Raccontava loro tante storie al caldo del camino. Storie affascinanti. Un po’ lette, un po’ inventate, un po’ vissute…e ripeteva spesso: “vorrei solo che vi ricordaste di me  portando un fiore sulla mia tomba, quando non ci sarò più”.

Ebbe un ictus nel mese di aprile del 1987 durante la visione in tv del “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli.  Da quel momento, fino alla morte, la sua lucidità fu vacillante. Passò gli ultimi mesi lontano dal suo paesino.

Qualche volta ricordava le vicende della sua vita in San Donato. Persone, profumi, vicoli. Vicinato.  E qualche volta recitava i versi delle poesie che ancora ricordava.

Morì il 14 giugno 1987 a l’età di  78 anni.

L’ intero paese e tanti tanti altri amici parteciparono al suo funerale per salutarlo un’ ultima volta.

Dal suo esempio di vita abbiamo imparato molto.

Ci ha insegnato il piacere della condivisione, dalla musica ad un bicchiere di vino…fino alla trama di qualche buon libro… le piccole semplicità della vita diventavano ancora più belle, se condivise.

Come le ginestre che  raccoglieva “aru sirivaru” e portava alla moglie, di ritorno a casa.

Tante persone hanno avuto stima per lui, forse perché sapeva emozionarsi ed emozionare …e perché era un Uomo carico di Umanità.

O forse perché, come lui stesso amava ricordarci:

“non occorre avere illustri natali, l’ onore è di chi se lo fa”.

Febbraio 2016-ricordo di mio papà e mio Nonno :  Rachele & Mariagiovanna

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