Mar 01 2018

Abbasso i terroni!

Luigi Bisignani,

Fa freddo ,cosa migliore per passare un po di tempo al caldo ,che il Net?
cercando e rovistando nel net ho scovato questo bellissimo racconto del nostro paese scritto da Pasquale Giannino,  mio vicino di casa,anch’io abitavo in via XXIV Maggio a San Donato di Ninea.

Abbasso i terroni!

di Pasquale Giannino

“Ingegnere, ha visto lo schifo di Napoli?” mi fa Davide. “Lo schifo di Napoli?” “Insomma, lo scandalo dei rifiuti…” Il locale è gremito, sono già le nove e devo correre in ufficio. Ho un meeting di quelli tosti, oggi, sarà un bagno di sangue. “Ah, le discariche… Senta, il caffè me lo faccia corretto per favore.” “Non gli bastano i miliardi che gli abbiamo dato?” incalza il barista. Io annuisco, in realtà non lo ascolto più. Il caffè è pronto. Lo mando giù senza gusto, come se fosse una medicina. Mi affretto verso l’uscita.

Quando ero piccolo aspettavo la domenica con trepidazione. Abitavamo in via XXIV maggio, la più centrale del piccolo borgo montano. Là vicino trovavi tutto ciò che ti occorreva. Sotto casa c’era la farmacia. Poi la via cede il passo a una interminabile gradinata che si inerpica fino al municipio. C’era una ferramenta e un negozietto, poco più in alto. Di quelli che non si vedono più: “Alimentari e diversi”. Qualche volta ci andavo a prendere il pane, la pasta, lo zucchero… Ci trovavo sempre una vecchietta cieca, zia Michelina, me la ricordo durante l’inverno, seduta vicino a un braciere mentre sua figlia serviva i clienti. Tutto avveniva in maniera molto lenta, con calma, discorrevano del tempo, dei matrimoni, dei morti… Qualcuno si attardava a salutare la vecchina e lei si schermiva: “Figlio mio non ti conosco, sono anni che non vedo”. Io aspettavo pazientemente il mio turno, frattanto ripetevo nella mia testa l’elenco delle cose che avrei dovuto acquistare. In verità la via non termina con la scalinata ma prosegue in un vicolo strettissimo, appena accessibile per la miriade di motocarri che l’imboccavano, lasciando spesso sui muri tracce evidenti del loro passaggio… Proprio all’ingresso del vicolo c’era un negozio molto strano. Ci trovavi di tutto: scarpe detersivi penne matite lampadine… persino un telefono pubblico. Eh sì, i cellulari e gli SMS non erano ancora arrivati… In realtà, quel telefono lo usavano delle famiglie che a casa non lo avevano. Ogni tanto vedevi zio Innocenzo, il negoziante, fermarsi sotto un’abitazione piuttosto trafelato. Suonava il campanello, aspettava che qualcuno si affacciasse dal balcone, poi urlava: “Al telefono!”. Zio Innocenzo era stato per molti anni in America, aveva investito così i suoi risparmi dopo il ritorno in paese. Quella sorta di emporio era pieno di elenchi telefonici. Quando qualcuno gli dava una banconota la controllava scrupolosamente, la guardava in controluce, l’accarezzava… Le più sgualcite le conservava sotto uno di quegli elenchi…
La domenica mattina scendevamo nel garage. Mio padre posava nel bagagliaio l’acqua fresca da portare ai nonni, salivamo nella Centoventisette, e lui iniziava le manovre per uscire. Là davanti lo spazio era così angusto che non avevi la possibilità di girare a destra e imboccare subito la discesa. Dovevi salire verso la scalinata, tornare in retromarcia sullo spiazzo di fronte alla farmacia, e se non c’era nessuna macchina posteggiata (evento alquanto raro nonostante il divieto di sosta), con un’altra sola manovra te la cavavi. Non appena mio padre accendeva il motore, zio Innocenzo spuntava dal vicoletto. L’abito della festa, quella gomma americana che non smetteva mai di masticare, ci salutava cordialmente. Pareva che dicesse: “Andate tranquilli, resto io qui a controllare tutto…”.

“Questa è la valigia della Svizzera” mi disse mio nonno, mostrandomi la vecchia scatola di cartone.
“Quanti anni avevi la prima volta che sei partito?” gli chiesi.
“Quarantasette.”
“Quarantasette? Come mai così tardi?”
“Tuo padre lo avevamo mandato nel collegio dei minimi, a Paola. Ci rimase per quattro anni, poi capì che la sua strada era un’altra.”
“Meno male!…”
“Del resto, per un ragazzo che è cresciuto in campagna quella vita dev’essere peggio del carcere…” L’ulivo sfiorava con le fronde il casolare. Mio nonno era seduto su una sedia impagliata davanti all’uscio, come sempre, quando mi raccontava le sue storie. “A ogni modo,” continuò “i monaci lo avevano istruito bene, non potevo mandarlo a zappare. I soldi per mantenerlo agli studi non li avevo, così pensai di scrivere a mio fratello. Lui era partito già da qualche anno. ‘Ormai sei anziano,’ mi rispose ‘è difficile farti entrare in fabbrica. Però potresti andare a lavorare da un agricoltore che conosco.’”
“E tu hai accettato?”
“Non avevo scelta.”
“Hai lasciato la tua proprietà per andare a fare il bracciante all’estero?”
“Il fatto è che la terra da noi non ha mai fruttato niente. Abbiamo sudato come ciucci di fatica tua nonna e io. Ogni mattina alle quattro eravamo in piedi. Io andavo a governare le bestie, lei mi preparava il pranzo da portarmi sui campi: salumi, patate, peperoni… Tutta roba nostra, non compravamo nulla. Mettevo ogni cosa nello zaino che mi ero portato dalla guerra, salivo in groppa all’asino e partivo. La nonna mi raggiungeva più tardi, dopo aver sbrigato le sue faccende. Tornavamo dopo il tramonto con le ossa rotte… In Svizzera il padrone mi trattò bene. Mangiavo a casa sua. Lassù la prima colazione non è come da noi. Qui ci accontentiamo del caffè, al massimo prendiamo una zuppa di latte. Lassù c’erano uova, salsicce, formaggi…”
“Alla faccia…”
“D’altra parte si lavorava sodo. E si moriva dal freddo…”
“Ma la notte dove dormivi?”
“Da mio fratello. Aveva una baracca poco distante…”
“Meno male che il padrone ti trattava bene…”
“In effetti la paga non era granché. Qualche tempo dopo riuscii a entrare in un cantiere. Guadagnavo quasi il doppio.”
“Allora ti sarai cercato un alloggio un po’ più decente…”
“Sono rimasto nella baracca fino al momento del ritorno, l’anno della tua nascita. Avevi appena un mese, non potrò mai dimenticare i tuoi occhietti scuri che mi fissavano…”
“Hai fatto quella vita da cani per tutti quegli anni?”
“Quattordici per l’esattezza. Sì, è vero, tuo padre aveva finito gli studi da un pezzo. Io però avevo in mente di comprarmi una casetta in paese. Era da sempre il mio sogno, passarci la vecchiaia con tua nonna. Poi i tuoi si sposarono, non avevano ancora un impiego stabile: gli dissi che avrebbero potuto arrangiarsi in quella casa… Mi sarebbe piaciuto restare qualche altro anno, ma i dolori alle braccia erano diventati insopportabili. Vincenzo rimase, lui è più giovane di me ed era ancora forte. Suo figlio lo aveva mandato a Torino, al politecnico…”

Ha nevicato per tutta la notte ma le vie sono quasi sgombre, i marciapiedi ancora no. Cammino lungo il ciglio della strada. Mi viene in mente quella nevicata di una ventina d’anni fa, giù in Calabria. Le scuole restarono chiuse per un mese, ne parlò anche il telegiornale: “Sono molti i paesi del cosentino rimasti isolati, fra questi San Donato di Ninea…”. I ragazzi erano contenti. Sinceramente io mi annoiavo. La scuola tutto sommato non mi dispiaceva. Poi, nel mio quartiere non avevo coetanei con cui bighellonare. C’era un vicino di qualche anno più grande. Sua madre la chiamavano “donna” Lidia, suo padre dirigeva un’impresa edile. Ogni tanto andavo a trovarlo, lui aveva “la pista”, quel giochino con le auto da corsa telecomandate che allora spopolava fra i teenager: ci facevamo delle gare memorabili. Solo una volta provai a chiedere ai miei di comprarmene una: mi risposero che dovevamo costruirci la casa…
Cassina de’ Pecchi è un paesotto alle porte di Milano. Non ha un centro storico, una piazza, un luogo di ritrovo… Però c’è la metropolitana: una mezzoretta e sei al duomo. Lo stabilimento campeggia fra i binari e la Padana Superiore, la torre svetta con le imponenti parabole. Quando fui assunto, sette anni fa, conobbi un perito anziano di quelli simpatici. Ce ne sono alcuni che ti fanno sentire una merda: primo perché sei laureato; secondo perché sei un pivello e gli strumenti di misura non sai neanche accenderli… Lui un giorno mi disse: “Ormai siamo così presi che non abbiamo neanche un minuto per i giovani… Hai mai visto un ponte radio?”. “Solo sulla carta” risposi. “Dai, vieni, ti porto sulla torre…” Quando entravo in ditta, i primi anni, il pianoterra brulicava di tecnici e operai. Salivo in ufficio, davo un’occhiata alle mail, poi scendevo in laboratorio e iniziavo la mia battaglia. Sì, era proprio una battaglia, personale, fra me e il mio apparato. Il più delle volte perdevo. Il mio capo voleva sapere lo stato di avanzamento del progetto… “Cosa vuoi che ti dica?” gli rispondevo “qui non va un tubo.” Dopo mesi e mesi di polvere e sudore e sangue, i primi dati incominciavano a girare. E io per un attimo mi sentivo Einstein… Oggi i corridoi sono quasi deserti. Avevano iniziato col vendere qualche reparto di produzione. Ora l’intera fabbrica è stata ceduta. Mi aspetta un meeting di quelli tosti, oggi, ma in fondo sono tranquillo. Stanotte ha nevicato, e tutto appare più lento. I visi della gente sono meno tirati, qualcuno accenna perfino un sorriso.

Pasquale Giannino

 

 

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