Mag 13

Stuòzzi ì stòria: ‘Ntò vìcinànzu.

Luigi Bisignani

Ricevo da Minucciu e con piacere pubblico

CULTURA

 

 

Ntò vìcinànzu.

cultura-sandonatese_thumb.jpg Nel termine sandonatese “vìcinànzu” non è solo compresa l’area sulla quale si affacciano le abitazioni, ma vi rientra tutto ciò che nel vicinato esiste, sussiste ed accade, in parole povere il vissuto del luogo. Una di queste antiche peculiarità era la lite di vicinato, quella breve baruffa generalmente scatenata dall’intromissione “dè grànni” nelle questioni giovanili, quelle liti  legate a contrasti infantili nel giocare od a questioni determinate dalla “gerarchia sociale” perché, il piccolo sandonatese, il posto che avrebbe occupato da grande nella scala gerarchica fra coetanei, doveva conquistarselo sin da bambino.

Non so quanti di coloro che leggono hanno assistito od abbiano ancora presenti le zìrrichiàte ì ntè vìcinànzi”, quei simpatici (per chi ne era spettatore) scontri, nel corso dei quali, parecchie notiziole tenute gelosamente occultate (almeno questa era  la speranza), da riservate all’ambito familiare, divenivano ufficialmente di pubblico dominio, “ccà spubbricatùra”, e quindi rivelate con lo scopo di mettere in cattiva luce l’avversaria e toglierle la parola, “còsi dìtti ppì ddh’àttippà a vùcca”.

Non mancavano, in questi frangenti, le vere e proprie aggressioni fisiche che, fra donne, iniziavano col brandire un attrezzo, generalmente “vètti” (allo scopo si prestavano manici di vari attrezzi, ma preferito restava quello della scopa), poi solitamente abbandonato “ppì ssì junnà cchì mànu” e quindi cercare (e reciprocamente trovare) i capelli dell’avversaria. Fra grida, improperi, svolazzo di sottane circostanza questa che scopriva “orizzonti sconosciuti”, ma immaginati, dagli spettatori più giovani, accadeva un breve e spesso incruento confronto, solitamente interrotto e sedato dall’intervento dei vicini.

In altri scritti ho avuto occasione di affrontare l’argomento e ribadire che detta tipologia di lite raramente aveva un seguito giudiziario o causava di inimicizie profonde.

Altra storia erano però i contrasti dovuti a questioni serie, fra le quali annoveriamo, interessi economici, vecchie ruggini, antipatie profonde, rancori familiari (dei quali spesso s’era persa l’esatta memoria), amori contrastati, schieramento od appartenenza a quei “partiti” che in paese si contendevano il potere.

Vi erano anche zuffe conseguenti ad episodi di delinquenza pura (furti, rapine estorsioni, sequestri) con conseguenti danni morali e sopratutto materiali dei quali si chiedeva ristoro. Queste liti non erano assimilabili ai “ciuòciùli” che abbiamo sopra descritto. Se ne differenziavano per ragioni molto più profonde e coinvolgenti che “tuccàvànu” il sandonatese coinvolgendolo in maniera molto penetrante.

Queste ultime tipologie di liti raramente avveniva di giorno ed in pubblico (salvo urbiachezza). Ne erano teatro “ì vanèddhj” che per la loro conformazione (anguste e buie) si prestavano agli agguati serali o notturni e le questioni venivano risolte “à palati” o con qualche coltellata. I “quatràri” raramente avevano occasione di assistervi e se ciò accadeva, la visione veniva bruscamente interrotta da un adulto che ti afferrava e ti sollevava di peso allontanandoti dal pericolo.

La lite, il contrasto hanno sempre caratterizzato la convivenza fra gli umani e questo mi ha indotto a voler verificare se metodi, condotte e fraseologia delle liti siano state sempre le stesse o se nel tempo sono avvenuti mutamenti.

A risolvere parzialmente la questione ci viene in aiuto un registro della Cancelleria aragonese, della serie “Justitiae” (anni 1453-1454), che apre uno squarcio sulle costumanze della società calabrese di quel periodo e sulle tipologie dei reati  che ne minavano il tessuto sociale.

Quel che andiamo ad illustrare non interessa direttamente il territorio sandonatese, ma fornisce comunque un’idea di quel che poteva essere il “clima” paesano in fatto di contrasti fra “ràzze”, intese come gruppi famigliari, o singole persone. Le notizie sono tratte da una ricerca condotta da  Gemma Teresa Colesanti e Daniela Santoro e resa pubblica col titolo “Violenza verbale e fisica nella calabria del 15° secolo”.

L’analisi è stata effettuata presso l’Archivio di Stato di Napoli consultando il fondo “Camera della Sommaria” dove si conserva, unico superstite, un registro della serie Justitiae della Cancelleria aragonese, intitolato   “Quaternus denunciacionum anni II indicionis MCCCCLIIII Curie dominiviceregis Calabrie”.

Il registro contiene 307 denunce per un totale di 90 carte. Le parti riferite al formulario giuridico, sono redatte in lingua latina; quelle che riportano le testimonianze dirette, sono scritte in volgare; parecchie parti, che traducono e raccontano i motivi e le occasioni delle accuse, risultano trascritte in latino volgarizzato.

Le denunce riguardano tutto il territorio calabrese e sono distribuite lungo l’arco temporale che va dal 12 settembre 1453 al 28 agosto 1454. La gamma dei reati è varia e quelli contro la persona comprendono aggressioni, sequestri e tentativi di omicidio; ingiurie verbali (spergiuri, bestemmie). Per i reati di natura sessuale abbiamo  adulteri, lenocinio, maltrattamenti, stupro e violenza sessuale. I reati contro lo stato comprendono lesa maestà, fabbricazione di monete false. Fra quelli contro il patrimonio annotiamo il mancato rispetto dei termini pattuiti nei prestiti (si tratti di bestie o di denaro); appropriazioni indebite e sconfinamenti; falsificazioni di ricevute; furti (di olive, legna, grano; di animali di piccola taglia: galline, porcellini; e grande: buoi); gioco d’azzardo.

Sebbene scarni, fatti e vicende risultanti nei registri consentono una ricostruzione della storia del diritto, dell’economia, del costume e della società di quel tempo. La lettura delle carte consente un’immersione nella vita di una parte del regno, quella la Calabria, gravata nel corso dei secoli, da calamità naturali, carestie, violenze sotterranee e dichiarate, rivolte baronali, quella. “terra” che le cronache, sin dai primi decenni del XV secolo, ci dicono sia regno di miseria (morale e materiale), anarchia (nella vita pubblica e privata), una regione che più delle altre, per le lotte accanite combattute sul suo suolo, sente forte il bisogno di  assestamento e di pace.

Dagli episodi registrati, ho estrapolato principalmente quelli accaduti nell’attuale provincia di Cosenza, questo per continuità territoriale, condivisione di usi e costumi e per la comunanza nelle tradizioni, con le quali il “sentire sandonatese” non era estraneo. Pochissimi episodi, accaduti nel rimanente territorio calabrese, sono stati riportati per la tipicità e la particolarità dei contenuti.

Alfonso V il Magnanimo, asseriva che “il dovere di un re verso i sudditi era in primo luogo una buona amministrazione della giustizia”. Detto pensiero descriveva uno scenario ideale che presentava notevole scarto, con quello reale offuscato da una delle secolari piaghe che affliggevano la Calabria del quattrocento, il brigantaggio, descritto come quel modello di delinquenza, con  scopo prevalente l’estorsione e che infieriva su popolazione e territorio, sia quando era praticata individualmente, sia nella forma più grave espressa nella associazione di malviventi.

Dalle carte del registro si rileva che Crotone, Cosenza, Amantea, Montalto erano si centri importanti, ma le loro strade di accesso erano poco sicure, con conseguenze dannose per i commerci.

Risulta che nel maggio 1454, Stefano figlio di Angelo Mansa de Fillino, veniva denunciato da un servitore della Curia, tale Guglielmo Gardo, il quale era stato assalito lungo la strada che portava a Mangone, a sud di Cosenza. “Estratta prima la curtellissa che Guglielmo teneva a fianco e tentato con questa di percuotere lo stesso Guglielmo, l’accusato lo colpiva cum pugillo in facie e gli scagliava contro quamplures lapides”.

Tommaso Matera di Cosenza, veniva assalito da cinque uomini armati armis prohibitis, mentre passava per viam puplicam in prossimità di Tarsia.

Nel registro risultano episodi di violenza ad opera di uomini e donne appartenenti a tutti i gruppi sociali.

Mentre si trovava intus claustrum di San Francesco, frate Antonio Corraducio di Amantea veniva aggredito da Giovanni Lauro che, senza rispetto per la sacralità del luogo, lo afferrava per il petto e lo colpiva dicendo più volte in volgare: chi si tu et de chi si figlo, e ulteriore ingiuria, arribaldo gagloffo.

Nel corso di una rissa generale, che aveva come scenario la piazza di Amantea, Antonio Cocza veniva denunciato da Roberto Cinnaro ripetutamente aggredito con zappa, bastone, pugnali.  Motus ad iram lo aveva preso per i capelli prostando ipsum ad terram et de eo faciendo id quod voluerit. Lo stesso Antonio veniva denunciato da Guglielmo Grimaldo che trovandosi a passare, e assistendo alla scena, bono zelo, lo aveva redarguito dicendogli “o Antoni Cocza non fai bene chi levi lo bastune ad quillo et dailo allo altro”, parole che avevano scatenato la reazione di Antonio che, animo malivolo et tinto vulto, gli si era scagliato contro e gli aveva dato uno schiaffo. Il Cuzco, che doveva essere “nù mpìcciùsu”, veniva  ancora denunciato da Domenico Valle che “venendo da fora e portandose una lanza sive bastone et portandolo in collo cum uno panaro arretoera stato assalito da Antonio, che gli si era letteralmente lanciato sopra per levargli il bastone, dicendogli lassa quisso bastone si non chi avirai lo malo iorno, con l’aggiunta di due pugni alle spalle.

 

Minùcciu

 

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