Ott 06

Cùmu ghèramu:I pòviri e rà limosina.

Luigi Bisignani & Minucciu

I pòviri e limosina.

cultura-sandonatese_thumb.jpgE’ il mio primo giorno nella nuova casa, mi sveglio presto e percorro i pochi metri che mi separano da quella della nonna.

La porta “gàdi sùlu ù licchiètu” e la nonna è sveglia e mi sta aspettando. Non è sola, accanto al focolare trovo “àccalàti dùi fìmmini straìni c’ancòra càpizziànu”. Sul momento la nonna “m’azzìnnadi  ì stà cìttu”. Poi mi spiegherà che, la sera precedente sul tardi, erano passate due donne, madre e figlia, “chì vìniànu à n’àtu paìsi, àddhùvi sà vìdìanu cchjù scùra c’àddhùnni nùi”, giunte nel nostro paese “à ffà à cèrca e ppì fàtigà ancùna jurnàta à cògghj e rimàni ppà scuògghjtìna”. Le due povere donne tentavano di alleviare la miseria cronica in cui nel loro paese vivevano. Nutrivano anche la speranza di poter  accumulare, in scorte e riserve, il tanto da sopravvivere al rigido inverno.

In quel periodo era usuale che “ggènti stràina” venisse in San Donato a cercare “à jurnàta”, specie nel periodo della raccolta (castagne, ghiande e olive). Erano i nullatenenti d’alcuni paesi vicini (due in particolare erano i più poveri e disastrati, ubicati in montagna come il nostro, ma ancora privi di luce, acqua corrente e con la viabilità in terra battuta), che venivano a questuare derrate alimentari e rimediare qualche giornata di lavoro. Queste persone ottenevano comprensione da parte dei sandonatesi, in specie dalla categoria dei “braccianti”, che il sacrificio l’aveva come abitudine, gente (donne comprese)  che tutto ciò che possedeva, “àvìadi scippàtu à ffòrza ì sudùri, fatìga e càddhj ntè mànu” e mia nonna apparteneva alla categoria di coloro che “aviànu  sèmpi fàtigàtu e rù faciènu ancòra”. Fermamente convinta della fondatezza del detto popolare “c’àccàsa ì pizziènti òmmancànu stòzza”, non aveva mai negato aiuto a coloro che, paragonati alla sua condizione economico sociale,  riteneva più sfortunati.

Questo ricordo “di gioventù” mi ha fatto ricostruire la storia e le vicende di un’attività umana fra le meno gradevoli, per chi vi è costretto. Parlo del dover chiedere aiuto al prossimo attraverso la pratica dell’elemosina, quel che nel dotto ed antico dialetto sandonatese chiamavamo “à cèrca”.

Nell’antichità erano vedove, orfani o schiavi le categorie sociali che tiravano avanti chiedendo l’elemosina e nel Medioevo, con l’inurbamento, l’accattonaggio divenne fenomeno di ampie dimensioni sociali. Tommaso d’Aquino (1225-1274), stabilì che la carità, accanto alla preghiera e al digiuno, era una delle possibilità di espiazione dei peccati. Nel tempo mendicare diventò un’attività socialmente accettata e donare ai poveri addirittura un obbligo etico-religioso. C’era però un rovescio della medaglia, il frequente abuso della “finta indigenza”, la quale determinò condizioni di inasprimento della situazione sociale e, come annota un cronista dell’epoca, molte città si videro costrette a emanare regolamenti sulla mendicità, “soprattutto per impedire la questua da parte di non residenti idonei al lavoro“.

Nei tempi antichi, l’organizzazione patriarcale delle tribù, servì a prevenire  le ristrettezze di  quegli individui ridotti a dipendere dalla carità. Lo sviluppo urbano indebolì l’ordinamento patriarcale e questo, insieme alla tendenza egoistica ad approfittare dell’ospitalità e della carità altrui, portò allo sviluppo della mendicità. Fra i popoli mediterranei e quindi anche fra i sandonatesi, col diffondersi del cristianesimo, divenne vivo il concetto che praticare la carità facesse acquistare merito ed ottenere la salvezza. Abilmente sfruttate da individui con mentalità parassita, dette circostanze favorirono l’accattonaggio. Benché disprezzati dai più, ciechi, zoppi e malati figurano da sempre fra i gruppi di mendicanti che di solito, per elemosinare, si ponevano in luoghi pubblici frequentati (allora nelle vicinanze dei templi, oggi sui sagrati delle chiese). I primi cristiani furono benevoli verso i mendicanti ma non ne incoraggiarono l’attività. Nella comunità cristiana si accettava l’ospitalità ma non si mendicava e questa linea di condotta fu posta in essere dagli apostoli, i quali, pur essendo a volte affamati, scarsamente vestiti e senza tetto, lavoravano per non essere di peso al alcuno. La “regola” per i primi cristiani era: “Se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi.

Nel mondo romano, gli elementi più disagiati della popolazione, assumendo il ruolo di “clientes, sostenevano una casata gentilizia ed in cambio dell’appoggio politico, riuscivano ad ottenere beni essenziali per la sopravvivenza. La povertà divenne grave con la crisi dell’impero, quando venne meno il sostegno delle famiglie ricche le quali, anche allo scopo di evitare sommovimenti sociali, elargivano generi alimentari per alleviare la condizioni dei poveri.

Nel medioevo, il patrimonio della chiesa era definito “proprietà dei poveri” ed amministrato con cura. Non si poteva pesare su di esso in assenza dei requisiti di povertà, pena la scomunica  quale necator pauperum, assassino dei poveri.

Nel XII secolo la condizione di povero è distinta tra coloro che hanno scelto la povertà quale mezzo per arrivare a Dio, i pauperes cum Petro (frati mendicanti)  e quelli che erano poveri per necessità: i pauperes cum Lazaro, dei quali si dovevano occupare Chiesa ed i buoni cristiani.

Si distingueva fra  “hospitalitas (non si facevano distinzioni, era una sorta di assistenza sociale per tutti i bisognosi) e “liberalitas, (beneficenza, per la quale si operava distinzione tra i veri e i falsi poveri).

Un segno identificativo del vero povero era la malattia. Al concetto di pauper , povero (colui che soffre gravi carenze alimentari) si associa quello di infirmus (che indica il povero affetto da malattie quali peste, lebbra, vaiolo) e pauper infirmus è la categoria dei particolarmente sfortunati (poveri ed amalati). Detta distinzione si determina fra 13° e 14° secolo quando, con le crociate, si diffonde la lebbra quale conseguenza dell’aumento delle migrazioni e dei viaggi causati dall’aumento degli scambi commerciali con l’oriente, definito terra del “morbus phoenicius”, (morbo fenicio) meglio noto come lebbra.

La maggior parte dei codici in vigore fra 15° e 19° secolo, contemplavano norme volte ad arginare l’accattonaggio. Con dette leggi, si intendeva disciplinare le condotte di vagabondi e miserabili, ritenute pericolose  e col tempo divenute un problema di pubblica sicurezza da contenere, limitare, e condannare.

Alla fine del Settecento nel regno delle due sicilie vennero emanati “bandi” per il contenimenti e la regolamentazione, del consistente numero  dei senza fissa dimora che  gremivano strade e piazze di gran parte delle città del regno e che, a parere dei benpensanti e delle istituzioni, mettevano a repentaglio tranquillità e sicurezza pubblica.

.continua

Ottobre 2015Minùcciu

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