Ago 08 2015

Viaggio nel tempo

Luigi Bisignani & Pasquale Giannino
Immagine di copertina

Viaggio nel Tempo

Stamattina sono stato con mio padre a fare un giro fra le contrade rurali di San Donato di Ninea. Voleva mostrarmi la casetta che ospitava i locali della scuola elementare, che lui frequentò poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. La contrada si trova ad alcuni chilometri dal paese. La raggiungeva a piedi, dal casolare dei suoi genitori, camminando attraverso i campi assieme ad altri scolari. Oggi è possibile imboccare la strada di fondovalle, così abbiamo fatto stamane, nonostante lui mi avesse proposto di ripercorrere il sentiero che seguiva da bambino. La strada è relativamente nuova. Il piccolo centro montano ha atteso per anni la conclusione dei lavori, che sembravano senza fine. Del resto, in una terra come la Calabria la realizzazione di qualsiasi opera pubblica richiede tempi che vanno oltre ogni ragionevole stima. Non importa se si tratti di una piccola strada che dovrà liberare un paesino incastonato fra i monti dal suo atavico isolamento, o di ammodernare la Salerno-Reggio. Ogni cantiere aperto in Calabria è un frutto appetitoso da spremere fino all’ultima goccia. Secondo la teoria della relatività il tempo non è assoluto, ma dipende dall’osservatore che lo misura. In Calabria il tempo non passa mai, a volte sembra essersi fermato. Così, per realizzare un’opera che in Emilia Romagna, Piemonte o Lombardia richiederebbe qualche mese, quaggiù occorrono anni. Se il tempo stimato altrove è di qualche anno, qui passano decenni.

Sulla vicenda della strada di fondovalle, mi sovviene un eclatante fatto di cronaca, che all’inizio degli anni Ottanta sconvolse la tranquillità di questo piccolo borgo di montagna, dove non accadeva mai niente, e la vita scorreva da sempre lenta e monotona. Per settimane non si parlò d’altro: in piazza, nei bar, dal barbiere… Dopo l’ennesima interruzione dei lavori, una fiumana di gente inondò le vie del paese. Ricordo la rabbia e gli slogan urlati contro il governo e la politica regionale e nazionale. Fu un evento che coinvolse tutta la popolazione. Per di più, alcuni paesani decisero di attuare una protesta che avrebbe scosso l’intera regione. Nel territorio di San Donato si trova l’acquedotto dell’Abatemarco, che rifornisce un’ampia area della provincia di Cosenza, compreso il capoluogo. Questi intrepidi cittadini decisero di chiudere i rubinetti: gran parte della provincia rimase all’asciutto. Qualche tempo dopo i responsabili furono arrestati. E ci vollero ancora degli anni e un incidente mortale, su un tratto di strada non ancora asfaltato, prima che l’opera fosse ultimata. Oggi l’opera è compiuta, ma è devastata dalle frane. In alcuni tratti c’è un dislivello così profondo che bisogna procedere a passo d’uomo. Se fossimo andati a piedi stamane, saremmo arrivati prima.

La strada è poco trafficata. Alcune auto forse vanno al mare, altre vanno su in paese, per la festa in piazza di stasera. A un certo punto scorgiamo le prime abitazioni. Si tratta di casette molto basse, quasi tutte ristrutturate. Mio padre mi indica una via molto ripida e angusta, che si dirama dalla strada. Al termine della via c’era la scuola. Mi dice di accostare. Io propongo di andarci in macchina, ma lui preferisce salire a piedi. Lascio l’auto presso un piccolo spiazzo là vicino e ci incamminiamo. Non appena imbocchiamo quella viuzza sbuca da sopra un’utilitaria. Si ferma, il signore che la guida ci invita a proseguire. Noi lo ringraziamo e affrontiamo l’erta. Il cuore di mio padre lo scorso anno ha fatto le bizze. Ora sta meglio, ma una salita ripida come quella per lui è ancora un problema. Quel signore aspetta pazientemente nella sua auto, e quando gli passiamo di fianco ci saluta con un sorriso cordiale. Ecco un altro tempo che non passa mai qua in Calabria, dico fra me. Quello della cortesia e del rispetto. Un tempo che in altri luoghi dello Stivale è già trascorso da un pezzo… Al sommo della salita ci sono alcune casette addossate su angusti vicoli. Un paio di cani ci vengono incontro abbaiando, ma non sono ostili. Scodinzolano teneramente, sembra che siano venuti a salutarci. Durante il breve tragitto non incontriamo anima viva. Ma le case non sono disabitate, mi dice mio padre. Saranno andati al mare, oppure a lavorare nei campi. Mi indica un garage, presso una di quelle casette: lì dentro c’era la sua classe. Però l’ingresso della scuola era dalla parte opposta. Giriamo intorno alla casetta, imbocchiamo una breve salita e giungiamo dinanzi all’uscio di casa. Mio padre vorrebbe provare a bussare, per vedere se c’è qualcuno. Ma una robusta inferriata impedisce l’accesso al pianerottolo. Non posso fare a meno di pensare alla contrada dei miei nonni, poco distante da qui. Le porte sempre aperte, i vicini che entravano in qualsiasi momento senza bussare… Chiedo conto a mio padre di quell’inferriata: ultimamente ci sono stati dei furti nella zona, mi dice, e gli abitanti non vivono più tranquilli… Lo vedo assorto per alcuni istanti. Poi d’un tratto il suo volto si illumina, e mi racconta di come il maestro spesso faceva lezione lì davanti. Di tanto in tanto si udiva un muggito dalla valle, il canto dei grilli da sottofondo.

In questo angolo della Calabria il tempo sembra essersi fermato. Ma i segnali della modernità ci sono. Provengono dai tanti emigrati che ritornano per la festa del paese, sfoggiando smartphone all’ultimo grido e auto di grossa cilindrata. Altri segnali irrompono all’improvviso, crudeli e violenti. Come quella inferriata, che ha spezzato l’incanto del nostro viaggio nel tempo.

Pasquale Giannino

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