Come eravamo : U’ nòmi

Luigi Bisignani & Miniucciu

I gràsti e rì shjshjuli i quìru chi ntà Ninàja òn c’è capùtu

Unknown“Zu Ntòniu àvìa giràtu ppù mùnnu e sapìa còsi chì l’àti màncu sì sunnàvanu”. Era questa l’opinione che nel vicinato si aveva di un simpatico ed arzillo vecchietto, sul quale “sì facìa cùntu” per informazioni e consigli.

E’ da lui che ho sentito narrare, per la prima volta, che alla Calabria ed al suo popolo era stato “càcciàtu tùttu, nsìnu ù mòmi”.

Da uomo di molte letture, zù Ntòniu spiegava che, la nostra regione, sin dall’antichità era stata abitata da vari popoli che vi avevano radicato i loro regni. Col succedersi di re e reami, le nostre terre, col tempo avevano assunto nomi diversi, tutti in qualche modo collegati a quello del re di turno od a quello del popolo occupante. Fra i tanti rammentava quelli di Enotria ed Italia, ma anche Conia, Morgezia, Ausonia.

cultura-sandonatese

E non raccontava “pàrmarie” il nostro vecchietto, se teniamo conto di Antioco siracusano, il quale dice che, nella penisola calabrese abitarono, in antico, Coni ed Enotri.

Strabone così ci spiega: ” prima che i Greci venissero in Italia non v’erano i Lucani; Coni ed Enotri possedevano questi luoghi: ma, da poi che i Sanniti n’ebbero cacciato i Coni e gli Enotri condussero in quella regione i Lucani; i Greci tennero l’uno e l’altro lido sino allo stretto.

Non sappiamo se fra le letture di zù Ntoniu vi fossero stati testi classici ma, di sicuro, conosceva della nostra storia antica.

Taluni autori si sono chiesti l’origine dei primi abitatori Coni ed Enotri (i più antichi fra quelli di cui si ha notizia) e che non erano certamente Arcadi, come narrava Ferecide. Antioco e Strabone accennano ad una derivazione dai Pelasgi, mentre Dionisio congetturava che dagli Arcadi-Enotri originassero i nostri Aborigeni. Per le tradizioni più antiche, la regione degli Enotri o Itali, veniva chiamata Ausonia ed anche Opicia (terra degli Osci). Il nome “Enotri” (non di “ràzza italica” tipo Itali, Osci, Sabini, Sanniti, Campani, Lucani e Bruzzi), venne usato dai greci per indicare tribù di razza osca, popolo che, spinto dagli invasori Greci, si raccolse e si mantenne nelle aspre e selvagge montagne calabresi, tanto inospitali quanto di difficile conquista

Nella regione calabrese capitarono i Siculi (epoca di Troia), scacciati dall’Italia centrale e vi dimorarono, fino a che non furono essi stessi costretti nell’omonima isola insieme coi Morgeti. Così Coni, Enotri, Siculi, Morgeti e Itali furono abitatori dell’Enotria, come scriveva Antioco. Altri storici, seguendo i racconti d’Eforo, definiscono gli Enotri un miscuglio di barbari. E se è vero che gli “Italioti”, ossia i greci d’Italia, chiamavano i loro schiavi “pelasghi” (dispersi), non è escluso che tale nome indicasse una generazioni di Enotri ridotti in stato servile.

Antioco ci dice che gli Enotri, erano “nomadi di rozzi costumi, si fossero poco a poco civilizzati quando abbracciarono la vita pastorale ed agricola, che diede alla loro discendenza uno stato civile”. Italo grande e potente re enotre, ebbe il merito di questa “mutazione” nei suoi popoli, adeguandoli alla virtù delle leggi e rendendoli sodali (inventò i pasti comuni).

Da Italo, la penisola calabrese, si sarebbe poi chiamata Italia, circostanza che, accettata acriticamente agli storici antichi, non è da ritenere come prova certa. E’ probabile che Italo fosse un personaggio mitologico ma è indubbio che gli enotri, abituati alla stanzialità avanzassero verso un costume più civile ed un tenore di vita migliore.

La parte nord occidentale dell’appennino calabrese, in antico era territorio nel quale erano stanziali tribù lucane, un popolo di razza sabella che, seguendo l’esempio dei padri, s’era inoltrato in questi territori sospinti dagli Irpini che li avevano scacciati dalle loro terre più a nord. Contrassegno del costume e della loro natura agreste è la circostanza che i Lucani, quantunque prossimi al mare, tennero soltanto per le montagne e le vallate più in alto. Nella “colonia sabella” venero raccolte ed incorporate altre genti, quali coni o enotri e da questa “fusione”, secondo gli storici dell’antichità, ebbe origine la nazione Lucana, così nominata da un Lucio, loro condottiero.

I Lucani formarono un grande stato propagandosi, crescendo e prosperando perché, i popoli conquistati venivano fatti compagni e non servi e posti sotto custodia del nume protettore. Nei resoconti degli storici antichi non si legge che accadessero tra i Sabini, i Volsci ed i Sanniti rivoluzioni interne o sollevazioni di moltitudini, come avveniva frequentemente in Grecia (rivolte degli Iloti e dei Penesti). Per taluni autori antichi, se accadde che solo i Bruzi si distaccarono dai Lucani, ciò successe perché furono sollecitati ed incoraggiati dalla perfidia dei greci.

L’insediamento dei Lucani nell’appennino calabrese è molto antico. E’ certo che fiorendo Sibari, nelle zone rivierasche joniche non esistevano insediamenti Lucani. Ciò non toglie che la stirpe lucana si mostrò in ogni tempo “infestissima” per i Greci, sostenendo contro di essi guerre ostinate. In una di queste, contro Turio, l’esercito “lucano” pose in campo trentamila fanti e quattromila cavalli. I greci, alleandosi con tribù ostili ai Lucani, recuperarono terreno e si vendicarono facendo intervenire in aiuto i tiranni di Siracusa, e in specie Dionisio il vecchio, il quale, adoperava qualsiasi mezzo, anche il più indegno, tutte volte che poteva venirne qualcosa utile e buono alla sua tirannide. Autori antichi tramandano che Dionisio non si fece scrupolo di “introdurre, più che mai, nel comune intero dei Lucani, umori guerrieri, discordie, e domestiche contenzioni, per le quali finalmente ebbe luogo circa l’anno 398 la grande sollevazione dei Bruzzi. Erano dessi la porzione più alpestre dei Lucani, che abitavano per li scoscesi monti della Calabria citeriore. Or di quivi uscirono i Bruzzi già  numerosi e gagliardi. Strabone li chiama pastori ed i Lucani stessi posero loro questo nome di Bruzzi, che sonava nell’idioma quanto disertori o ribelli, non però schiavi. E quantunque siffatto appellativo fosse una nota di spregio, pure i baldanzosi ribelli l’accettarono per proprio cognome, e così divenne durabilmente quello della nazione. Secondò al pari fortuna l’impresa dei pastori Bruzzi, e quindi sortì loro di conseguire libertà, indipendenza, e proprio stato politico, in guisa che la Lucania antica d’allora innanzi si trovò civilmente e geograficamente divisa in due separale nazioni,. Lucani e Bruzzi, laddove prima ne formavano una sola. Ma i Bruzzi non furono da per se nulla meno nimici a’ Greci de’ Lucani stessi. Anzi, più di loro feroci, posero le principali repubbliche, e Taranto maggiore di tutte, in tali urgentissimi pericoli che, a sua salvezza, furono chiamati in Italia, da quella, l’un dopo l’altro, tre monarchi greci colla stessa mala ventura: Archidamo, Alessandro il Molosso, e Cleonimo”.

La discendenza dei Lucani e Bruzzi dai popoli italici delle montagne è confermata dall’uso della lingua osca. Se i Bruzi furono chiamati bilingui, è perché usavano anche l’idioma greco e ciò soltanto per l’opportunità di conversare e praticare commerci con popoli ellenici, specialmente dopo le conquiste delle citta di Ipponio, Terina, Temesa ed altre, gia in ragione dei Greci. Non fa meraviglia se le medaglie stesse dei Bruzi, coniate in quei tempi, mostrano arte e leggenda greca.

Anche nei contatti con la popolazione e la civiltà greca, Lucani e Bruzzi conservarono, senza alterazione, gli abiti ed il costume dei forti. Sotto il grosso vestiario e le maniere rudi trovavi (e trovi ancora), insieme a gagliardia e rozza onestà, quelle maniere ospitali che rendevano amorevoli gli antichi calabresi, anche se restavano ancora, tremende le frasi della minaccia e sublime l’impeto nella vendetta

Tutto venne perso nelle guerre contro i romani, tanto che Strabone scriveva: “queste regioni meridionali, erano talmente guaste e disfatte per ripetute calamità  di guerra, che non era più possibile distinguere i luoghi, nè le dimore dei popoli vetusti: poiché nessuna di quelle genti, che altre volte faceva un corpo, ed avea il governo di se stessa, non conservava più nè l’uso della lingua, nè i vestimenti, nè l’armature, nè alcun altro suo proprio costume: ed oggidì, le abitazioni loro son fatte oscure ed ignobili .

Questa antica storia doveva conoscere zù Ntoniu quando parlava della sua terra, di quella Calabria che ha avuto tanti nomi, per quanti sono stati i popoli che l’hanno abitata. Quello che è perdurato più a lungo è stato ”Bruzio” o “Terra dei bruzi” o “bruzia” o “brezza” o “brettia”, l’appellativo dipendeva dalla fantasia dello scrittore o dal momento o da altre particolari circostanze della storia.

Zù Ntoniu, il quale conosceva la travagliata e sfortunata storia dei Bruzi (popolo al quale, fortemente, si richiama l’identità calabrese e dal quale trae origine il nome che identificò, per circa un millennio, la nbostra penisola) sosteneva che gli sarebbe piaciuto che il toponimo antico fosse stato mantenuto. Tutto è stata “guastato” perché ci si sono messi di mezzo gli “eredi” dei romani (questi ultimi fonte di tutti i nostri guai), quei Bizantini, i quali, proprio perché tali, furono incapaci di difendere ciò che restava dell’impero, prima dalle incursioni dei barbari e poi da quelle dei saraceni. La disfatta continuò ad opera di “genti del Nord” (normanno-svevi) per le cui incursioni venne persa la penisola Salentina, il cui originario nome era appunto Calabria. Per mascherare politicamente la sconfitta, in modo tutto levantino pensarono bene di “riciclare” il toponimo, appioppandolo alla penisola Bruzia della quale venne cancellato l’antico nome. Calabria è un nome che deriva dal greco “calò”, bello, buono e “bryo” florido, fiorente. Ironia della sorte venne assegnato ad una regione che in quel periodo era devastata, saccheggiata e soggetta a guerre di invasione ed oggetto di deforestazione e conseguenti dissesti ed impoverimento del suolo, allagamenti delle poche zone pianeggianti, ridotte a malsane e disabitate paludi ed al conseguente calo demografico.

Ci faceva notare zù Ntoniu (eravamo negli anni 50), “bbì pàridi c’àri tièmpi ì mò ghè càngiàta ancùna còsa?” Probabilmente si riferiva, sia ai tanti danni causati da incendi, da frane e da speculazioni edilizie, sia all’emigrazione che lasciava semideserti interi paesi, specie quelli montani come il nostro. Sottolineava che, almeno il nome di “terra bruzia”, col quale si richiamava alla memoria la nostra antica storia, ricca si di valore ma anche di tanta sfortuna, poteva essere conservato o quantomeno ripristinato, cancellando quel “calabria” che era e doveva restare alla terra pugliese.

Ancora oggi condivido quel che sosteneva zù Ntoniu; “à nnùi càlabrìsi nn’ànu piàtu tùttu, nnànu cacciàtu pùru ù nomi àntìcu, ònnànu lassàtu pròpiu nènti”.

Aprile 2015-Minucciu

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2 commenti

    • Giovanni Benincasa il 12 Aprile 2015 alle 21 h 20 min
    • Rispondi

    L’ho condiviso su un profilo della mia comunità di residenza. Caro Minucciu sei un’ enciclopedia vivente.

      • buono domenico il 14 Aprile 2015 alle 13 h 19 min
      • Rispondi

      Giuvà, à storia ghè nnà bbèlla còsa. Cù quìra i nùi sàntunatìsi, si putèra, ma mangèra a màtina, a mènziuòrnu e pùru àra sìra. Tì salùtu.

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