Salvatore Adamo

Luigi Bisignani

L’ho incontrato per intervistarlo tre volte,tre volte che ho scoperto una persona veramente meravigliosa e che mi ha sempre raccontato questa sua storia con un’immenso rispetto e semplicità.Con altri termini,con le sue parole,sempre piene di nostalgia ed era il cuore che parlava della sua patria e della sua  isola.

155854231-fa6afda6-b1db-4c05-8220-3a0bc2e88099“Sono siciliano no? La mia isola mi si è incollata nel cuore alla nascita e ha riempito tutta la mia interiorità. Mi capita spesso quando mi presento a sconosciuti di dire che sono siciliano. Siciliano, non italiano. Da sempre la mia vita ruota in un triangolo: Belgio, Francia e Sicilia. È stato Gesualdo Bufalino, mio compaesano di Comiso, che mi ha fatto capire il senso di appartenenza e tanti altri aspetti del nostro carattere”.

Il viaggio da emigrato in Belgio, il successo negli anni Sessanta, gli 80 milioni di dischi venduti, il presunto flirt con una testa coronata e adesso il libro pubblicato da Fazi che rinsalda le sue radici. Salvatore Adamo, il cantante di “Lei” e “Cade la neve”, è tornato alla ribalta grazie al romanzo “La notte… l’attesa” che trabocca di nostalgia per la sua terra attraverso l’immagine del sole, il dialetto, le tradizioni e le ricette. E non è escluso che prima o poi non decida di tornare per sempre nella sua Comiso, in quella zona del barocco che gli è rimasta attaccata addosso. Il padre morto in mare, il rapporto con Dino Buzzati, l’ammirazione per Falcone e Borsellino e il ricordo di quella canzone, “Dolce Paola”, che gli fece conoscere la futura regina.

AVEVA ancora i calzoni corti quando il padre lo portò con se in Belgio, a Charleroi, “le pays noir” dove i “rital”, i terroni venuti dall’Italia per una manciata di carbone si calavano nelle miniere e spesso ci restavano seppelliti, come gli infelici di Marcinelle. La Sicilia però Salvatore Adamo, lo chansonnier che nel mondo ha venduto 80 milioni di dischi (“La notte”, “Lei”, “affida una lacrima al vento”, “Amo”, e così via cantando), se l’è portata addosso per tutta la vita. Ancora oggi a 72 anni, ospite a “Domenica in” dopo due trionfali show a Parigi, ribadisce con orgoglio le sue radici.
Di più, un suo romanzo scritto in francese quindici anni fa e ora tradotto in italiano con il titolo “La notte… l’attesa” (Fazi editore) trasuda di nostalgica sicilitudine a ogni pagina. Ne riporta espressioni dialettali proverbi, ricette culinarie, miti, rituali magici e quel sole che sembra abbacinare gli occhi da ogni pagina.
Come spiega questo legame così forte?
“Sono siciliano no? La mia isola mi si è incollata nel cuore alla nascita e ha riempito tutta la mia interiorità. Mi capita spesso quando mi presento a sconosciuti di dire che sono siciliano. Siciliano, non italiano. Da sempre la mia vita ruota in un triangolo: Belgio, Francia e Sicilia. È stato Gesualdo Bufalino, mio compaesano di Comiso, che mi ha fatto capire il senso di appartenenza e tanti altri aspetti del nostro carattere”.
Lo ha conosciuto o lo ha letto?
“Purtroppo non l’ho mai incontrato, ma nelle pagine di un suo libro, “Essere e riessere”, ho scoperto il perché del mio forte attaccamento. Noi siciliani stiamo bene nel nostro cantuccio, ma ci piace esplorare il mondo, siamo felici nella solitudine ma amiamo anche la compagnia, siamo attaccati alla terra ma sogniamo l’oltre, siamo ora troppo tristi, ora troppo allegri. Ecco, in queste contraddizioni mi riconosco. Ogni giorno che passa sento più forte questo richiamo e chissà se un giorno non ci tornerò per sempre”.
Il poeta Ignazio Buttitta diceva che chi perde la lingua dei padri è povero e servo. Lei conosce il dialetto, lo scrive, ma in un’intervista ha dichiarato di parlarlo solo in famiglia. Non è una contraddizione?
“Forse. È che per me il dialetto ha una dimensione intima, familiare. A usarlo con gli estranei provo un certo pudore”
Lo sa che il poeta Mario Luzi ha detto che la letteratura italiana sarebbe povera cosa senza i siciliani?
“Non lo sapevo, ma condivido. Scrittori come Bufalino, Sciascia, Pirandello, sono modelli inarrivabili. Ma c’è anche uno scrittore del Nord che mi ha onorato della sua amicizia: Dino Buzzati, ascoltava i miei dischi e io leggevo i suoi libri. Poi ci siamo incontrati per fare una commedia musicale dal suo “Poema per fumetti”. La sua morte ha messo fine al progetto. Comunque ho scritto una canzone “Più in la” ispirata dalle sue parole: “Più tardi quando farò l’appello degli amici chi mi risponderà?””.
Il suo romanzo è uno strano noir ambientato in un’agenzia di pompe funebri. E il protagonista si riscalda il cuore con i ricordi della sua isola assolata. Pietro Zullino, autore della “Guida ai piaceri e ai misteri di Palermo” dice che i siciliani convivono con la morte, per esorcizzarla. Lei?
“Diciamo che quando ho scritto il libro in parte ho voluto esorcizzarla e in parte ci ho giocato. Cercavo quella dimensione surreale in cui cerchi di addomesticare la morte anche se sai che sarà lei ad avere l’ultima parola. Poi nel 2005 ho perduto un fratello più giovane di me di dieci anni. E forse oggi non sarei così disinvolto nel raccontare la morte”.
Ci dica ora dei suoi miti siciliani.
“Intanto Falcone, Borsellino e tutti gli altri magistrati uccisi. Si sa quando all’estero si parla di Sicilia subito qualcuno tira in ballo la mafia. E io risentito rispondo che sono siciliani quelli che la combattono. Per ogni giudice ucciso dalla mafia un altro ne ha preso il posto. Poi ammiro Piero Guccione e Renato Guttuso, Vincenzo Nibali, l’astronauta Luca Parmitano, e infine Franco Battiato, il mio idolo nel mondo della canzone”.
Parliamo dei luoghi. Quali ama di più?
“Intanto Ibla è bellissima, poi Marzamemi, tutto il barocco della mia zona, Modica, Noto, Caltagirone. Nella canzone “Ricordi” intono che la famosa scalinata in maiolica è nella mia Comiso. Con la fantasia ho voluto regalare questo capolavoro al paese in cui sono nato”.
A proposito di Comiso, immagino che i suoi luoghi dell’anima siano lì. Ne vuole parlare?
“La prima cosa che mi viene in mente sono io bambino che mi aggiro nelle “vanedde”, vicoletti strettissimi. Ancora oggi quando li attraverso mi sembra di essere in compagnia dei miei ricordi di piccolo, quando mia madre mi diceva che avevo gli occhi del colore “du cani ca curri”, del cane che corre, quindi indefiniti. Ma in ogni pietra di Comiso c’è il mio cuore”.
Col mare di Sicilia che rapporto ha?
“Mi piace guardarlo, ma da quando ci è morto mio padre annegato non ci nuoto più. Mi crea un disagio che non riesco a gestire. Quando successe la disgrazia per tanto tempo ho odiato la Sicilia, davo la colpa all’Isola della fine di mio padre, che come uno dei vinti di Verga era andato via da Comiso a testa bassa e vi era tornato a testa alta padrone del night “La notte” che gestiva a Marina di Ragusa”.
Com’è andata veramente con Paola di Liegi, la “Dolce Paola” della sua famosa canzone?
“Nemmeno la conoscevo la principessa. È stato un giornalista italiano negli anni Sessanta a inventare di sana che questo giovane cantante italo-belga faceva intonare a tutti i belgi “Dolce Paola”. Poi quando ho incontrato la principessa, lei, che aveva letto quell’articolo, mi ha chiesto se era vero che avevo scritto quella canzone. E io tutto rosso in viso le ho detto che non l’avrei mai fatto senza la sua autorizzazione. Lei guardandomi dritto negli occhi mi ha risposto che se fosse stata bella come “Sei qui con me”, mio successo in quel 1964, ne sarebbe stata felice. È nata così “Dolce Paola”. Ma giuro che tra me e lei non c’è stato niente”.
E le è dispiaciuto?
“Dico solo che era molto bella. Proprio bellissima. Ma dovevo stare al mio posto”.

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1 commento

    • Marta Rosa Martinez Ambrosini il 15 Maggio 2015 alle 23 h 28 min
    • Rispondi

    Bellissima intervista. Salvatore Adamo grande cantante ed un siciliano DOC! Complimenti!

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