Ago 27

un capitolo di Storia Sandonatese

Luigi Bisignani

Minucciu ci scrive e pubblichiamo.

Quìri dè fìnistrèddhi.

“Gìniràli”, è stato uno dei personaggi sandonatesi della mia infanzia. Mi pare fosse della “ràzza de Jannùzzi”nel senso che portava quel cognome e di nome mi pare avesse Pietro. Ho ancora presente il suo volto sorridente, occhi piccoli e mobilissimi, l’aspetto secco ed allampanato, le gambe leggermente arcuate coperte da un pantalone alla cavallerizza e con i polpacci coperti da due gambali a fascia, tipo quelle indossate dai soldati nella grande guerra. Completavano l’abbigliamento coppola e gilè. Sebbene anziano, stimo oltre la sessantina, aveva ancora “mani buone”, perché era  uno degli ultimi artigiani capace di realizzare “ù granàru” ad incastri ed a richiesta fabbricava contenitori in canna e vimini ed anche scope di saggina o di stipa, che poi vendeva per integrare il vitalizio della previdenza sociale.

Le fasce ai polpacci erano un’abitudine della grande guerra del 15-18, che “Ginirali” aveva combattuto. Si diceva fosse stato un “ardito” (corpo di volontari addestrati per missioni pericolose, antenati dei moderni incursori), ed in tempi successivi anche un “volontario” agli ordini di d’Annunzio quando questi decise l’impresa di Fiume.

Di queste esperienze di vita l’interessato non faceva parola. Spesso ne sentivo raccontare da anziani, mentre sostavano avanti l’uscio delle botteghe nella piazzetta della “crucivia”.

Uno degli anziani raccontò che “Gìniràli”, negli anni immediatamente dopo la grande guerra non faceva mistero delle sue simpatie per l’Italia unita, circostanza che l’aveva portato a conflitto ideologico con tale “don Arcuòfiu”, che invece esternava sentimenti legittimisti e di simpatia verso il passato regime borbonico e non faceva mistero della sua avversione “ppì rrè viscuòttì”, come amava definire gli appartenenti a casa Savoia.

Don Arcuòfiu era un soprannome e non ho mai saputo casata e nome vero del personaggio al quale era riferito. Spiegavano gli anziani che in gioventù don Arcuòfiu, nel corso di una discussione con altro familiare, si definì “archeosofico” intendendo con questo d’essere di saggezza ed intelligenza antica. Il vocabolo venne riportato fuori casa da una persona di servizio che l’intese e riferì arcuòfiu e da questa circostanza nacque il soprannome. Narravano anche che trattavasi dell’ultimo discendente (scapolo e senza figli) di una antica famiglia giunta in paese da un paio di secoli per amministrare alcune terre del feudo.

Avvenne però che, negli anni del passaggio del regno dagli spagnoli ai borboni, un antenato di don Arcuòfiu si schierò per il “partito” soccombente e ciò mise la famiglia in disgrazia col nuovo regime e le causò una notevole diminuzione del potere economico politico. Vennero impiegati decenni per risalire la china ed entrare nelle grazie dei nuovi potentati, ma questo costrinse parecchi maschi della famiglia a votarsi ai nuovi regnanti ed a militare nelle file dell’esercito borbonico.

Uno degli antenati era fra i graduati catturati dall’esercito savoiardo nella guerra, precisava don Arcuòfiu, mai dichiarata al regno delle due sicilie. Anche da prigioniero l’antenato ribadì la sua fedeltà al re borbone e come tanti altri venne inviato presso la fortezza di Fenestrelle, ubicata sopra la val Ghisone in Piemonte, a circa 1200 metri slm. Qui l’avo di don Arcuofiu rimase per circa tre mesi. Poi venne avviato ad altro campo di prigionia ove rimase fino a quando non venne rispedito al paese d’origine con in tasca tre mesi di paga. A casa l’ex prigioniero si presentò macilento e di cattiva salute e ne attribuiva la causa alla denutrizione, al freddo ed ai maltrattamenti fisici e psicologici patiti durante la permanenza in fortezza. Raccontava di aver patito fame e freddo a Fenestrelle e maltrattamenti e pressioni perché si arruolasse nell’esercito sabaudo, cosa che aveva sempre rifiutato. La brutta esperienza  venne tramandata ai discendenti dai racconti lasciati dal protagonista il quale ebbe a riferire che migliaia di prigionieri, trattenuti in vari luoghi del nord Italia, sebbene provati dalla fame, esposti al freddo in alta montagna ove il clima era per essi rigidissimo, sottoposti ad ogni genere di privazione, benché allettati rifiutarono il passaggio nelle fine dei savoia (tre o quattro su cento si piegarono e si arruolarono) e quasi tutti diedero una risposta molto laconica: Il nostro Re sta a Gaeta.

Specificò anche che per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra trasportati in Piemonte gli ufficiali sabaudi fecero ricorso a un espediente crudele e disumano. I soldati borbonici prigionieri, coperti da cenci di tela, rifiniti dalla fame (erano tenuti a mezza razione di cattivo pane e acqua e poca brodaglia), furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle ed in altri luoghi di alta montagna. Riferì che s’era nel mese di novembre del 1860 ed alcuni degli alloggiamenti erano privi di infissi..

Fu probabilmente questo brutto periodo che minò la salute dell’ex soldato borbonico che di li a qualche mese morì lasciando la famiglia in brutte acque perché l’affido in amministrazione delle terre non venne rinnovato e le entrate si ridussero al palazzotto di proprietà (i cui magazzini e mensanili era stato dati in affitto) ed a quei pochi appezzamenti piantumati (castagne, vigna, oliveto) o coltivati a cereali e parte ad orto.

Questo spiega l’origine e le cagioni del malumore di don Arcuòfiu ed il suo risentimento verso le idee professate in gioventù da Giniràli.

Gli scontri verbali fra i due furono frequenti ed anche oggetto di divertimento per chi aveva occasione di assistervi. L’occasione era fornita dall’uscita tardo pomeridiana dovuta all’acquisto di pochi generi alimentari con cui don Arcuòfiu avrebbe chiuso la giornata e dalla contemporanea presenza di Giniràli nella piazzetta della Crucivìa, luogo di passaggio obbligato per il primo che aveva casa poco più sotto.

Il più animoso era don Arcuòfiu il quale non mancava di sottolineare il “tradimento” attuato da Giniràli quando non si era sottratto al servizio militare savoiardo, cosa che invece lui aveva fatto subendo per questo ben sei anni di carcere in fortezza. Poi tornava sempre al punto dolente dell’avo a Fenestrelle ed era occasione per dire peste e corna dei Savoia, circostanza che gli costò più di una denuncia da parte dei reali carabinieri. Amava definire. “sconcezze” le vicissitudini dell’ex regno le quali avevano anche toccato la sua famiglia. L’età avanzata gli risparmio l’ultima “perla” di casa Savoia, ossia l’affidamento del governo e delle sorti del paese all’uomo di Predappio. Don Arcuòfiu morì nel 1919, all’inizio dei primi sommovimenti della “rivoluzione fascista”. Ebbe però il tempo di chiamare Giniràli al suo capezzale per chiederli di non dimenticare che un pesante  tributo all’unità ed a casa Savoia l’avevano pagato “quìri dè finistreddhi” e particolarmente il suo trisavolo.

Agosto 2014

Minucciu

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