Mag 05

Come eravamo: Tannu 09

Luigi Bisignani & Minucciu

Sulla “educazione sessuale” delle femminucce non ho molti elementi a disposizione, sia per la riluttanza delle interessate a sfiorare l’argomento o confidarsi, sia perché l’argomento, gia tabù per i maschietti, per le femminucce era fra i temi proibiti ed il solo accennarlo di sfuggita aveva conseguenze personali a dir poco catastrofiche. Immaginate cosa poteva essere e voleva dire per le femminucce il solo sfiorare l’argomento od instaurare una discussione sul genere, specie con elementi dell’altro sesso. All’epoca sulla questione vigeva un regime assimilabile a quello degli integralismi estremi. Da quel che rammento le confidenze avvenivano fra quasi coetanee e vertevano sulle parole sentite e sul loro significato e sulle prime curiosità che ciò aveva suscitato. Come i maschietti anche le femminucce controllavano e facevano paragoni fra chi era di più e chi meno sviluppata fisicamente. Loro erano però molto più riservate; “certi controlli”, generalmente limitati al volume dei seni ed allo spuntare e crescere della prima peluria nell’incavo delle ascelle (i più “intimi” avvenivano in solitudine ed al chiuso) avevano luogo nelle stanze di casa e senza l’esibizionismo e la sguaiatezza dei maschietti, i quali, invece, approfittavano delle uscite primaverili nei dintorni del paese (luoghi preferiti erano “ù cummièntu” “santuvardinu”, “u croccanu”, “i còsti ì sàntuvìtu”) dove si riunivano in gruppo e dopo le “verifiche pelose” facevano la gara a “pìscià cchjù luntànu” oppure “ccùnnù scuòrpu” si misuravano vicendevolmente “ù mìcciu” e dalla sommatoria fra “àbbunnànzia ì pilu e lunghìzzi dò mìcciu”, si stabiliva chi nel gruppo aveva il fisico più sviluppato.

E’ bene chiarire che specie nei pomeriggi d’estate era usanza ritrovarsi all’ombra negli slarghi del vicinato. Era un momento di relativa pausa alle attività domestiche e specie le donne, ne approfittavano per scambiarsi fatti e notizie, parlare del più e del meno e portare a termine piccoli lavori domestici (cùsi, arripizzà, gùncinèttu, fà màgli o cavuziètti). C’era chi approfittava per preparare provviste (si sgranavano i legumi da seccare) o semplicemente concedersi qualche attimo di distrazione. Era in questi frangenti che il sandonatese, (maschietto o femminuccia) giocando, ascoltava, apprendeva ed archiviava a futura memoria.

Attorno ai sei anni, il sandonatese smetteva di essere bambino ed in ambito familiare, doveva assumersi la sua piccola porzione di responsabilità. Inizialmente era comandato a sorvegliare e “civà” i fratelli più piccoli, provvedeva, con “bùcali” o “langèddhj” a riempire “ù vàrlìri” dell’acqua, prelevandola dalla vicina fonte pubblica (non in tutte le case c’era l’acqua corrente). Era guardiano della casa durante le brevi assenze “dè grànni” e gli era affidato il governo degli animali da cortile. Non gli era impedito il gioco ma, non essendo attività “produttiva”, gliene veniva limitato l’esercizio all’essenziale.

Al compimento dei sei anni c’era l’iscrizione alla scuola elementare la cui frequenza non dipendeva tanto dal ramo o settore di attività del nucleo familiare o dalla consistenza del patrimonio, quanto dalla valutazione “dè grànni”, intesi come nonni e genitori circa l’utilità dell’istruzione e la sua futura resa economica per la famiglia.

Sembra incredibile ma a fine anni cinquanta c’erano ancora genitori, semi o del tutto analfabeti che, pur coscienti dello svantaggio che procurava il non saper leggere, preferivano non mandare i figli a scuola ritenendo più proficuo e produttivo, per la famiglia, utilizzarli nei lavori agricoli o di custodia del bestiame e per talune era una scelta obbligata perché “n’tièmpi ì misèria, pùru à muddhìca o rù stuòzzu tuòstu, fànu ù sùa”. Era vero e poteva accadere che cause contingenti esigevano che tutte le forze valide dovevano contribuire a produrre di che sfamarsi. L’abbandono scolastico si verificava anche in realtà familiari dove una certa scolarizzazione esisteva, parliamo di frequenze fino alla terza classe che all’epoca si conseguiva con un esame ed era il titolo di studio elementare intermedio. Potrei indicare coetanei ed altri giovani, nati prima ed anche dopo di me, i quali hanno raggiunto una certa alfabetizzazione durante il servizio di leva, seguendo appositi corsi istituiti dagli organismi militari. Se per i maschietti le cose potevano andare cosi, per le femminucce era anche peggio perché l’istruzione nelle donne era ritenuta superflua. Per divenire una brava donna di casa ed un’ottima madre, alla ragazza dovevano essere sufficienti i consigli e gli insegnamenti pratici di nonne, mamme e zie, supplite nel compito anche da vicine di casa.

Aprile 2014

Minucciu

 

 

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