Mar 19

Come eravamo :Zà Marìa.

La redazione & Minucciu

Zà Marìa.

Zà Marìa.

La vecchia del vicinato ci raccontava storie sui sandonatesi fra i quali rammentava spesso una zà Marìa, descrivendola avanti negli anni, “vècchiarèddha” e curva su se stessa. Diceva che tutte le mattine e con qualsiasi tempo, la potevi trovare accoccolata sui gradini della chiesa, in attesa che il sagrestano aprisse la porta per la prima messa. Umile e dimessa “à vècchiarèddha” entrava in chiesa e prendeva posto sempre allo stesso banco e dopo il rituale segno di croce iniziava le sue silenziose preghiere battendosi frequentemente il petto, riconoscendo con detto gesto le sue colpe ed esternando pentimento per i propri peccati.

Lo stesso atteggiamento umile zà Marìa lo teneva quando, seduta sulla soglia di casa, riceveva i saluti dei passanti ai quali rispondeva sempre con una buona parola e se necessario, con espressioni di conforto ed incoraggiamento.

Chi raccontava questa storia, rammentava che da ragazza, per la celebrazione di una messa in suffragio, alla quale la sua casata doveva per forza presenziare in quanto “bricati” verso la famiglia del defunto, gli venne delegata la rappresentanza della famiglia ed andò in chiesa in compagnia di una vicina di casa. La celebrazione era stata fissata al mattino presto, ciò per evitare che i partecipanti perdessero “à jùrnàta”. Fu in quella occasione che durante la funzione, incuriosita dal fervore religioso e dai gesti di pentimento di zà Marìa, passò più tempo a guardare lei che non a seguire il prete all’altare.

La vicina di casa che si era accorta dell’interesse verso la vecchietta, durante il ritorno a casa gliene chiese ragione. L’allora bambina spiegò che zà Marìa sembrava una personcina ammodo, sempre gentile e disponibile e che l’aveva colpita l’aspetto sofferente, la schiena curva, la corporatura molto magra e la pelle rinsecchita, forse dalla fatica, dal duro lavoro e dalle tante giornate passate al sole. Questa era l’idea che si era fatta, eguagliando zà Marìa alle altre vecchie del paese ed il cui aspetto rifletteva una vita di sofferenze e fatica.

La vicina disse che poteva anche essere vero quel che l’aspetto ed il volto di zà Marìa faceva immaginare. Le cose pero erano diverse, molto diverse perché dietro l’aspetto dimesso e sofferente si celava “nà cèffa”, “n’armàniu ” sanguinario e crudele che all’occasione, poteva ancora colpire e far male. Non usando la forza fisica, per via dell’età, ma moralmente ancora si. Aveva lingua velenosa e tagliente ed una memoria di ferro. Zà Marìa sapeva e rammentava tutto di tutti, specialmente episodi e circostanze che ognuno avrebbe voluto tenere riservate. Gli ossequi che riceveva, non erano manifestazioni di stima, riguardo o deferenza, ma in maggioranza erano dettati da paura. La si ossequiava, perché così facendo si evitava la sua ripicca, e che si lasciasse andare a maldicenze.

Zà Marìa era nata da buona famiglia, ammodo e con beni al sole. Come tutte le ragazze della sua condizione economico sociale, era destinata ad un buon matrimonio ed a una vita con pochi o relativi sacrifici. La natura aveva però disposto altrimenti e l’aveva dotata di un carattere forte e volitivo, le aveva fornita ed in dosi abbondanti, prepotenza, altezzosità, indisponenza ed uno smisurato istinto da predone.

Questa indole, sin da ragazzina, le aveva procurato frequenti “pìrramàte”. Ma, come spesso accade, le botte, invece di correggerla, rafforzarono le sue inclinazioni e già da adolescente aveva mostrato di che pasta era fatta, reagendo ad un richiamo e ad uno schiaffo del fratello maggiore con una coltellata. Questo ed altri comportamenti l’avevano man mano isolata da amici e allontanata dai parenti, alcuni dei quali l’avevano sorpresa nella loro casa a derubarli.

Per l’epoca questo modo di essere e d’agire era motivo di scandalo. Aggiungiamoci anche che girava da sola, col coltello nella “favuda” e per le campagne razziava tutto ciò che trovava. L’unica persona con la quale aveva dei rapporti era certo Michèli, suo coetaneo, “furìsi” di condizione e “picuràru”di mestiere, al quale la accomunava la passione per la roba altrui. La circostanza in paese era risaputa e seppur a malincuore, la famiglia di lei diede il consenso al matrimonio perché, fra un malestro e l’altro, la giovane Marìa aveva trovato tempo e modo “ì sì fà mprinà”. Andarono ad abitare “ntà nù catuòiu” adattato a casetta che il padre concesse in pietosa dote, il minimo di quel che le sarebbe normalmente spettato. Per l’epoca e per la morale corrente, era già troppo e per questa magnanimità, il padre di zà Mària venne fortemente “judicàtu”. Per usanze, costumi e leggi vigenti, poteva e per alcuni doveva diseredarla per indegnità.

Pur non avendo altri beni oltre la casa, zù Michèli e zà Mària non mancavano di nulla perché “integravano” i magri guadagni da braccianti, “entrate” simili a quelle del proprietario “ì nà difìsa”. Vino, castagne, olio, formaggi frutta, eranio nella loro disponibilità ma provenivano dalle razzie notturne che la coppia effettuava ai danni degli altri proprietari ed era difficile sorprenderli perché erano furbi ma soprattutto agili e lesti. Se taluno criticava “mintiènnu nnànti” la necessità di dover comunque sopravvivere.

In una occasione a zà Mària andò storta perché il proprietario del fondo razziato, forzuto e svelto e con meno scrupoli di quelli che poteva avere la donna, la sorprese, la rincorse, recuperò il maltolto e gli fece una solenne “pàliàta” (taluni malignarono anche “ppì ll’àtu sìrivizzièddhu” ma della circostanza non vi è mai stata certezza).

Nonostante qualche “infortunio” zà Marìa ed il marito continuarono quel “modus vivendi” fino a che una mattina zù Micheli ritornò a casa “purtàtu sùpa dùi lònghjceddhi”. Si raccontò che aveva “fàttu dànnu ntà rròbba ì gùnu tuòstu, dànnaruòlu cchjù di ghjddhu, c’àvìa pàddhjcàtu e sfricàtu ccù tùtti ì sìntimènti”. Dopo lo aveva abbandonato al suo destino “àmmunziddhàtu àrriètu à nnà sipàla”. I lamenti ed il suo aspetto malmesso aveva impietosito alcuni sandonatesi di passaggio che lo avevano raccolto e portato in paese. “Zù Michèli ghèra rìstàtu ntò fùnnu dò lièttu ppi nnù mìsi, pùa ghèra muòrtu”.

Zà Marìa accusò il colpo, pianse a lungo il marito ma non smise affatto di rubare. Si accontentava di piccole quantità, quello che riusciva a cogliere e trasportare agevolmente.

Quando si convertì e divenne pia era ormai in quella fase di vecchiaia nella quale si percepiscono i rimorsi per i peccati di gioventù e la paura di quel che può toccare una volta lasciato questo mondo. Forse fu questo che si era avvicinata alla preghiera ed alla frequenza delle funzioni in chiesa. Girava voce che però non si fosse mai confessata o comunicata.

La notte di un freddissimo mese invernale, “zà Marìa òn piàva suònnu”, gìriàvadi ntò lièttu, sì sintièdi àbbulà ll’ànima”. Le mancava qualcosa, forse il brivido dell’impresa. Ormai da molto tempo a casa non portava più nulla, in fondo non aveva particolari bisogni perché i figli, per evitare che attuasse qualche colpo di testa, non le facevano mancare nulla. Ma quel giorno non era tranquilla. In piena notte uscì di casa e si diresse “àru pòntu dà jùmàra”, scalzò una tavola di legno dall’impiantito e se la porto a casa. Era soddisfatta e riuscì finalmente ad addormentarsi. Non si risvegliò più. Uscendo di casa in piena notte ed alla sua età , non si era resa conto e non aveva avvertito minimamente il gelo della notte e questo le risultò fatale. La trovarono i figli distesa nel letto con la tavola del ponte sul petto stretta fra le braccia ed il sorriso sulle labbra. Zà Marìa era fatta così. Nonostante anni di conversione e pentimenti, l’istinto aveva dominato ancora annullando la paura del castigo eterno. L’indole da predatore aveva prevalso e l’aveva indotta a rubare una l’ultima volta, a costo della vita.

Marzo 2014

Minucciu

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