Feb 09

Come eravamo : Mà davèru l’àmu mìsu ncrùci?

La Redazione  & Minucciu

Mà davèru l’àmu mìsu ncrùci?

Estratto dall’Appendice del volume Ninaia.

 Mà davèru l’àmu mìsu ncrùci?

 Da ragazzo spesso sentivo i compaesani più vecchi o di salute malferma piangersi addosso e sostenere “m’ànu mìsu ncrùci”, “mà ppìcchi àmmìa”, àcchìni hàiu fattu i chiovira?”. Poteva acche accadere di sentire o vedere il compiacimento per un’azionaccia od una dura punizione, con parole del tipo “l’àiu mìsu ncruci” o “dd’àiu dàtu lìnnu e chiovira”.

Dette espressioni si riferivano  alla passione di Cristo ed erano residui di una antica memoria oggi cancellata dalle tradizioni, secondo la quale si voleva alcuni antichi calabresi fra gli autori materiale del martirio.

A questa reminiscenza, ancora viva fra alcuni degli anziani di un cinquantennio fa, non è estranea la rivalità campanilistica verso un paese confinante, i cui abitanti, noti per la loro crudeltà e per l’essere infidi, venivano menzionati con disprezzo “ammazzacristi” perché, tradizione “ab antico”, voleva alcuni di loro  “npèdì àra crùci” e non in veste di penitenti. Questa forma di “disprezzo” era naturalmente reciproca e gli abitanti del paese in questione, alla prima occasione ribaltavano l’accusa verso i sandonatesi.

Il clero, che del martirio di Cristo accusava “in primis” gli ebrei, non perse occasione per cavalcare la diceria, tacciando di “ammazza cristi” i popolani più riottosi all’autorità ecclesiastica, vuoi perché la fonte era autorevole, vuoi perché l’argomento era utile a piegare e sottomettere i sandonatesi, gente che, verso la pratica e la partecipazione a cerimonie religiose, si mostrava piuttosto riottosa, ribadendo così la propria discendenza ed appartenenza alla genia bruzia.

La “vexata questio” nasce durante il medioevo ed in ambito accademico, da un passo delle “Noctes Atticae” di Aulo Gellio, nel quale, l’autore latino, spiega l’espressione “Decemviros Bruttiani verberavere”, usata da Catone in una sua orazione. Lo storico latino spiega origine e cause di questa ignominia che voleva i bruzi, traditori nei confronti della repubblica romana perché alleati con Annibale. La sconfitta del generale cartaginese ebbe conseguenze sul popolo bruzio, coperto di ignominia e disonore tali da non poter più prestare servizio nell’esercito romano ma obbligato a seguire i magistrati nelle province dell’impero, quali “peregrini reditici” ed a venire impiegati in ”officia servilia” e come fustigatori, flagellatori torturatori.

Nel medioevo, la diceria fu reiterata in ambito accademico, su “incipit”, non si sa quanto involontario, del cardinale Cesare Baronio (1538-1607), autore degli “Annali ecclesiastici fino al 1198”, opera nella quale cita gli scritti del Gellio. Un secolo dopo, il domenicano Giacinto Serry, dell’università di Padova, nelle sue “Exercitationes historicae”, per motivi di antagonismo accademico con padre Giordano Pulicchio da Amantea, bibliotecario presso la stessa università patavina, da per certa l’identità dei carnefici di Cristo, indicando con certezza la loro appartenenza ai bruzi e quindi all’antico popolo dei calabresi. Insomma per screditare un concorrente, il domenicano francese non ha esitato ad infamare una intera popolazione.

L’infamia, qualche decennio avanti del Baronio, era però stata anticipata e perpetuata da Niccolò Perrotto e da Ambrogio Calepino. Quest’ultimo nella sua “dictionum interpetramenta” del 1502, diffonde la vulgata, gia consolidata, che arricchisce con nuovi particolari nelle edizioni successive del suo dizionario, nel quale, riporta che “i bruzi sono selvaggi e turpi. Furono servi e pastori al servizio del Lucani dai quali fuggirono stabilendosi in luogo nascosto ove ora è Cosenza…per causa di Annibale vennero in potere dei romani ed a causa della loro slealtà vennero distrutti e, privi di dignità ed onore, costretti per sempre alle opere servili”.

Altro sale a questa purulenta ferita nella reputazione bruzia, l’ha aggiunto la veggente tedesca Anna Katharina Emmerick, vissuta fra la metà del 18° e del 19° secolo. Descrivendo particolari della passione, non citati negli Evangeli, la suora ha raccontato che i flagellatori e crocifissori di Cristo erano “piccoli, forti, di aspetto truce e quasi animalesco, guidati da figure demoniache e servivano per danaro romani e giudei”.

Viene da chiedersi per quale motivo alcuni calabresi fossero presenti nella Palestina di oltre duemila anni fa. Tutto nasce dalla storia che vuole il riottoso ed orgoglioso popolo bruzio vinto e umiliato dall’esercito romano del quale era stato prima alleato obbligato e che poi aveva “tradito” passando a combattere con Annibale.

Gli scrittori latini ci hanno tramandato lo stato servile ed infame dei bruzi sconfitti. L’officia servilia cui erano addetti, faceva si che avessero bassi incarichi al servizio dei magistrati operanti nella “X Legio Fretentis”.

La Legio X Fretensis fu una legione romana, raccolta da Ottaviano nel 41/40 a. C. nella lotta durante la guerra civile che ha iniziato la dissoluzione della Repubblica Romana.

Fu nominata Decima per ricordare e celebrare l’invincibile Legio X di Giulio Cesare. Fretensis deriva da fretum, che significa frattura, stretto. E «fretum siculum» era chiamato il braccio di mare fra Calabria e Sicilia e «ad fretum», a Scilla, terminava la via Popilia. Lì la legione aveva la sua base, con il compito di presidiare lo Stretto. Le fu subito dato il «cognomen Fretensis», perché formata da legionari del luogo, e da ciò che rimaneva dei Brettii, o Bruzii, popolazioni dell’entroterra decimate due secoli prima dai soldati romani e ancora additati al disprezzo che spettava ai barbari più barbari.

All’epoca di Cristo, nella Palestina era di stanza la Legio X Fretensis, agli ordini di Ponzio Pilato e toccò ai suoi organici flagellare e crocifiggere Gesù. Fu un suo soldato che «trafixit costatum Christi», e che porse, sulla punta della lancia, una spugna imbevuta d’aceto quando Lui chiese acqua. Fu un centurione della Fretensis a riconoscerLo figlio di Dio appena il sole si eclissò, calarono le tenebre da mezzogiorno alle tre e tremarono le terre e si squarciò il velo del Tempio.

La leggenda accanisce e perpetua che il legno della Croce di Cristo proveniva dalla Sila. Questo era assurdo in una Palestina dove le crocifissioni erano all’ordine del giorno non scarseggiava certo il legno di cedri e ulivi. Si trattò probabilmente di un’infamia per mantenere il disprezzo sui Brettii macchiati dal mai dimenticato tradimento.

Furono davvero i “militi” della «Fretensis» a crocifiggere Cristo oppure alla Legio X è solo toccata la ventura di essere stanziata in Palestina proprio in quel periodo? Vi fosse stata comandata un’altra, nulla sarebbe mutato del destino umano del Cristo, che era già scritto, ma molto meno la vicenda avrebbe pesato sulla reputazione di un antico popolo che ha avuto si le sue colpe e che sicuramente le ha scontate e pagate tutte sia sotto l’aspetto morale (vedi la nomea di cui stiamo parlando) sia sotto quello materiale (povertà e depauperamento del territorio).

Non basta, qualche storico autore, al quale, i calabresi e la Calabria non suscitano simpatia, riferendosi alla Legio X Fretensis, di stanza in Palestina ed agli ordini di Pilato, al tempo della passione di Cristo, ipotizza che il nome “fretensis” starebbe ad indicare l’origine etnico geografica della legione, formata da reggini e brettii, gia a presidio dello stretto di Messina sin dal 40 a.C., prima del loro invio prima in Siria e successivamente in Palestina.

Da queste mansioni degli antichi bruzi, nasce la “frama”, poi alimentata in epoca medievale, la quale, vuole un calabrese flagellatore e partecipe alla crocifissione del Cristo.

Qualcuno chiederà come mai ho riesumato questa storia che, apparentemente, non ci riguarda come sandonatesi. L’ho fatto per completezza, perché nel corpo del volume ho sostenuto che la storia e le vicende di Ninea non potevano essere estranee a quelle della Calabria, sul cui territorio il paese è nato e tuttora esiste. Se qualcuno facesse rilevare che nell’episodio non sono citati, non compaiono o non sono protagonisti antichi compaesani, risponderei che la circostanza non è certa, storicamente non si può affermare ma neanche escludere che qualcuno di Ninea era li in Palestina. La rivolta dalla quale originò l’etnos bruzio avvenne a ridosso del Pollino, nella parte sud del territorio all’epoca soggetto ai Lucani, fra le vallate ed i crinali, attualmente nel nostro territorio comunale, quale il Cozzo Pellegrino. Fu quindi la nostra zona che gli fece da culla e che lo vide crescere e divenire grande nei boschi della Sila e poi finire malamente schiavo dei romani. Ho ipotizzato che antichi sandonatesi possano essere stati vittime della repressione romana e fra i 5000 morti in battaglia o fra i 6000 crocifissi sull’Appia, assieme a Spartaco. Accettata questa circostanza non vedo perché escludere che qualcuno possa essere stato fra gli addetti agli “officia servilia” a seguito della X Fretensis

Febbraio 2014

Minucciu

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