Ott 07

Come eravamo : Tàntu ppì ddì.

la Redazione & Minucciu

Ecco il seguito, come avevo promesso.

Abbulà l’ànima. Letteralmente l’anima che và, vola via: E la frase che rende bene l’idea dell’essere senza requie, in stato d’ansia o di momentanea depressione. Rende l’idea del provare un senso di insoddisfazione profonda. In due parole il sandonatese riassumeva e rendeva palese quel malessere interiore, quella situazione di disagio indistinta e della quale non si individuava l’esatta origine. Poteva esprimere leggero malessere misto a malinconia o senso di insoddisfazione od incompiutezza. Questo stato d’animo poteva essere conseguenza del senso di inquietitudine provato mentre si attende l’arrivo di qualcuno o di qualcosa, ovvero essere cagionato da una giornata col cielo cupo e dall’attesa della pioggia che pare non arrivare mai. Queste sono alcune delle situazioni e degli stati psico-fisici che i sandonatesi definivano usando l’espressione in parola.

Ammàzzami e jèttami ntè mìa. Era la sintesi con la quale si esprimevano i sentimenti di attaccamento alla famiglia, di identificazione nella parentela e di appartenenza ad una “ràzza”. Era il riferimento a quegli affetti che per un sandonatese sono sacri ed in grado di dare senso di sicurezza e certezza che in essi trovi sempre accoglienza e ricovero, qualunque comportamento tu abbia tenuto. Potrebbe apparire un’ultima ed estrema supplica, l’appello alla “pietas”, a quel senso di fiducia nel rapporto di sangue, quel vincolo speciale che lega i parenti, anche quando i rapporti interpersonali non sono dei migliori. E’ una invocazione al rispetto comunque dovuto alla morte, perché con essa colpe, meriti sono mondati e la classe sociale  azzerata, si diviene uguali. Nell’uso sandonatese era segno di emenda, con essa potevi anche riconoscere un torto e senza umiliarti.

Aru vìdi e mmucà sàmpàvulu. Nella tradizione sandonatese a San Paolo è attribuito il potere di proteggere dai serpenti e sin da bambini ci veniva insegnato semplicemente “dì sampavulu” quale invocazione alla vista di qualsiasi rettile. La frase completa sottolineata ad inizio, era riferita si a “serpenti” ma in sembianze umane, a gente di cattiveria e perfidia somma, da evitare in ogni senso, persino incontrandola per strada. Era l’etichetta che toccava “àri stuòrti”, “àri mpicciùsi”, “àri pìa pìla”, gente di pessimo carattere e di altrettanta mala compagnia. Erano così definiti anche gli attaccabrighe di professione, gente che amava la sopraffazione o provava a vivere di prepotenza, contanto sulla prestanza fisica, questo finché “on trùvavàdi à fùrma ppà scàrpa sùa” che lo riduceva a più miti consigli magari “ccù nnà pàliàta”. C’erano anche i pusillanimi che vivevano di luce riflessa e trovavano coraggio nel gruppo, a codazzo del prepotente vero, oppure nell’alcool ma, in questa circostanza, l’etichetta era più di scherno che di sostanza. Altra categoria così catalogata erano i cosiddetti “llùsi”, giovanotti di qualche fascino capaci di tessere ragnatele pericolose confidando nell’ingenuità di giovani ed inesperte ragazze. In questo caso l’etichetta veniva appiccicata dalle donne ed era quella peggiore perché scherniva e screditava.

Càccià à nnànti. Detta così parrebbe un’inezia, però detta frase aveva differenti significati, relativi e collegati al momento ed alla circostanza in cui veniva pronunciata. La più leggera era quella “familiare” usata a mò di minaccia, da genitori o fratelli e sorelle maggiori, per rimarcare marachelle di una certa gravità e generalmente seguita da qualche scapaccione. Quella con significato di media gravità era usata nelle liti fra ragazzi e raramente aveva seguiti. Veniva anche usata nel corso di liti di vicinato fra donne ed a mò di minaccia alla quale era buon uso non replicare se non si era predisposte o decise alla rissa ed armate di “vètti”, secondo buona tradizione e regole, quando si voleva “sdirruzza bricazziùni” e chiudere vecchi conti. In questi casi, talvolta seguiva una reciproca querela il cui iter era sempre interrotto da riconciliazione, salvo repliche future. La frase doveva essere presa molto sul serio se era di reazione o conseguenza di uno “sgarro” grave. Ciò perché alla minaccia seguiva immediatamente l’azione, attuata “manu armata”, spesso di coltello, raramente da armi da fuoco. In situazioni normali era un invito a togliere di mezzo, spostare o gettar via qualcosa che dava intoppo o fastidio alle normali attività quotidiane ed era riferita ad oggetti od animali.

Cantà ù cùccu. Tipica espressione sandonatese con unico significato, quello del tempo trascorso. Era sinonimo di vecchiaia, ma poteva anche essere riferita ad un aspetto non proprio florido, malconcio oppure ad una malattia prolungata od una lenta agonia (in questo ultimo caso “cantàvadi à pigula”, quale prodromo della morte prossima). Si utilizzava per smorzare anzitempo le speranze coniugali di scapoli attempati o di stagionate zitelle mentre fra ragazzi era usata per sottolineare il ritardo di taluno nel dichiararsi ed il conseguente rifiuto della fanciulla che nel frattempo si era impegnata.

Càrni e bbìnu, pàga prìmu. Càrni e bbìnu, pàga prìmu. Parrebbe un proverbio. In realtà sottolineava, sia in tempi grassi che in quelli grami, la necessità di ricorrere al debito, “accattà à cridènza”, per lo strettamente necessario alla sopravvivenza personale o della famiglia. Contrarre debiti senza necessità era considerata una colpa grave. Farlo per il superfluo, per i vizi (gioco a carte, fumo, vino) nel sandonatese dove la gente è notoriamente parsimoniosa, era considerato un peccato per il quale non c’era perdono e nessuna possibilità di intervento in aiuto e sostegno. La frase è anche da correlare al regime alimentare dei vecchi sandonatesi, ricco di fibre (minestroni ed insalate) e le cui proteine erano di origine vegetale (legumi) e dove la carne compariva raramente (nà lìbbra ì gàinu o crapièttu, trìa oquàttru vòti l’ànnu àccattàta àra chiànca”) per insaporire il sugo di “fusìddhi o ràscatièddhi”. La dieta era integrata anche dal consumo di galline o conigli, macellati in casa perché non più produttivi. Tradizione vuole che la frase sia stata utilizzata  da uno dei più noti cantinieri sandonatesi, in risposta alla pretesa di “vìvi a cridènza”, avanzata dal figlio scioperato di una ricca famiglia i cui debiti erano stati fino ad allora onorati dal padre, il quale aveva poi diffidato chiunque dal concedergli ulteriori crediti.

U riestù? Cchiù ddhà.

Ottobre 2013

Minucciu

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