Set 02

Risposta ” alla lenta agonia del paese…”

La redazione & Minucciu

Direttore egregio.

Ritengo che il tuo articolo per mezzo del quale, sul Giornale interattivo, hai reso preciso e puntuale resoconto sulle condizioni “fisiche” dell’abitato, più che una constatazione amara della dura realtà, sia un “grido di dolore” (perdona il richiamo di savoiarda memoria) che dovrebbe essere raccolto da tutti i nativi sandonatesi.

La tua descrizione delle attuali disastrose condizioni dell’abitato, fa riemergere brutti ricordi, paragonabili agli acidi rutti di un pasto mal digerito, similitudine un po’ dura o fuori luogo, della quale chiedo scusa. Richiama dalla memoria quelle brutte sensazioni che l’emigrato ha provato al rientro in paese, quando ha guardato il luogo natio con gli occhi ormai abituati ad altre visioni e la mente assuefatta ad altri panorami .L’abitato di San Donato nel suo insieme è bello e caratteristico ma mal tenuto, da sempre. Oggi diamo la colpa allo spopolamento ed all’abbandono delle proprietà, se il suo impianto urbano, la sua orografia ed il paesaggio nel suo insieme, col concorso ed a causa di trascuratezza e scelte dissennate, ha subito insulti e guasti ormai irreparabili. Di chi la colpa? Di noi tutti. Dei nativi sandonatesi, siano essi ancora residenti od emigrati. Ciò che è successo è responsabilità collettiva, cioè di tutti, perché di tutti è la cura e la tutela del bene comune, compreso ed inteso, con questo, anche la oculata scelta delle persone alle quali delegare la cura e la custodia del patrimonio pubblico e talvolta anche di quello privato. Nei commenti al tuo articolo ho notato anche argomenti autoassolutori ed accuse neanche tanto velate agli amministratori. Ribadendo il concetto precedente, mi viene da chiedere, chi li ha scelti? Chi li ha votati? Chi ha conferito loro delega e poi di fronte a decisioni non condivise ha mormorato invece di protestare ed inchiodare alle proprie responsabilità quella gente che si è dimostrata inetta od incapace di amministrare? E le dette domande valgono per tutte le passate amministrazioni, da quella di ieri a quella degli anni e dei decenni passati, fino a risalire ai decurionati di borbonica memoria.

Conosco un po’ della storia sandonatese e ciò che hai descritto non mi ha meravigliato, sebbene manchi dal paese da oltre mezzo secolo, salvo rare visite e mai negli ultimi quindi anni. So che per taluni compaesani la prolungata assenza sarebbe un buon motivo per tacere. Chi va via, chi abbandona il paese è assimilato agli esiliati, perde tutti i diritti. E’ lodevole però se mantiene il dovere della rimessa in danaro, circostanza che per tanti anni ha retto l’economia sandonatese e fonte economica dalla quale hanno avuto origine quei tributi che amministratori capaci ed oculati dovevano trasformare in servizi collettivi, in bene comune.

Ma non è questa la causa del disastro da te constatato e descritto. L’origine del guasto che l’abitato subisce da decenni è molto antica e connaturata nel nativo sandonatese, quale discendente di una orgogliosa e valorosa antica popolazione, le cui tribù avevano fatto religione della libertà di agire e fede in quella di pensare. Parlo della gente che per secoli è stata padrona delle nostre montagne, di individualisti che non vollero mai delegare ad alcuno (talvolta ai genitori) il potere decisionale, il comando e se ciò qualche volta è accaduto si è trattato di necessità impellenti o di casi eccezionali. Parlo di antenati animati e permeati da spirito anarcoide che consentì loro di divenire si nazione ma mai popolo unito. Parlo dei Bretti o Bruzi, tribù che i cronisti greci ci danno come “gens lucana” di indole ribelle ed altri storici come popolazioni autoctone dell’appennino calabro lucano, che nel tempo si fusero con altre popolazioni di lingua osca, nel nostro caso gli Enotri.

Era gente tosta e di indole predona che incuteva timore e non suscitava molte simpatie, e che nel tempo venne sopraffatta dai latini e ridotta in miseria, quasi nello stato di schiavitù. Erano così malvisti gli antichi sandonatesi che col la creazione dei feudi (regime civile) e delle commendatizie (regime religioso) nessuno fra loro ebbe l’incarico di amministratore.La ragione risiedeva nella eccessiva autonomia decisionale e nella libertà d’azione, caratteristica che, impedì l’emergere di individualità capaci di assumere potere e rappresentanza e nei tempi successivi, non depose a favore della assoluta fedeltà al signore feudale né rendeva garanzia di rapacità e capacità di sfruttamento delle risorse del territorio, per conto terzi. In questo compito i nativi vennero sostituiti con rampolli di famiglie della “bassa nobiltà”, provenienti da ogni parte della penisola, genti che si installarono in paese, sfruttarono la “gleba bruzia”, evitarono di mischiarvisi, si fecero appellare con il don e fecero “razza” e matrimoni fra di loro. Usando un termine greco del dialetto, il sandonatese definì questi nuovi arrivati “mituoichi” e per decenni così sono stati nominati.

Risultato? Il paese diviso in fazioni, in “partiti” in guerra perenne, quasi sempre per motivi economici e di potere, col popolo al carro ora di questo ora di quello, secondo convenienza e rendita in termini di derrate alimentari o giornate lavorative. La “razza bruzia” da San Donato è quasi scomparsa perché un nutrito gruppo di persone di tale carattere e discendenza sono emigrati fra il 1870 ed il 1910. In paese, con rari o pochi discendenti, è rimasta gente meticcia, un popolo basso che di caratteristiche bruzie ormai aveva poco e soprattutto è restata quella “razza padrona” che verso San Donato non nutriva alcun sentimento di affetto e con i sandonatesi veri non aveva nessun legame, neanche dopo decenni di permanenza. Ciò perché avevano

sempre visto e considerato gli abitanti, il paese , i suoi luoghi e le sue terre, quale fonte di sfruttamento e mezzo di arricchimento. Gente che dei bruzi aveva assimilato i soli difetti, specie quello di considerare la propria libertà ed il proprio tornaconto senza alcuna limitazione e l’interesse ed il bene comune valori da tutelare, solo e se coincidenti con quelli personali, familiari o di partito Una testimonianza di questo stato di cose la fornisce don Roberto Campolongo nella sua monografia, la dove parla della secolare e persistente inimicizia fra gli abitanti della Terra e quelli dei Casali, sfociata spesso in feroci vicendevoli pestaggi ed anche nella tradizione di non frequentarsi, non mischiarsi, con assoluto divieto di matrimonio fra giovani dei due diversi quartieri diversi. Don Roberto, con meraviglia, ci racconta anche che in paese,da qualche anno (siamo nei primi del novecento), con le rimesse dei sandonatesi emigrati, il popolo minuto ha iniziato a costruire le prime case in pietra, abbandonando i “pagghjàri” dove aveva vissuto per secoli.

Caro Luigi, come vedi siamo gente strana, mai d’accordo su nulla, sempre pronti a guardare nell’orto o nel piatto altrui, intinti in una robusta porzione di invidia, accidiosi ed inerti il tanto che basta a mandare in malora un paese che vanta una anzianità di ben tremilacinquecento anni. San Donato è un tesoro che è stato sempre sottovalutato dai suoi proprietari che non lo hanno saputo sfruttare, non vi hanno investito preferendo la rendita parassitaria del deposito bancario e postale.

Per capirsi ti racconto che, nell’immediato dopoguerra, una legge permetteva di creare in forma cooperativa, piccole banche, per favorire realtà territoriali ed i cui utili avrebbero trovato impiego e destinazione locale. Qualcuno si attivò per reperire partecipazioni, anche popolari, al capitale necessario da indicare nella richiesta autorizzativa. Ci fu entusiasmo, tutti disponibili fino al momento di metter mani in tasca. Per la parte pubblica nessuna difficoltà ma la partecipazione era limitata per legge, perché la maggioranza doveva essere appunto sottoscritta dal popolo. Iniziarono i distinguo e le richieste, nemmeno tanto velate, al comitato organizzatore. Erano riferite a posti, impieghi, incarichi e prebende varie. La piccola banca o cassa di risparmio o credito cooperativo, prima ancora di nascere aveva, in pectore, una pletora di dirigenti, una moltitudine di impiegati, un treno di presidenti o consiglieri di amministrazione. Non essendosi trovato un accordo l’iniziativa abortì ed a tutt’oggi non mi pare che in paese vi sia uno sportello bancario. Ecco questa è l’idea paesana di partecipazione, salvaguardia e tutela del bene comune, il che non depone molto a favore dell’idea che il sandonatese sia sempre vittima del malcostume altrui, spesso ci mette del suo.

Direttore, ho voluto scriverti perché ho qualche anno più di te e più di te mi picco di conoscere i sandonatesi. Il tuo racconto mi ha provocato irritazione verso i compaesani perché quello che ci hai raccontato è sintomo di poco amore e rispetto per il paese nel suo complesso e ciò che è accaduto, ribadisco è colpa di tutti, residenti, emigrati, presenti e non presenti in San Donato.

Col mio scritto non ho intenzioni di dare lezioni a nessuno. Ho solo voluto esprimere la mia opinione sulla cronaca di una sofferta permanenza (tua) al paese natio ed il (mio) pensiero critico verso i compaesani. Pazienza se qualcuno si adonta, io voglio bene al mio paese, ai compaesani debbo solo umano rispetto, non altro.

Agosto 2013

Minucciu

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