Feb 05

Come eravamo Tannu …gùsavadi accussì (sette)

La Redazione & Minucciu

La crescita, da due a sei anni.

Col procedere della crescita, “ù’ pànicuòttu” era preparato anche con acqua, e condito con olio, questo per abituare il bimbo ai sapori della cucina “seria”, i cui primi assaggi erano a base di verdure, patate, legumi passati e ridotti in purea ai quali talvolta veniva aggiunta la prima pastina, piatti tutti conditi con un filo d’olio ed inizialmente privi o con pochissimo sale, sostanza alla quale si preferiva far abituare il bambino poco alla volta. Qui il bimbo poteva fare ciò che voleva, sputare, spruzzare, versare per terra; nessuno dei fratelli si sarebbe sognato di sottrargli un piatto insipido.

Smessa la fasciatura il bimbo non veniva né poteva essere sempre tenuto in braccio. In attesa dei primi passi, sempre vigilato da qualcuno della famiglia, veniva poggiato su un robusto panno steso sul pavimento e li iniziava i primi movimenti per acquisire la necessaria autonomia. A rinforzare le gambette, per brevi periodi, veniva posto “mpìadi” in una specie di gabbietta di legno”ù mànghanièddhu” la cui parte superiore impediva il passaggio delle spalle e lì lasciato un pò a sgambettare. Appena ne aveva le forze iniziava a gattonare e poi a muovere i primi passi; era libero di gironzolare per casa, sempre tenuto d’occhio da qualcuno per evitare che potesse combinare malestri o peggio provocarsi dei danni o ingerire corpi estranei.

Appena iniziava a balbettare, il piccolo sandonatese imparava anche i primi vocaboli della lingua sandonatese ed entrava in confidenza con l’intercalare al discorso del termine “àzzu” e càzzu”, parola che il bambino poi ripeteva creando talvolta imbarazzi. Non erano espressioni di particolare pregio o finezza di linguaggio ma neanche di mala educazione, come potrebbe apparire; Era un modo tutto particolare, specie nelle persone anziane, di esternare ironia o manifestare lieve irritazione, ovvero utilizzare ed usare la parola incriminata, quale pronome per quei termini del discorso che magari al momento sfuggivano.

Il cervello di un bambino è come una spugna, assorbe e si imbeve di tutto quello che percepisce attraverso i cinque sensi ed i piccoli sandonatesi in questo non erano da meno degli altri. Noi adulti non abbiamo più memoria della nostra prima infanzia, quando eravamo più curiosi delle faine, con l’udito sensibilissimo (più e meglio di un sofisticato radar), pronti a captare tutto e dotati di una memoria prodigiosa. Nulla sfuggiva e la sensazione di indifferenza che mostravamo, (o almeno cosi era percepita dagli adulti), era la stessa indifferenza mostrata da una fiera o da un rapace, mentre sono postati in agguato ed in attesa della preda.

I bambini fino ai 4/5 anni erano sorvegliati e vigilati dai membri della famiglia. Questo essere sempre nei dintorni, li rendeva interessati spettatori di qualsiasi accadimento avveniva nel loro raggio d’azione e ciò in qualunque luogo si trovassero. Il loro aspetto innocente e l’atteggiamento distratto, disarmavano gli adulti che allentavano o lasciavano cadere le naturali precauzioni e fidando nel “pàrla chiànu” o “cìttucìttu”, si lasciano andare a confidenze, considerazioni e giudizi che dovevano svanire nell’aria senza lasciare traccia. In realtà la piccola belva captava e registrava tutto mandando a futura memoria ciò che aveva ascoltato e visto. Era durante i discorsi degli adulti che il bambino, in modo chiaro per talune cose ed in maniera più velata e confusa per altre, apprendeva i particolari aspetti e significati del dialetto sandonatese, linguaggio piuttosto complicato perché una parola aveva significati diversi, palesi o reconditi, tutti dipendenti dalla situazione del momento e dall’argomento trattato.

Un capitolo a parte era rappresentato “dè màliparòli” la più popolare, diffusa ed abusata delle quali era, “à fìssa ì màmmatta”, espressione che poteva essere adoperata in maniera faceta, e solo in situazioni di scherzo, celia, gioco e fra amici più che fraterni. Più corrente era l’uso del termine quale sanguinoso insulto, specie fra adolescenti, tenuto conto della venerazione dei sandonatesi per la figura materna.

L’apprendistato per i bambini, fino ad una certa età, era indifferenziato per via dei giochi comuni. La fonte di aggiornamento ossia le bocche che parlavano appartenevano a persone di età variabile sia della famiglia ma in maggioranza estranei. Col crescere l’apprendimento dei “principi generali” in vigore a quei tempi, si diversificava per generi. Le “gàramèddhe” erano dominio incontrastato delle donne, (la categoria nonne/mamme in detto settore era regina), le quali, ad esempio, davano sfogo alla rabbia con espressioni “auguranti e benedicenti” fra le quali, le più comuni e gettonate erano, “ti vò sparà nù làmpu”, “tì vò ffà nà càncarèia”, “t’àddha vinì …”, “cciàsa rimàni”, “tì vò càdi…”, “ti vò ffà…”, “gàsa parlà a nà spaddha”, “t’àna purtà sùpa à nnà sèggia”, con variante “sùpa à nnà tàvula”, “t’àna vùrivicà àra vìviènzia”, e lascio per ultima quella che secondo me, era la più spaventosa, anche se detta talvolta per celia, “ti vònu mangià i suòrici”, il che equivale ad augurare una fine lenta, dolorosa e terribile.

La piccola peste, tenendosi a portata d’orecchio, si avvicinava con indifferenza agli adulti e ne ascoltava i discorsi, integrando così le “conoscenze linguistiche” fatte frequentando i coetanei, ritornato dai quali, chiedeva loro spiegazioni e significati di ciò che non aveva compreso bene. Se dalle donne apprendeva le maledizioni, dal linguaggio dei maschi registrava le espressioni “màladucàte”, specie quelle allusive ad attività sessuali o ad esse riferite, (anche se al momento dette pratiche gli erano perfettamente sconosciute) e che di li a poco, con la frequenza di ragazzi più adulti, gli sarebbero state sviscerate. Dette espressioni variavano dal nome degli attributi sessuali maschili (“vajàna”, “milingiàna”, “saràca”) a quelli femminili (“ciùnnu”, “pìttinàli”, “pìtticièddhu”, della “fìssa” abbiamo gia detto), agli atti sessuali veri e propri (“vìrrià” “mìnti”, “fricà”, ”sciammèriga”, “pugnètta”). Silente ed apparentemente distratto, dagli adulti il nostro bimbo acquisiva una buona dotazione di argomenti, i quali gli permettevano di affrontare “onorevolmente” discussioni e contese, attingendo ad una “bòna riquèsta ì màli paròli” da usare come arma di difesa e di offesa. Con questo non voglio affermare che il sandonatese crescesse in un ambiente da trivio e privo di educazione e senza regole o remore. L’educazione in famiglia veniva impartita ed era anche abbastanza rigida e rigorosa. Era nell’ambiente esterno che il “nostro” acquisiva il bagaglio di conoscenze suaccennato. Diciamo che non tutti i sandonatesi erano parolacciosi, ma non tutti i sandonatesi erano stati allevati o cresciuti alla scuola di monsignor Della Casa. Quel che ho accennato era il lato oscuro, la parte non ufficiale della formazione, apparentemente sconosciuta ma non ignorata dai “grànni”, genitori compresi, che in modo affettato, quanto falso e finto, “pàlisànnu e fàciènnusi gàbbu ppà màladucazziùni” avevano dimenticato di essere stati anche loro bambini curiosi. Era la necessaria integrazione “fai da te”, che un piccolo sandonatese, (bambino sveglio e curioso, come la maggior parte dei bambini sono nell’infanzia), si procacciava ascoltando le persone che a suo parere ne sapevano di più. Era curiosità infantile ma anche un modo di arricchire le conoscenze e presentarsi, sufficientemente preparato, armato e corazzato, alle piccole controversie ed alle contese che doveva affrontare nei vicoli e nelle piazze del rione.

Febbraio 2013

Minucciu

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