Dic 29

Come eravamo : Sàntu Dunàtu, nà pìcchi ì stòria.

La Redazione & Minucciu

Nei tardi pomeriggi estivi, molto spesso “nùi quatràri dò casali” andavamo “àra Mòtta o ari Palìzzi” per godere dei venticelli delle serre che, “paràti dè còsti”, non giungevano nelle zone sottostanti che restavano gravate da una pesante afa.

“Aru chiànu dà tèrra” si radunava un bel pò di gente fra cui molti anziani, i quali, affacciati al basso muretto che delimitava il piazzale, guardavano nella vallata, commentavano ed annotavano ciò che vedevano, quel che accadeva in paese o nelle campagne o nei tratturi, che dalle varie località salivano fino al paese.

I più anziani rammentavano e discutevano su ciò che era od era stato il paese nei tempi antichi, “tannu”, per usare l’espressione più usuale pronunciata dai nostri vecchi. Basavano i loro racconti su memorie trasmesse da altri anziani che avevano loro tramandato antiche vicende, tradizioni e più remote narrazioni su “cùmu ghèra Sàntudunàtu e cùmu e chìni ghèranu i santunatisi”.

Guardando nella vallata non mancava mai un accenno alla tragedia dell’antica alluvione e della conseguente frana che aveva spazzato via una porzione dell’abitato e creato il vallone tuttora esistente. Rievocavano quale era la conformazione del territorio “prìmu dò sciuòddhu”. Ricordavano l’enorme quantità di territorio che a più riprese era stato interessato da una frana che, partendo dalle zone fra Cìrasìa e Pantàna, aveva semidistrutto il paese ed aveva trasportato a valle tanto materiale da coprire la zona paludosa all’epoca estesa fra Pantànu, Màssanòva e Vòtraci. Le abbondanti piogge avevano trascinato a valle il falsopiano fra Lòggi e Cùmmièntu e distrutto, parte dell’abitato della Spilùngura, delle abitazioni a ridosso da Chiàzza vecchia e di Sàntucrìstofaru, causando lutti in molte famiglie. Le zone ortive fra Sàntucrìstofaru e Sàntupiètru erano state travolte, sepolte, distrutte e trascinate chissà dove. Intere famiglie dall’oggi al domani si erano ritrovate nella miseria più nera per la perdita di proprietà e raccolti. Era stata travolta e trascinata a valle anche la zona ove si conservavano labili tracce dell’antico insediamento, in parte abbandonato in seguito al trasferimento di buona parte della popolazione nel fortilizio naturale della località Motta, già abitato dai sandonatesi che da sempre praticavano l’allevamento e la pastorizia nelle zone pedemontane. Il cambiamento di sede dell’abitato era dovuto a ragioni di sicurezza adottate in conseguenza delle scorrerie saracene. Menzionavano che, specie nella zona dei casali, (inteso tutto l’abitato meno la Motta), aveva sempre avuto un rapporto difficile col maltempo (neve o pioggia non faceva differenza) e che le antiche strade in terra battuta, con la pioggia, “à vìa ì pinnìnu” si trasformavano in impetuosi torrenti. I segnali di pericolo furono a suo tempo sottovalutati perché la zona a valle compresa fra Pantànu, Vòtraci e Màssanòva avevano il pacifico aspetto di un acquitrino e nessuno immaginava o sospettava il lavorio di erosione del fiume verso la sponda nord, tanto per intendersi la frana che ancora negli anni ’70 divorava intere porzioni della statale 125 la cui carreggiata più volte ripristinata, mossa da frane successive era scivolata a valle fino a divenire una riva del Grondo. Anche la zona sopra la Pantana non suscitava allarmi nonostante che alle prime pioggie divenisse fangosa ed impraticabile come l’omonimo Pantànu con cui condivideva la conformazione scistosa ed argillosa dei terreni che assorbivano e trattenevano come spugne le acque piovane. In dette zone piccole frane o smottamenti erano frequenti e ne erano testimonianza i muri a secco di contenimento ed i terrazzamenti, specie sul versante Cìrasìa. I segnali di pericolo non vennero considerati e compresi benchè nella zona e precisamente nel letto del corso d’acqua fosse nota la presenza di una profonda cavità, un pozzo di natura carsica usato dai pastori per tuffarvi le pecore e ripulire il vello prima della tosatura e che noi ragazzi chiamavano “ù pùzzu turchìnu” e nelle cui acque, nel periodo estivo, solo i più coraggiosi del gruppo si tuffavano. Detta cavità raccoglieva e convogliava nel sottosuolo parte delle acque del torrente Rose che probabilmente si sono accumulate facendo “galleggiare” scisti ed argille, i quali, appesantiti e minati nella stabilità iniziarono a spingere verso valle innescando la frana la cui parte più voluminosa occorse nell’arco di una sola notte. Solo dopo che il territorio venne spaccato dal vallone, il pericolo venne interamente valutato e compreso ed i maggiorenti del paese e la municipalità ritennero fosse giunto il momento di salvaguardare ciò che restava dell’abitato sandonatese e decisero di scavare nella roccia e realizzare una rete sotterranea in grado di ricevere le abbondanti piogge e di lastricare con selciati a gradoni le strade in modo da rallentare la violenza delle acque reflue e limitare i danni alle strutture murarie, all’epoca in malta di calce.

Gli anziani accennavano all’esistenza di una antica strada, “addhùvi pàssavanu cchì traìni”, che collegava il paese alla pianura. La via partiva dal rione “Crùcivìa” e proseguiva lambendo “Sàntucrìstofaru” da dove diramava. Per un verso “àru Cummièntu”, da dove proseguiva per “ì Tràvuri”, scorreva lungo “à Madonna de grazzij” e passava per “Sàntunucìto” e “Pùrfaru”. L’altro ramo toccava “Sàntupiètru” ed attraverso “à Scàla” proseguiva per “Fàriniètu” per congiungersi con la vecchia viabilità “ppì Gàvutumùntu”.

Parlavano dell’antico abitato la cui parte più alta era “Sàntucrìstofaru” da cui digradava fino a “Sàntupiètru e “Sàntarosalìa” Non escludevano che, il primo nucleo abitato, nel cui nome vi è la dedica al santo martire e dei cui ruderi non si è mai trovata traccia, fosse compreso nella zona interessata dalla grande frana. Affermavano che se la zona fosse restata integra, probabilmente non avremmo trovato granché perché gli antichi villaggi erano un agglomerato di capanne di paglia, o tronchi e frasche su una base circolare o quadrata, murata a secco, tipologia abitativa che nelle terre sandonatesi, fra le classi meno abbienti era usuale fino a metà del 1800. La scelta di materiali non durevoli derivava dalla circostanza che i terreni su cui stabilirsi e fissare domicilio ed attività economiche, venivano concessi, in comodato oneroso, direttamente dai regnanti o da organismi religiosi (conventi, chiese, priorie, abbazie) alle quali i territori erano stati donati, spesso con la formula del “pro rimedio animae”. Sia fossero comandanti o chiamati a popolare un territorio, sia ne avessero fatto richiesta, i capi delle famiglie che volevano insediarsi erano obbligati da un contratto in cui, fra vincoli servitù ed obblighi, era previsto quello relativo alle dimore che dovevano essere provvisorie e rimuovibili, quindi muri a secco ed intelaiature di pali frasche e paglia.

Accennavano anche al più antico paese, quello che tradizione vuole sia stato fondato dagli Enotri, contadini di origine greca dediti alla viticoltura e le cui prime capanne dovrebbero essere state realizzate nella piana sandonatese. Il se ed il dove, lo verificheremo.

Dicembre 2012

Minucciu

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