Dic 14

Come eravamo :Tannu…gusàvadi accussì (cinque)

La Redazione & Minucciu

La crescita

Il neonato sandonatese, come abbiamo visto, trascorreva i suoi primi giorni con le palpebre gonfie ed occhi rigorosamente chiusi, causa congiuntivite post parto. Se gli occhi pativano, il restante della corporatura non e che godesse perché, la tradizione ed una certa forma di “pediatria popolare” dell’epoca, consigliava una fasciatura collo-piedi che trasformava il neonato in una piccola mummia di cui restava visibile la sola testolina. Sebbene fosse abbastanza “làsca” la fasciatura dava l’idea di un bambino immobilizzato nella posizione di “attenti” con gambette unite e ben distese, braccia lungo i fianchi, in una posizione che sicuramente limitava ed impediva i movimenti degli arti e quel dinamismo, necessario nei primi giorni di vita, per permettere al neonato di assumere una certa padronanza nella gestualità e contemporaneamente acquisire un’iniziale tonicità muscolare. La fasciatura, era praticata allo scopo di proteggere la schiena da traumi e raddrizzare gli arti del neonato e non veniva considerata l’ipotesi che ne potesse risultare compromesso il tono muscolare, la limitazione del movimento ed essere di nocumento nei primi rudimenti di governo della motilità articolare. Osservando foto di ragazzini degli anni cinquanta si noterà l’esiguità della muscolatura negli arti. Non era dovuta del tutto a carenze alimentari. Da profano presumo che la scarsa consistenza muscolare era dovuta ai “guasti” dei primi tre mesi di vita, trascorsi in fasce e vissuti come delle piccole mummie, immobili ed impossibilitate a qualsiasi movimento articolare. Nelle intenzioni, il bimbo doveva necessariamente essere protetto e cautelato; l’unica soluzione pare fosse quella che lo vedeva costretto ed immobile in una posizione per me innaturale. Secondo la mia convinzione non era la sola “pediatria spicciola” a richiedere la fasciatura: “A tannu”, ossia nel tempo in cui l’economia era fondata prevalentemente su attività manuali e tutte le braccia dovevano “produrre” utile, anche la puerpera, più o meno dopo una/due settimane dal parto, doveva ritornare al lavoro. Un bambino fasciato era trasportabile e più facilmente gestibile sul luogo di lavoro e soprattutto, immobile com’era, non poteva essere soggetto ad incidenti. Almeno nel ceto popolare, poteva anche essere la miseria e non la scienza a determinare il sistema di allevamento e custodia dei figli,

La nutrizione del neonato, nei primi mesi di vita, avveniva col latte materno. In caso di scarsa produzione da parte della mamma, fra le sandonatesi scattava la solidarietà e le altre donne in periodo di allattamento, individuavano fra loro quella che aveva una sovraproduzione di latte; mostrando disponibilità e bontà d’animo, in assenza del tiralatte la “fùrtunàta” “ammàmmàva” al proprio seno il bimbo “sfùrtunàtu” che veniva così nutrito, anche fino alla dentizione. L’igiene era generalmente rispettata ed il capezzolo “in condominio” veniva pulito con una pezzuola bagnata. Poteva succedere, in completa e perfetta buona fede, che talune contingenze facessero trascurare l’igiene. Non pulendo a dovere il capezzolo, fra un allattamento e l’altro, poteva accadere che “ì fràti ì làttì”, oltre che il pasto si scambiavano anche agenti infettivi che interessavano l’apparato gastro-intestinale.

La maggiore preoccupazione era la mortalità infantile, la cui causa principale era da attribuire alla cosiddetta “sindrome da morte in culla”, a quei tempi conosciuta dai soli medici, alla quale si sommavano le patologie da contagio fra i quali si annoveravano le pericolose “visciràli” e “discènziu”, malattie che, in assenza degli antibiotici non ancora sintetizzati e commerciati, avevano percentuali altissime di esiti mortali o invalidanti per i sopravvissuti. All’epoca la vaccinazione non era pratica diffusa, i vaccini pochi, rari e sconosciuti e quelli esistenti, cari e quindi non alla portata di tutte le tasche. Gli scampati erano il frutto di una selezione ferocissima, anche se le condizioni ìgienico-ambientali erano molto migliorate rispetto l’epoca in cui “ù sàntunatìsi” (escluse le classi dei ricchi e dei possidenti), abitava poche e rare case con almeno due vani e la restante popolazione trovava sistemazione in monolocali in muratura ma spesso “pagghiàri” e “barràcchi” a vano unico, privi di finestre e nei quali convivevano forzatamente ed in troppi, uomini e bestie.

La situazione igienico sanitaria degli anni cinquanta/sessanta era leggermente migliorata e veniva praticata sui ragazzi di età prescolare l’inoculazione del virus del vaiolo, tanto per intendersi quel graffio sulla pelle dell’avambraccio, che una volta guarito lasciava tante brutte cicatrici di forma tondeggiante. Al resto delle malattie infettive, dalla “visciràli” a quelle tipiche dell’infanzia (rosolia, varicella, scarlattina parotite) non scampavi, le contraevi tutte e tutte le contagiavi a compagni di gioco e fratelli.

Il piccolo sandonatese non doveva solo sopravvivere agli agguati di virus e batteri coi quali veniva a contatto. Doveva farlo anche e soprattutto contro credenze, pregiudizi, superstizioni e contro i rimedi che la medicina e la credenza popolare avevano per malattie vere e le presunte derivanti dalla superstizione quali, “àffascinicamièntu”, “maluòcchiu” “arcatùra”, “guòcchiupùntu”, “fattùra”.Bisognava aggiungere inoltre tutta quella serie di precauzioni, cautele, prudenze, attenzioni, proibizioni, divieti che, se non osservati in maniera rigorosa, potevano, secondo consuetudine popolare, avere o produrre sui bimbi esiti nefasti.

Prima ancora della nascita era gia pronto “l’àbbitìnu”, un oggetto che le nonne, predisponevano e preparavano, appena era certa la gravidanza. Con preghiere e scongiuri si accompagnavano i gesti per applicare e fermare, (rigorosamente con punti a filo bianco), ”l’àbbitìnu” sulla camiciola, primo indumento indossato dal neonato subito dopo il bagnetto post parto. L’abbitìnu era un riquadrino a sacchetto, ricavato da stoffa bianca in puro lino o cotone, all’interno del quale erano inserite e sigillate con una cucitura, immagini sacre benedette allo scopo; piccole pietre, anche preziose, cui si attribuivano particolari poteri e doti di preservazione; speciali misture di erbe contro fascinazione, malocchio ed altre nefaste influenze umane, tutti oggetti protettivi dal potere fortemente scaramantico. Per i più fortunati vi era un secondo sacchetto che conteneva “ à càmmìsa”, ossia quella specie di rivestimento dell’epidermide, quasi una seconda pelle, che taluni bambini presentano al momento della nascita. Era un oggetto al quale la tradizione attribuiva infinite e notevolissime virtù di salvaguardia e portafortuna e che le parenti presenti al parto, recuperavano con molta delicatezza per preservarne l’integrità. Subito disidratata, “à càmmìsa”, veniva “gnutticata” più volte per ridurne dimensione e volume ed una volta pronta, con un particolare rito ed apposite preghiere, cucita in un abitino e fatta indossare al neonato che, secondo tradizione, la doveva portare con se per tutta la vita.

Dicembre 2012

Minùcciu

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