Ott 05

COME ERAVAMO Tànnu… gusàvadi accussì. (Tre)

La redazione & Minucciu

Tànnu… gusàvadi accussì. (tre)

 La nascita

C’era poi la questione cruciale del nome da imporre al nascituro. Qui gli equilibri erano assai precari perché ognuno cercava di interpretare a comodo il “tànnu”. Il primo nato maschio, per tradizione portava il nome del nonno paterno; si faceva eccezione nominando quello materno, solo però se gia deceduto prima. Per le femminucce prevaleva il nome della nonna materna ed in caso di premorienza di questi, valeva la regola gia vista per i nonni. Si poteva decidere per il doppio nome e così accontentare gli interessati nominandoli entrambi, ma si poteva creare in ogni caso malumore per via che del doppio nome se ne pronunciava una alla volta od uno solo ed il secondo nominato od escluso, generalmente, non prendeva mica tanto bene l’essere relegato in posizione, diciamo, di scarto. Le cose andavano un pò più lisce e con qualche problematica in meno, quando, condizione sociale e grado di istruzione ti inducevano ad assumere un atteggiamento più distaccato, ad essere più accondiscendente, almeno all’apparenza; Tànnu, imporre il doppio nome al nascituro, era consuetudine nelle famiglie di ceto più elevato, perché il doppio nome presupponeva almeno “ù d’dòn”, titolo generalmente attribuito alla nobiltà, ai grossi proprietari terrieri, agli esercenti le professioni liberali; in neonato del ceto popolare il doppio nome disdiceva e la famiglia del proletario tanto audace, poteva essere oggetto di feroci critiche, specie dai pari condizione; “ù paisànu”, “u santunatisi” in generale, di questi subdoli tentativi di scalata sociale, “tànnu, sìnni fàcìa gàbbu”.

Nella scelta del nome si imponeva sempre una certa cautela; c’era da guardare “àra rròbba” che, secondo usanza, “àra mòrti i tàta”, poteva privilegiare il nome. Conseguentemente la prima scelta ricadeva sul nonno più ricco. Ciò scatenava, oltre che una corsa alla gravidanza, anche una sequela di omonimie, specie fra nipoti di parte maschile e per di più nati nello stesso anno. Per le femminucce si guardava anche alle zie, specie se zitelle e possidenti, sempre per la faccenda che “à rròbba tòrnadi àru nòmi”. Detta così appare semplice ma, dare al figlio un nome “sbagliato” era uno svantaggio per se stessi, oltre che un affronto a nonni e zii non coniugati. Significava creare risentimenti e talvolta vere e proprie inimicizie che, in ambito familiare, erano circostanze pericolose che potevano influire negativamente sul futuro economico. Basta sapere che tannu, le attività artigiane non erano molto remunerative ed alla attività “ntà putìga”, ”ù màstru” alternava lavori agricoli nei fondi di proprietà, talvolta anche “àra jurnàta”. L’attività artigiana era soggetta agli umori della clientela che, anche se possidente, saldava i conti una volta l’anno, parte in danaro contante e parte in prodotti dell’agricoltura. In caso di impossidenza o di “rrobba” insufficiente, vi era lo spettro della fùrisia o la prospettiva del bracciantato, entrambi sinonimi di miseria nera. Il possesso della terra, peraltro gia molto frazionata in piccole superfici, non sempre garantiva entrate sufficienti per cui il benessere futuro di una coppia di giovani sposi, dipendeva esclusivamente dalla salute del capofamiglia, dalla sua capacità di lavoro e di guadagno e soprattutto da cosa decidevano “i viècchi” sull’assegnazione-divisione del patrimonio familiare. Ho sempre avuto il sospetto che, “à tànnu”, la procreazione avesse, oltre quelli affettivi, anche altri fini. Si procreavano figli per garantirsi l’assistenza in vecchiaia, quasi un’assicurazione, visto che forme di previdenza in quei tempi non ve ne erano. In prospettiva di un futuro meno gramo, si poteva procreare ed usare i nascituri come “merce di scambio” a fini ereditari. Lo scopo era di far prevalere, nella divisione dei beni familiari, colui che della razza perpetuava nome e, meglio se anche il cognome. Verrebbe da considerare che i nascituri in quei tempi grami, erano più “oggetti” che “soggetti” di diritti e purtroppo, in quei tempi, con quella mentalità e quel modo di vedere le cose, era proprio così.

Finalmente arrivava il tempo del parto e la casa era invasa da parenti, praticone con funzioni di “mammàna”, tutte donne. Gli eventuali bambini di casa, erano allontanati ed allogati presso parenti ed amici, un po’ perché impicciavano e parecchio per salvaguardarne l’innocenza; più genericamente perché era bene evitare all’infanzia ogni contatto con i lamenti del travaglio e le urla durante il parto; non era psicologia spicciola o pedagogia ruspante, semplicemente, “a tànnu”, si usava così.

Neanche al marito, responsabile al pari della moglie di ciò che stava per accadere, era permesso rimanere in casa. I più pratici andavano in visita a parenti o stavano in compagnia di amici; gli altri più semplicemente, in attesa degli eventi, ciondolavano nei pressi di casa o consolandosi, per i dolori patiti dalla moglie, con qualche buon bicchiere di vino presso la cantina più vicina. Per i più “tuòsti”, ossia quegli individui che credevano ciecamente in ciò che erano le tradizioni, le credenze, in ciò che era conosciuto e risaputo “à tànnu” e quindi fedeli osservanti della tradizione e “do dìttu”, si richiudevano in una stalla in compagnia di un fiasco di vino e “dò ciùcciu”, scelto rigorosamente di sesso opposto a quello desiderato per il nascituro, perché, era notorio, detta bestia aveva funzioni di “richiamo”. Dal sommarsi di dette circostanze ne derivava che il primo incontro fra nascituri e padri, avveniva con questi ultimi generalmente, anzi quasi sempre, ubriachi fradici perché reduci dalle bevute di incoraggiamento, durante il travaglio, da quelle di festeggiamento, se tutto era andato per il meglio nonché quelle altre ed occasionali,  previste dai riti tramandati e dalla tradizione popolare.

E per il meglio le cose dovevano andare, perché consuetudine voleva che il parto doveva avere luogo in casa; farlo presso l’ospedale, una clinica o luogo analogo, era circostanza vissuta con vergogna perché infirmava lo stato di salute del nascituro e della partoriente. L’intervento del medico o della “furastèra”, (vulgo ostetrica diplomata) era circostanza che metteva in ombra le praticone e poteva squalificarle in vista delle future assistenze ai parti, attività in apparenza gratuita, in realtà fonte di “bricazziùni” che nel tempo andavano ricambiate o soddisfatte. Il parto assistito dal medico era circostanza grave ed agli occhi della gente aveva un solo significato; che le cose non andavano secondo natura e come sarebbero dovute andare e che la mamma od il neonato, se era intervenuto il medico, qualcosa di nascosto, poco buono o difettoso dovevano pur averlo. Da qui partiva tutta una serie di supposizioni, congetture, ipotesi, convinzioni e previsioni su cosa era o poteva essere successo e come la situazione si sarebbe potuta sviluppare ed evolvere. Come sovente accade nei piccoli paesi, se il tenore dei rapporti personali o familiari era in buona, si formulavano auguri e si recitavano preghiere e scongiuri perché tutto andasse per il meglio. In caso contrario era l’occasione per dare sfogo al livore ed al risentimento per pregressi odi, screzi, inimicizie, malanimi, malevolenze e quindi, cogliendo l’occasione ognuno che vi avesse avuto un suo particolare interesse non malediceva (il sandonatese, in certe cose, ha uno sviluppatissimo senso della misura, sa che certi limiti è bene non superarli specie quando si ha in odio qualcuno) ma, raccontando l’accaduto, non mancava di malignare ed aggiungere del suo, magari aggravando ad arte lo stato delle cose o formulando e dando come certezze quelle che, “vòx pòpuli”, erano solo suggestioni, mutate ad arte nelle peggiori previsioni.

Ottobre 2012

Minùcciu

 

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