Set 03

Come eravamo:Tànnu…gusàvadi accussì.

La redazione & Minucciu

 

 La rimembranza della vita sandonatese, così come me l’hanno a suo tempo raccontata
e così come nell’infanzia e prima giovinezza l’ho vissuta

Premessa

 “Tànnu”…. “à tànnu”…parola magica, che ai tempi della mia infanzia era capace di neutralizzare qualsiasi richiesta di spiegazioni e zittire anche la minima e più velata contestazione. Se “gùnu cchjù grànni”, su una faccenda aveva assunto una decisione od ed espresso un suo parere non erano ammesse lamentele perché, spiegavano e giustificavano, la cosa era sempre stata così regolata, usava così, “a tannu” e non erano ammesse repliche.

A quello che noi ragazzi si riteneva fosse un abuso della potestà esercitata dal più anziano, l’immancabile risposta “do grànni” era “tànnu”, seguita da tutta una serie di motivazioni e spiegazioni su quali erano gli usi ed i costumi cui attenersi per evitare che “à ggènti”, su eventuali manchevolezze o inadempienze, “ nunn’avièddha parlà, judicànnu o faciènnusi gàbbu”.

Contestare o mettere in discussione radicati canoni vigenti, frutto di esperienze, costumi e tradizioni, accumulati e stratificati nel corso di secoli, significava andarsi a cercare i guai. L’audace veniva, al minimo, apostrofato e trattato “cùmu nù strunzicièddhu i mmèrda”, solo per aver osato mettere in dubbio la bontà e la validità di ciò che, ”à tànnu”, regolava e faceva funzionare perfettamente il modo di convivere e di rapportarsi col resto della comunità. Bisognava attenersi a leggi, tradizioni, usi, costumi, modi di fare e comportamenti, non scritti ma codificati ed immutabili da secoli, se non da sempre, pena la riprovazione in perpetuo. Lo “status quo” non ammetteva ritocchi o modifiche e, per le nuove generazioni, la frustrazione maggiore derivava dal fatto che il “tànnu”, cui gli anziani, giuduci inappellabili, facevano riferimento come ad una bibbia, non aveva una precisa collocazione, spaziava a comodo di chi lo invocava e poteva variare dal giorno della tua nascita e risalire fino agli albori dell’umanità; era “tànnu” e ciò era più che sufficiente e ti doveva bastare.

Sebbene, per età, possa considerarmi fra quelli che dalla tradizione potrebbero trarre vantaggio, mi sento come schiacciato dal peso, che “i grànni” mi hanno caricato sulle spalle, e che è fardello di prescrizioni generali, norme, regole e comportamenti particolari, su come era, e quale doveva in futuro essere un vero sandonatese. Sostenevano zìu Ntòniu e zìu Pascàli, ottantenni all’epoca della mia infanzia e “sàntunatìsi tuòsti”, che avevano litigato ed avevano ancora da litigare su tutto, che “sàntunatìsi abbèru òncinnèranu cchiù, cà quìri ì mò ntò paìsi ccì su nnàti e crìsciùti, nnì pàrinu sùlu mmitàti, sùnu straìni, cà òn canùscinu cchjù ì gùsanzi e si sù scurdàti pùru à parlàta”, e questo era l’unico argomento sul quale trovavano pieno e completo accordo. Alla luce di detta autorevole sentenza mi corre obbligo di non tenere per me ciò che mi è stato insegnato, lo devo condividere almeno per salvare il poco ancora salvabile dell’essere sandonatese e, contemporaneamente, esercitare una specie di rivalsa, contro le generazioni successive alla mia, le quali, presumo, il “tànnu”, ma quello autentico e vero, non lo hanno mai subito, il che mi suscita profondi sentimenti di invidia ma anche rimpianto per tutto ciò che della sandonatesità io ho guadagnato e le generazioni successive perso, forse per sempre. Basta pensare alla nostra “parlata” che, da una ricerca che sto effettuando per recuperare l’antico dialetto di area, fra cui quello sandonatese, risulta che ben l’ottanta per cento degli antichi termini dialettali sono irrimediabilmente persi e, nel parlare corrente, sostituiti da parole italiane che abbiamo adattato a dialetto. Ho anche l’intenzione di illustrare taluni degli usi, costumi e tradizioni del nostro paese, andando a pescare in quelli che sono atteggiamenti, credenze ed usanze curiose e talvolta strambe, che accompagnavano il quotidiano svolgersi della vita paesana. Parto da lontano, dai racconti che le persone anziane facevano circa il loro modo di vivere e comportarsi, con riferimenti a quello delle generazioni precedenti. Vi scodello e servo il tutto esercitando il mestiere che l’ètà mi consente, ossia il raccontare, come “tànnu” hanno fatto con la mia generazione “i grànni, i viècchi” cui rinnovo rispetto e considerazione. Confido nel buon senso dei compaesani perché ciò che andrò a raccontare non sia generalizzato, ma visto come patrimonio comune perché, ogni uso costume o tradizione si radica e sopravvive per il tramite della condivisione. Sicuramente è accaduto che le credenze, le usanze, le superstizioni, di taluni rioni, gruppi familiari o persone, non fossero interamente e completamente condivise dal resto dei sandonatesi, ma esistevano, erano conosciute e praticate e solo per questo motivo entravano di buon diritto a far parte della tradizione e del sentire comune.

Non è mia intenzione giustificare aberrazioni o dileggiare credenze radicate o mettere alla berlina abitudini, gesti od atteggiamenti che oggi potrebbero apparire quale segno di arretratezza anche culturale. Racconto solo ciò che ho appreso dai nostri anziani ed, in taluni casi, costatato personalmente. Racconto di un mondo, un modo d’essere, agire e pensare che presumo quasi scomparso, ucciso, agli inizi del XX° secolo, dall’emigrazione e dall’istruzione obbligatoria, come sostenevano zìu Ntòniu e zìu Pascàli, con buona ragione in rapporto alla loro visione del mondo che cambiava. Sono sandonatese per esserci nato ed abbastanza vissuto ed ho voluto fare questa premessa perché conosco molto bene il modo di porsi dei miei compaesani, pronti a saltare al collo di chiunque leda l’immagine del paese. Lungi da me l’idea, al paese voglio bene, un po’ meno ai miei paesani, questo per ragioni che ad un sandonatese doc è inutile spiegare; le conosce benissimo; noi montanari siamo fatti così.

Tale narrazione non può che iniziare dalla nascita, accadimento importante, non solo per un sandonatese, come vedremo nel prosieguo;

Pistoia Settembre 2012

Minùcciu

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