Ago 22

Fili d’oro….

La redazione & Minucciu

Fili d’oro…

….son fili d’oro i suoi capelli biondi… e la boccuccia odora…
gli occhi suoi belli… sono neri e fondi…. or che mi guarda ancora…

…al diffondersi delle parole e della musica, la forchetta “ccù ràschatièddhu” restò a mezza via fra piatto e labbra, perchè lo stomaco di… chiamiamolo…. Pippìnu…era stato afferrato, chiuso e strizzato da una mano invisibile ed il volto virava al colore della cenere.
Il nostro uomo era incapace di dominare i sentimenti che musica e parole facevano affiorare e sembrava che i ricordi dovessero sommergerlo. Avvertì un leggero tremolio alle mani, causa dell’improvvisa emozione e le ciglia s’inumidirono.

…ho parlato al nostro buon curato… che m’ha detto……figliuol mio..
se l’amore in te non è peccato.. sarà pago il tuo desio”….

….continuava la canzone, col fruscio di sottofondo tipico del grammofono a puntina sul quale andava un vinile da settantotto giri.
Pippìnu di colpo era ritornato con la mente ai suoi tredici anni, quando con un amico ed un’altra ragazza, frequentavano l’abitazione di una compagna di scuola e ballavano alla musica proveniente da un grammofono. Rammentava ancora che ogni tanto il ritmo della musica calava perché, rapiti dall’atmosfera che la canzone creava, dimenticavano di caricare la molla che faceva girare il disco. Era passatempo ed occasione per conoscersi (oggi, con una brutta parola, direbbero “socializzare”) ed imparare a ballare e non importava se il fonografo meccanico, esaurita la carica a molla, sul più bello interrompeva l’intensità di uno sguardo od un’impercettibile carezza con la mano. Neanche il ripetersi del motivo li bloccava; i ragazzi ballavano alla musica dell’unico disco, per di più utilizzabile su un solo lato perché l’altro aveva i solchi rovinati. Era l’unico sopravvissuto di una collezione, per l’epoca corposa, consistente in ben venti vinili, calpestata e distrutta a causa di una baruffa scoppiata presso un’abitazione, al cui proprietario i vinili erano stati prestati per una festa di ballo.
Neanche il ritmo aveva importanza; ballare “Fili d’oro”, non era facile perché era un “lento”, ballo che sarebbe divenuto di moda una decina d’anni dopo. Importante era frequentarsi, potersi parlare, “fà amùri”, che non aveva il senso odierno ma era molto più innocente e significava “essere”, “giocare ai fidanzatini”….

… arde il mio core…… ma pura e la fiamma,
amo lei sola… la casa e la mamma….

… e Pippìnu innamorato lo era per davvero. Era anche “maleducato” come quasi tutti gli adolescenti maschi erano all’epoca; secondo i canoni del tempo, doveva essere e mostrarsi “uomo” e quindi esibire “fermezza”; non mostrarsi troppo disponibile, accondiscendente o gentile, perchè le ragazze potevano interpetrare tali atteggiamenti come “debolezza”, caratteristica che in un “uomo” era … come dire.. inopportuna e disdicevole.
Un pomeriggio, il giovane aveva raccolto un mazzetto di garofanini selvatici e la compagna di scuola gliene chiese uno in dono. Pippìnu disse di no, ma lo fece in modo esagerato. La ragazza, colpita non tanto dal rifiuto, quanto dal malgarbo espresso, chiese scusa e si ritirò in casa chiudendogli la porta in faccia… per sempre.
La compagna di scuola si manteneva fredda ed anzi iniziò a civettare con l’altro amico di Pippìnu, che malediva la smargiassata che lo aveva allontanato dalla ragazza e si macerava nella gelosia.

…io la seguo….ma non ho il coraggio
..di pregarla ….a darmi ascolto….

Dopo l’iniziale sofferenza, il tempo fece quello che generalmente fa in questi casi: attenua ed archivia. Pippìnu lasciò il paese per continuare gli studi e dell’amore giovanile ne perse il ricordo, in ciò aiutato dalla circostanza che anche la compagna di scuola era assente dal paese per motivi di studio. Durante tutti i successivi anni non avevano più avuto occasione di incontrarsi.
Ora, a distanza di oltre cinquant’anni, quella musica e quelle parole gli avevano riportato alla memoria una storia che credeva morta e sepolta. Ciò che gli stringeva lo stomaco e che gli aveva provocato lacrime di commozione era il rimorso per lo sgarbo commesso inutilmente, tanti anni prima. Lo aveva fatto per stupidità, insensibilità, e soprattutto per boria e per mostrarsi maschio; tutto questo a meno di quattordici anni d’età. Il suo unico pensiero era scoprire da dove la musica proveniva e soprattutto cercare notizie sulla compagna di scuola.

…dolce è la sera…. ben lunga è la via…
a farla insieme…. men lunga saria….

Seguendo il suono, trovo un ragazzo di una quindicina d’anni che trafficava con un grammofono meccanico; guardando bene, a Pippìnu parve di riconoscere la vecchia “miscina” così come riconobbe il “settantotto giri”, entrambi oggetti protagonisti della sua adolescenza. Chiese notizie ed apprese che il ragazzo era un nipote della sua vecchia “fidanzatina” e che il grammofono ed il disco erano stati rinvenuti nella soffitta. Il giovane stava tentando di ripararlo perché sperava di rivenderlo ad un antiquario e per verificarne il funzionamento, ogni tanto faceva suonare il vecchio disco.
Apprese anche che sua compagna di scuola s’era maritata ed aveva messo al mondo due figli; era deceduta da una decina d’anni e sepolta nel cimitero del paese.

..e l’ho vista uscir dalla chiesetta….con un’aria di mistero…
io le porto l’acqua benedetta…m’ha sorriso e non par vero..

Il ragazzo proseguiva nelle sue prove ed in Pippìnu il senso di rimorso era sempre più opprimente; voleva e doveva in qualche modo rimediare allo “sgarbo” di tanti anni prima.
Uscì da casa e si diresse verso Lietu; da un “lìmitu” strappò dei garofanini selvatici ed imboccò il cancello del cimitero. Girò fra le “sozze” fino ad individuare la tomba della compagna di scuola. S’inginocchiò davanti alla lapide, ripulì dai detriti la fotografia e la lastra di copertura, riempì d’acqua un vasetto di peltro e vi depose i garofanini. Poi si segnò e pregò, chiedendo perdono per lo sgarbo di tanti anni prima. Dopo aver adempiuto “ù duvìri” voleva rialzarsi, ma qualcosa glielo impediva. Si sentiva sempre più appesantito, gli mancava il respiro e qualcosa lo sospingeva verso la lapide quasi a schiacciarvelo contro, mentre la canzone si concludeva…

…..e insieme… andando per la via ….sognammo una testina d’oro
..mentre la stringo…. lei sussurra t’amo ed io rispondo…moro.

Su quest’ultima strofa Pippinu urlò, si divincolò e si svegliò, ritrovandosi steso sul letto, sudato ed in preda ad una forte agitazione. Al suo fianco la “compagna di scuola”.. che lo guardava e la cui espressione sembrava volesse rimproverarlo e dirgli….. “t’avìai dìttu i non t’abburdà i vìnu, salùmi e scapìci; …..òn sì cchiù nù giuvinièddhu; …. ghàsi vìstu cchìbbordì …..a nnòsstàssènti i mugghjèri?”.
Comprese che era stato solo un brutto sogno, un incubo giocatogli dalla stanchezza per il viaggio del rientro estivo al paese natio e dall’ingordigia, sorta alla vista di tutto il ben di Dio, che i familiari avevano posto in tavola per accoglierlo e festeggiarlo. Il vissuto dell’incubo gli rammentò che la faccenda “garofanino”, con la “compagna di balli”, ora sua moglie, non l’aveva mai chiusa. Si girò verso la donna e, sfiorandole il volto con le labbra, accennò un bacio. Poi, accostatosi all’orecchio della donna, per la prima volta dopo due figli e tanti anni vissuti insieme, le sussurrò “scusami”. Lei accennò un sorriso di amorevole comprensione e presa la mano di Pippinu, la strinse delicatamente, proprio come faceva tanti anni prima, quando, da adolescenti, con l’altra coppia di coetanei ballavano “Fili d’oro”, al suono del settantotto giri condotto dal piatto a molla della vecchia “miscina”.
Agosto 1012
Minucciu

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