Giu 29 2012

Pìzzi, Lòcura e Bànni.

Luigi Bisignani

Alcuni hanno garbatamente rilevato: “ma cùmu fàsi a ttì ricurdà tùtti ssì còsi?”. La questione è molto più semplice di quel che in apparenza sembra. Immaginate infanzia e primi anni dell’adolescenza trascorsi senza la disponibilità dei supporti elettronico-informatici odierni; poca radio, quasi senza televisione, beni che all’epoca, siamo nell’immediato dopoguerra, erano privilegio di poche famiglie. C’era l’impegno della scuola, lo studio, il gioco, la lettura di albi a fumetti e di qualche libro e tanto tempo da impiegare in girate ed esplorazioni nel territorio sandonatese, ma, soprattutto ascoltare le persone più anziane che davano la stura ai ricordi o tramandavano tradizioni, esercitando le arti più confacenti ai vecchi, ossia il ricordare ed il raccontare. In tutti quegli anni ho immagazzinato una quantità di racconti, tradizioni, usi, costumi e fatti, nonché parole del dialetto, desuete od antichissime, che ora richiamo alla memoria. Questo è il “magazzino” da dove traggo tutto ciò che da un po’ di tempo vado scrivendo.

A San Donato ci sono nato e vissuto fin quasi ai 18 anni ed il tutto quel periodo posso dire di averlo memorizzato così bene, tanto da sentirmi ancora capace di poterlo percorrere con gli occhi bendati senza incespicare o sbagliare una via od un incrocio.

Presunzione, direte voi; affatto. Ogni volta che ascoltavamo una storia, la curiosità spingeva noi ragazzi ad andare sul posto ove la vicenda narrata era accaduta per cercare una traccia, un segno, un riscontro, specie per quei racconti di disgrazie, fatti di sangue, apparizioni di anime o di esseri malefici, magarie. I nostri vecchi avevano moltissimi ricordi relativi a faccende, recenti e remote, raramente vissute personalmente, bensì apprese da narrazioni altrui e trasmesse in forma orale alle generazioni successive. Ogni rione sandonatese aveva al suo interno locazioni di fatti e misfatti, che avevamo solleticato la nostra curiosità.

Sàntu Cristòfaru e Crucivia erano i rioni presso l’antica porta d’ingresso dalla piana al paese, ciò fino a che non è stata realizzata la provinciale “dò bìviu àru jardìnu”. C’era una mulattiera che dalla piana, transitando da Grieci e Santu Pietro, raggiungeva il paese; dopo la grande frana fra Pantàna e Càpammàzzu, che ha distrutto il declivio naturale, creando il vallone, la strada ha forzosamente deviato lungo il corso del fiume ed attualmente sale appunto a Santu Cristofaru. Proprio la salita fra il fiume ed il rione è stata al centro di racconti relativi ad apparizioni di esseri malefici, uno dei quali “ ù lumìru”, che assumeva forme fantastiche o strane o sembianze di morti ammazzati o di fantasmi. Rammento racconti su malefiche presenze nel declivio lungo il fiume, località nota come “ì Spàrti” per la folta vegetazione di ginestre. In detto luogo, parecchie fanciulle, erano rimaste vittime di esseri “malefici e soprannaturali” mentre stendevano i panni lavati nel vicino fiume; in detti incontri, oltre che il senno, le fanciulle avevano perduto la purezza. Quasi sempre però si risapeva che l’autore del misfatto tanto malefico, fantastico ed ignoto non era, dato che parecchie di dette storie si concludevano con il matrimonio riparatore.

A Sàntu Cristòfaru, il sifone per lo scarico delle acque piovane, raccontavano fosse stato realizzato nel luogo ove, secondo tradizione, una volta fosse ubicata la grotta abitata da una “magara” poi defunta, la quale, non rassegnata alla distruzione dell’antro, durante le notti di pioggia, si poteva vedere seduta e piangente sul bordo del canale, proprio nei pressi del luogo detto “suppuortu da magara”.

Nello spiazzo dietro la casa i Sparacìtu, al limite dello strapiombo di un burrone, su uno spuntone di roccia giù nel precipizio, nelle notti di luna, si raccontava fosse seduta l’anima di una povera donna che, proprio dallo spiazzo vicino alla detta casa, era stata “pirrupata” dal marito a nome Damiano, istigato dalla mantenuta.

La Spilùngura è ricca di “presenze”; si raccontava delle urla, durante le notti di pioggia, che la tradizione attribuiva all’anima di certo Ciaffante, il quale, durante l’alluvione del 1840 nell’enorme frana che ha creato il vallone, trascorse la notte aggrappato al residuo pezzo di muro della sua abitazione, trascinata dal movimento franoso. Il poveruomo, sfinito, dopo aver invano invocato un aiuto, era precipitato e poi deceduto durante la notte. Nello stesso rione Spilùngura si poteva ammirare la Tìmpa del barone, un enorme masso ora coperto da un muraglione costruito negli anni 50. Detta pietra era il basamento su cui poggiava la torre del vecchio castello; si raccontava che nelle notti di plenilunio estivo, una figura femminile arrivava correndo sul ciglio della pietra e dopo aver gridato, si lasciava cadere nel vuoto. Si tramandava fosse l’anima di una donna sandonatese bellissima, rapita dal feudatario che voleva concupirla, che aveva preferito il suicidio al disonore. Di questa storia ne accenna anche il Padula nel volume “Calabria prima e dopo l’unità” che definisce la timpa, “Petra della donna bedda che vi si gettò per sfuggire al barone di San Donato”.

Salendo ancora, si arriva “ ara scisa do fuossu”, strada di campagna che da “ì Lòggi” scende verso il fiume; in detta località, a metà strada, nei racconti era sempre presente, specie la sera tardi, “nu lumìru”, che sbarrava il passo a chiunque risaliva dal fiume, impedendogli di proseguire; l’entità assumeva veste o di grosso serpente; o di uomo enorme e di aspetto spaventoso; o si mostrava morto assumendo però le sembianze di persona conosciuta dal viandante. Narravano che per scacciare detto incomodo bisognava recitare una speciale preghiera; chi la conosceva, la poteva insegnare e rivelare solo alla mezzanotte esatta del giorno di luna piena nel mese di Sàntumartìnu.

Proseguendo in direzione “dò Cummièntu” si transitava nei pressi della “carcara”; narravano che sulla porta d’accesso, una figura umana completamente ricoperta di polvere, faceva l’atto di tirare fuori un’altra dall’interno dell’edificio. Dicevano che erano le anime di due persone, pare padre e figlio, che vi erano morti perché sepolti dall’improvviso crollo del castello di pietre gia cotte e soffocati dalla polvere di calce.

Anche “u Cummientu” aveva la sua bella presenza che sedeva sulla sommità del residuo muro del convento; dai racconti, si trattava dell’anima di una fanciulla che, irretita da uno dei frati e rimasta incinta venne da questi uccisa per evitare scandali.

La zona di Santuvardinu ha numerosi, stretti e tortuosi pozzi di natura carsica che, per secoli, hanno ricevuto e custodito le nefandezze dei sandonatesi. Nelle cavità hanno trovato ultima dimora aborti, corpi di persone “scomparse”, qualche suicida. I nostri vecchi hanno narrato che, le anime degli inabissati rimosse dalla memoria collettiva, periodicamente si radunavano sulla sommità del precipizio e formavano una lunga processione in direzione “da chièsia da terra”; qui sostavano e chi in vita aveva avuto un nome, lo pronunciava ad alta voce, perché venisse udito da chi doveva udire e rammentato da chi doveva ricordare. La processione di anime proseguiva poi verso il cimitero e li scompariva.

Anche “i costi da terra” secondo tradizione avevano delle presenze. In particolari notti estive, sospese a mezz’aria, poco prima dell’alba pare fluttuassero numerose figure disegnate da minuscole fiammelle. Si narrava fossero le anime di alcuni forestieri che, oltre l’antica cinta muraria del castello, avevano realizzato un accampamento di “pagghiari” sui radi spiazzi fra le asperità dello sprone roccioso. Non si sa come, né la tradizione ci ha trasmesso ad opera di chi, detti ripari una notte vennero dati alle fiamme e quasi nessuna delle persone che li abitavano si salvò.

“U suppuòrtu da terra”, da anni e annorum aveva invece un ospite fisso, una figura che nelle notti ventose dondolava appesa per il collo, proprio al centro dell’arco del sottopasso sotto casa i Capitàniu”. Pare fosse l’anima del rampollo di una potente famiglia sandonatese in contrasto col feudatario. Il giovane messosi d’accordo con emissari del principe di Altomonte, una notte aveva aperto la porta delle mura ed aveva fatto entrare i soldati nemici che avevano messo a ferro e fuoco l’abitato e semidistrutto il castello. Con Altomonte, San Donato aveva una acerrima rivalità dovuta a questioni di confini e di prestigio fra i due signori. Il feudatario sandonatese si era salvato richiudendosi nella torre esterna del castello, verso i Palizzi ed una volta ritiratisi i nemici aveva catturato e giustiziato sommariamente il traditore, impiccandolo all’architrave della porta da lui aperta ai nemici.

Anche il Casale aveva la sua presenza. Dai Palizzi digrada verso l’inizio dell’abitato un dirupo, nel quale un giovane è stato precipitato dal rivale in amore, nel corso di una lite. L’anima di detto giovane pare che, ad ogni anniversario del fatto, tenti faticosamente di risalire la costa ma arrivato in cima, precipita nuovamente.

Non poteva mancare à Siddhàta; qui narravano di due presenze; dalla roccia che negli anni 60 fu incorporata in un’abitazione, sorgeva improvvisamente un’anima o una figura maschile che si alzava lì da dove s’era accasciata colpita da fucilata sparata da mano ignota; l’altra anima si sollevava da sotto“à petra a cappieddhu”, roccia con cavità naturale circondata da argilla da cui si ricavava “ u vitriuòlu”, specie tintura scura per stoffe e lane; era una figura femminile che sotto la cavità era stata sorpresa in atteggiamento inequivocabile con un uomo e sgozzata dal marito. Detta cavità è stata chiusa da un muro negli anni in cui è stata realizzata la nuova viabilità per la località Cutura.

Le “presenze”, secondo tradizione popolare erano molte e distribuite in quasi tutte le località paesane, montane e della piana sandonatese. Con altri ragazzi, in periodi indicati come propizi, abbiamo trascorso in trepida attesa il verificarsi degli eventi oggetto dei racconti. E’ stato tempo sprecato. Mai nessuno dei fenomeni, oggetto dei racconti, s’è verificato. Ho voluto riferire ciò che i nostri vecchi raccontavano su detto argomento, senza pretesa di verità od autenticità. Considerate questi brevi accenni per quello che, in effetti sono; racconti più o meno antichi, alla cui origine è probabile vi siano fatti realmente accaduti, poi modificati o ampliati, come succede nella tradizione orale e che, nei racconti popolari e nell’immaginario collettivo, i protagonisti, dopo morti, siano divenuti soggetti di “apparizioni” e gradualmente introdotti nella tradizione popolare e divenuti leggenda.

Giugno 2012

Minucciu

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