Apr 19

Un ricordo per mio padre…

Stefania Todaro ..

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Un ricordo per mio padre, Giuseppe Todaro, un uomo onesto e un lavoratore instancabile!

Sono passati quasi tre mesi da quando il cuore di mio padre ha cessato di battere ed io faccio fatica a credere che sia successo davvero! Non è facile accettare la morte di chi è stato un punto di riferimento per tante persone che gli stavano vicino.

E’ stato una roccia alla quale aggrapparsi e rimanere a galla nei momenti di difficoltà, ma anche uno scoglio contro cui scontrarsi quando bisognava far valere le proprie idee, soprattutto, da parte di noi figli. Non era facile andare d’accordo con mio padre perché era un uomo “tutto d’un pezzo” che diceva quello che pensava con franchezza; non sempre, noi figli, capivamo il suo atteggiamento forte e schietto e non sempre accettavamo quello che secondo lui era giusto e che andava fatto per forza.

Primogenito di una bella famiglia numerosa (tredici figli), nacque ad Arcomano, una piccola frazione del comune di San Donato di Ninea, in provincia di Cosenza, il 31 gennaio del 1925, nel periodo più freddo dell’anno, i cosiddetti “giorni della merla” quasi ad indicare l’esordio di una vita per niente semplice. La sua era una famiglia modesta che viveva del lavoro dei campi. Come avveniva spesso, a quei tempi, dovette aiutare i suoi genitori, fin da piccolo, occupandosi dei fratelli minori, che nacquero con il ritmo di uno ogni due anni.

All’età di sei/sette anni cominciarono ad affidargli anche la cura degli animali domestici quali: galline, maiali, capre, asini; ma non solo, toccava a lui andare a prendere l’acqua alla fonte, perché ovviamente le case non erano dotate di acqua e per un bambino sicuramente non era una cosa semplice. Durante gli anni di scuola elementare le cose si complicarono ancora di più perché bisognava studiare, aiutare la mamma, che aveva tanto da fare con i fratelli piccoli, ed aiutare il papà nella campagna; inoltre doveva portare anche dei bei risultati da scuola perché, altrimenti, non gli avrebbero permesso più di studiare e per lui sarebbe stato davvero triste perché amava andare a scuola ed apprendere cose nuove. La matematica, soprattutto, ma anche la geografia, la storia, erano le sue materie preferite e riusciva sempre a prendere dei bei voti.

Fin dall’infanzia, le parole che riecheggiarono sempre nella sua mente furono: “lavoro”, “famiglia”,  “senso del dovere”, “onestà”. Con questi valori, all’età di 21 anni, decise di creare la sua di famiglia. Sposò mia madre che era appena quindicenne. Realizzarono il loro sogno nel 1947, in un periodo storico, per l’Italia, di forte miseria e di crisi.

La sua vita si divise tra la sua famiglia d’origine (a cui continuò a dare il suo sostegno) e la nuova famiglia, che nel 1949 fu allietata dalla nascita del primo figlio. A quel punto si accorse che per “tirare” avanti non bastavano i lavori stagionali come la mietitura  e la trebbiatura del grano, la raccolta delle castagne, la raccolta delle olive, oppure la semina, la potatura o le giornate impiegate per zappare le piante. I soldi che entravano in casa non erano sufficienti per una famiglia che, pian piano, si stava allargando. Quindi prese una decisione molto sofferta ma importante, per dare una svolta alla sua vita: fece le valigie e lasciò il suo adorato paese, con tutte le difficoltà che ne seguirono.

Il periodo più difficile fu quello trascorso in Germania e in Francia, a lavorare nelle miniere di carbone, perché dovette abituarsi a paesi nuovi, lingue nuove ma, soprattutto, ad un tipo di lavoro davvero pesante. La frase che spesso mi ripeteva era: io ho conosciuto il mondo di “sopra” e quello di “sotto”.

Spesso mi raccontava dei tanti pericoli che dovette affrontare all’interno delle miniere, le tante situazioni pericolose nelle quali si trovò coinvolto come, ad esempio, il crollo di una parete della miniera a parecchi metri sottoterra. In quella circostanza fu davvero molto coraggioso perché riuscì ad aiutare un suo compagno rimasto coinvolto nel crollo e finito sotto le macerie, facendo in modo da sostenere parte delle impalcature con delle travi di fortuna. Grazie a questo stratagemma il suo amico riuscì a resistere fino all’arrivo dei soccorsi e ad essere tratti tutti in salvo.

 

Si trattava, quindi, di un lavoro molto duro, ma egli lo accettò con tanto coraggio e con la convinzione che quella fosse l’unica strada per dare un futuro decoroso ai suoi figli. Voleva che i suoi figli potessero studiare tutti e diventare delle persone affermate con una professione che desse onore alla famiglia.

Il suo desiderio nasceva soprattutto dal fatto che non aveva potuto realizzare i suoi sogni, perché le necessità della sua famiglia d’origine non glielo avevano permesso. Avrebbe tanto desiderato diventare un ufficiale ed aveva anche inoltrato domanda, appena diciottenne, ma suo padre aveva fatto in modo che la ritirasse, perché le sue braccia servivano ancora in casa.

Così dovette mettere i suoi sogni nel cassetto, ma giurò che avrebbe fatto di tutto perché questo non succedesse ai suoi figli.

Gli anni trascorsi all’estero furono molto importanti per lui, perché lo portarono a conoscere nuove realtà. Per la prima volta si ritrovò da solo senza l’aiuto di sua madre o di sua moglie e dovette imparare ad “arrangiarsi”. Per risparmiare spesso, al lavoro, mangiava solo pane e margarina, aveva imparato a lavare e a stirare i pantaloni e le camicie, aveva imparato a cucinare. Era molto generoso e la sera aiutava anche i suoi compagni, che non erano andati a scuola, a scrivere le lettere da inviare alle famiglie lontane.

I lavori fatti da mio padre però non si limitarono a quelli in miniera. Ben presto imparò a fare il muratore e già in Germania riuscì ad entrare in aziende edili. La sua instancabilità fece di lui una persona stimata in campo lavorativo, alla quale affidare le mansioni che richiedevano serietà e senso del dovere.

In Italia, in particolare al Nord, lavorò alla costruzione di ponti, strade, gallerie. Per tanti anni fu a Mondovì, Genova, Modena ed in ogni posto lasciò un bel ricordo di sé, lavorando senza mai risparmiarsi.

Grazie agli anni trascorsi fuori riuscì a mettere da parte i soldi necessari per far studiare i figli, mandare avanti la famiglia, ma, soprattutto, acquistare nuovi terreni da coltivare: seminativi, vigne, boschi, castagneti. Inoltre riuscì, con l’aiuto di mia mamma, a costruire ben due case!

Smise di fare l’emigrante alla fine degli anni sessanta. Rientrò in Calabria e, da allora, accettò di fare qualsiasi lavoro gli si presentasse, dal muratore all’operaio nella comunità montana del suo paese. Per lui esistevano solo il lavoro e la famiglia e non era mai stanco. Con mia mamma si alzavano quasi sempre alle tre del mattino e la giornata era piena fino a sera: sono stati una coppia instancabile.

Per spiegare quanto fosse importante per mio padre il lavoro, basti pensare che due giorni prima che venisse colpito dal tremendo ictus, si era dedicato al suo orto, come faceva sempre ogni anno e aveva perfino piantato delle fave.

Negli ultimi anni ormai si muoveva con due bastoni, perché una forte artrosi deformante lo aveva ridotto a camminare completamente curvo; ma, nonostante questa disabilità, continuava ad occuparsi della terra, delle piante, del suo orto. Nell’orto aveva sistemato vari ciocchi di legno su cui potersi sedere e, da lì, dare l’acqua alle piante piuttosto che zappettarle oppure concimarle.

Era una forza della natura, non c’erano ostacoli che potessero fermarlo. In tutta la mia vita non l’ho mai sentito lamentarsi per il carico di lavoro che affrontava ogni giorno.

Per chi lo ha conosciuto e gli è stato vicino sicuramente la sua presenza continuerà ad echeggiare e  a vivere tramite il ricordo, perché una persona così forte e volitiva non può andarsene e non lasciare nulla di sé! Come scrisse Foscolo nei Sepolcri: “…celeste è questa corrispondenza di amorosi sensi, celeste dote è negli umani, e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi…” perché il caro estinto continua a vivere nel cuore di chi lo ha amato e si crea proprio una corrispondenza divina tra chi non c’è più e chi continua a vivere.

E’ per questo che sono sicura che mio padre continuerà a vivere grazie al ricordo di chi gli ha voluto bene e tutto quello che ha creato, con il suo lavoro e col sudore della sua fronte, sarà il punto di partenza per la realizzazione di tante altre persone. Questo era il suo desiderio……

Voglio concludere questo articolo su mio padre con una lettera che ho scritto nel giorno della festa del papà, il 19 marzo scorso. Per lui questa data è stata sempre molto importante, perché, oltre ad essere la festa del papà, è, soprattutto, quella di San Giuseppe, un santo a cui lui era molto devoto:

 “Mio caro papà, tanti auguri per la tua festa!
 Ho deciso di scriverti perché, purtroppo, non l’ho mai fatto quando eri in vita. Avrei voluto dirti tante cose, quando eri con noi, però la vita frenetica di tutti i giorni, i mille impegni lavorativi, le poche occasioni in cui riuscivamo a stare insieme, non me lo hanno permesso. Non avrei mai immaginato che te ne saresti andato via così all’improvviso! Per questo sono dispiaciuta per non averti mai detto grazie! So che ti avrebbe fatto molto piacere! Proverò a farlo adesso.
Attraverso la mia fede e la mia convinzione cristiana che la vita non è tolta ma trasformata, sono sicura che sei sempre presente, anche da lassù, e per questo voglio dirti quanto ti ho voluto bene e quanto ti sono riconoscente.
Grazie per tutto quello che hai fatto per me e per avermi voluto veramente bene!
Grazie per avermi permesso di studiare, quando le tue mille paure per ciò che mi poteva accadere (in quanto figlia femmina), avrebbero potuto convincerti a scegliere per me  l’unica  professione senza pericoli: la casalinga.
Grazie perché hai capito che tramite lo studio sarei potuta diventare qualcuno; mi dispiace solo di non averti accontentato diventando medico, ma non era proprio la mia vocazione!
Grazie per avermi permesso di diventare un’insegnante amata e apprezzata, perché mi hai trasmesso tu la dedizione al lavoro, la tenacia e, soprattutto, il senso del dovere. Se oggi sono così lo devo, in primo luogo, a te. Da ragazza certe cose non le capivo, spesso mi scontravo con te e quante volte abbiamo discusso, anche in modo forte! Avevamo modi diversi di vedere la vita ma gli stessi valori di fondo che ci portavano a discutere.
Negli ultimi due anni eri cambiato tanto, forse perché ti sentivi troppo solo e non riuscivi più ad essere sereno. Avevi un umore mutevole che non rendeva facile la vita con te. Ma era solo l‘inizio di quella che poi sarebbe stata la terribile malattia. Una malattia che non ti ha dato scampo! Voglio ricordarti però con quel sorriso che ti illuminava il volto nei momenti in cui ti sentivi sereno e lasciavi venir fuori il lato migliore di te: un papà che voleva tanto bene ai suoi figli!
Il tuo ultimo mese di vita è stato per tutti noi, che ti abbiamo voluto bene, un momento drammatico, perché ti abbiamo visto sofferente e non siamo riusciti a fare nulla per aiutarti. La tua sofferenza però è servita ad avvicinarci tutti, gli uni agli altri: tra noi fratelli, cognati, con nostra madre. Ci hai insegnato che le difficoltà della vita vanno affrontate a testa alta e questo lo porteremo sempre con noi.
Ora tu, uomo instancabile, puoi finalmente riposare in Dio;  ti mando un abbraccio e… da lassù prega per noi!
Ti voglio bene.   Tua Figlia Stefania


 

 

 

 

 

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