Mar 27

Come eravamo : caubboj e jndiani

Da “Come Eravamo” Cauboj e indiani …

Cauboj e indiani

Al tempo corrente, da ciò che gli esperti asseriscono, pare che i giochi infantili siano ormai un residuo del passato, soppiantati come sono da videogiochi, programmi televisivi studiati apposta per l’infanzia ed impegni in attività sportive e ludiche, specchio e prospezione di genitori insoddisfatti che pretendono dai figli quelle attività probabilmente loro negate o precluse. Nella mia infanzia, il gioco era l’elemento più importante della crescita. Anche partecipare alle attività reddituali, nelle società agro-pastorali come era la nostra, poteva essere una forma di gioco. Era consentito l’impiego dei “quatrari” nella custodia temporanea di piccoli animali domestici per uso familiare. I ragazzini, specie nei pomeriggi della primavera/estate, consideravano un passatempo la richiesta “ì purtà ntè castagni”, la capra o la pecora oppure dei loro cuccioli per farli pascolare. In genere “u cummannatu” non ci andava da solo ma si portava appresso anche i suoi amichetti coi quali condivideva guardiania e giochi. In primavera, il passatempo più gettonato “aru cummientu”, era la ricerca delle castagne sfuggite alla raccolta, perché nascoste dai ricci e dalle foglie. I frutti iniziavano a fermentare per poi germogliare ed erano dolcissimi. A parte questi divertenti impegni, che non toccavano tutti, i bambini, soddisfatti i giornalieri obblighi scolastici, erano liberi di dedicarsi alle attività ludiche che ritenevano più congeniali. L’apparecchio televisivo era posseduto da poche famiglie ed i programmi, inizialmente erano diffusi nelle ore serali e solo qualche tempo dopo nel tardo pomeriggio, con la tv dei ragazzi, limitata a circa un’ora pomeridiana e con inizio alle 17.

Quindi tempo libero in abbondanza ed impiegato per praticare vari giochi fra i quali: “latri e carbunièri”; “libera e presa”; “ammicciùni”; “àra cavicchjula”; “àri tappi”, “campana” riservata e praticata dalle femminucce; una specie di tirassegno con arco e frecce ricavate da stecche in ferro da ombrelli e, dopo averne visto le avventure, al cinema od in tv, anche “caubboj e jndiani”.

Nel mio vicinato, ù Sammicuòsu, i giochi più gettonati erano: libera e presa, cavicchjula, latri e carbunièri, tiro a segno e indiani. Ogni gioco aveva un suo luogo deputato che generalmente erano: la piazza avanti la chiesa arcipretale, scomoda perché i frontalieri si lamentavano; lo spiazzo avanti l’abitazione di don Ciccio e donna Elvira, che per fortuna nostra non si facevano mai vedere; il pezzo di strada e lo slargo che salivano verso contrada Santantonio; i costi ì zìu Pascali, un ampio spazio sconnesso e in pendenza, dove non disturbavamo ne venivamo disturbati, ove erano presenti “troppe” di macchia e numerose piante di gelso, queste ultime reliquie di antica coltura del baco da seta che si praticava nel vicinato, attività comprovata dalla presenza, presso alcune abitazioni, di vecchi telai da seta gelosamente custoditi. Mentre gli altri giochi potevano essere indifferentemente praticati ovunque, per latri e carbunieri, tirassegno e indiani, luogo deputato era “ì costi arriètu à casa ì zìu Pascali”, posto ampio e che offriva nascondigli e ripari di varia natura.

Erano giochi che oggi sono pomposamente definiti “di ruolo” (pensa te da ragazzini di quanto abbiamo anticipato i tempi). Per interpetrare i personaggi era un continuo litigare. Tutti volevano fare o il ladro o l’indiano, perché il ruolo era comodo e con libertà d’azione, senza regole ed il vantaggio di partire prima degli altri e scegliere come giocarsela. Il ruolo dei carabinieri e dei “caubboj” era più scomodo e faticoso perché, si stabiliva una gerarchia alla quale obbedire, pena l’espulsione dal gioco. Bisognava rispettare delle regole precise, visto che operare in gruppo dava il vantaggio e la forza del numero, mentre il bandito e l’indiano doveva cavarsela da solo. Per evitare mugugni e defezioni degli scontenti, si stabilì che i personaggi sarebbero scambiati ad ogni fine gioco, in modo che a turno, nello stesso pomeriggio, tutti potevano interpetrare più ruoli.

Il gruppo di gioco, ad imitazione dei personaggi di alcuni film d’avventura dell’epoca, aveva creato dei soprannomi traendoli da peculiarità fisiche o di carattere di ciascuno. C’erano: “pizìrru”, non reggeva e si pisciava addosso; “pizzifièrru”, temeva il freddo; “cannìli”, aveva il naso “sèmpi chjnu i pinnèddha”; “mizzuògnu”, era piccolo e rotondetto; “ràga-càvuzi”, portava i pantaloni larghi e cadenti; “filifièrru”, era molto esile; “cataròzza”, aveva una testa enorme; “palètta”, aveva due grandi incisivi superiori; “ruòsica”, aveva i denti davanti ricurvi come un topo; “pirèlla” camminava svelto svelto, soprannome mutuato da una marca di suole da scarpe in gomma; ntartiègnu, era sempre l’ultimo; “saittùni”, si passava continuamente la lingua sulle labbra; “picuòzzu”, l’unico del gruppo capace di servire messa e rispondere alle invocazioni del prete in modo corretto; “malannàta”, era particolarmente sfigato, capitavano tutte a lui; “fucìgghja”, scattava velocemente; “càvudararu”, era sempre segnato di nero su volto e panni; “langhjrùsu”, da un panino gli era caduta a terra una fetta di mortadella e senza ripulirla, noncurante l’aveva rimessa nel pane e se l’era mangiata. All’incirca il gruppo era questo. Se ve ne erano altri, al momento i loro soprannomi mi sfuggono. Preciso che ai giochi raramente il gruppo partecipava al completo, vi erano sempre degli assenti.

Per le “guerre indiane” o per lo scontro “latri/carbunieri”, l’armamento era quanto di più povero si potesse immaginare. I pugnali erano ricavati da “scuorpi appizzutati”; le spade erano ricavate adattando “frascedde” sottratte alla scorta invernale di legna da ardere; le armi da fuoco erano pezzi di tavolette sagomate, in modo molto approssimativo, ad imitare fucili o pistole il cui apparato di sparo consisteva in elastici e le munizioni in proiettili di carta appallottolata o palline di terra fatta seccare; l’artiglieria era rappresentata da grosse fionde che lanciavano palle di terra. Era normale che un indiano o un bandito fosse dotato di artiglieria, cambiavano i ruoli ma ognuno combatteva con le armi che si era costruito.

Un pomeriggio si fecero numerose battaglie e per l’ultimo gioco il ruolo dell’indiano, dopo tanto aspettare, toccò finalmente a “malannàta”. A “cannìla” toccò il ruolo del cane (Rin Tin Tin, chi se lo ricorda?) mentre a “mizzuògnu” quello del soldato-bambino (Rasty, rammentate?). A “pizìrru” venne assegnato il ruolo del trombettiere mentre “picuòzu, langhirùsu e ragacàvuzi erano stati promossi rispettivamente sergente e caporale. Comandante era “saittùni”.

Venne dato il consueto vantaggio all’indiano. Mentre “malannàta” andava a scegliersi il posto di combattimento, il resto del gruppo si girava e chiudeva gli occhi, per riaprirli quando l’indiano lanciava il suo urlo di guerra. Partì la caccia e vi fù il primo intoppo. “Cannìla” partì a razzo, come aveva visto fare a Rin Tin Tin, ma era legato per il collo ad un laccio e mizzuògnu, grasso com’era, non riuscì a seguirlo nello slancio e per poco non lo impiccò. “Quànnu gàmu allaschàtu ù ligàgghju à cannìla ddhèranu ghissùti ì ziguòli”. Per fortuna il laccio non era troppo stretto e dopo qualche colpo di tosse ed un segno blu al collo, cannìla riprese il suo ruolo, senza più guinzaglio.

L’indiano “malannàta” aveva scelto di ripararsi “arrìetu a nà troppa ì ruvètta” e quando venne individuato cambiò posizione e decise di rifugiarsi sull’ultimo albero di gelso. Pizìrru, per richiamare il resto della truppa, diede fiato alla tromba, uno di quegli imbuti di lamiera usati per il travaso del mosto nelle botti. Mentre strombazzava, “malannàta” con la fionda tirò una palla che centrò l’imbuto e strozzò il suono in gola al povero “pizìrru”, semisoffocato da una bocconata di terra.

La truppa iniziò a bersagliare le fronde del gelso con proiettili di varia natura. Qualcuno però non aveva rispettato le regole perché una sassata colpì “malannàta”.La regola era che il colpito, a qualunque fazione apparteneva, doveva cadere a corpo morto, proprio come accadeva nei film al cinema o in televisione. “Malannàta” non perse l’occasione e fece una interpretazione da oscar; abbandonò la presa al ramo, lanciò l’urlo di dolore e cadde. Probabilmente non s’era guardato attorno perché dal gelso, atterrò prima su una distesa di ortica e poi, rotolando finì nella “ruvetta” da cui si era allontanato. “Malannàta” iniziò a strillare “piàtimi, piàtimi” e si dimenava per uscire dal rovo, complicandosi cosi la vita. Mentre alcuni compagni provvedevano ad estrarlo dal rovo, pizìrru, che per età era il più piccolo, sputando ancora terra, con voce roca disse: “ma ppì ghèssi nù muòrtu, òn si lamenta nà pìcchj truòppu?”. Dall’incidente “malannàta” ne usci sanguinante e pieno di spine, nonché pieno di verruche rosse per via del contatto con l’ortica. L’effetto dell’erba sulla pelle doveva aver colpito la fantasia di “pizìrru” che, qualche settimana dopo, si avvicinò alla nonna, defunta e deposta sul letto in attesa del funerale, con un mazzolino di ortica ed inizio a passargliela sulle mani. Ripreso dalla madre spiegò, a voce alta ed alla presenza di chi partecipava alle esequie, che l’aveva fatto per aiutare la famiglia, i cui componenti si erano lamentati per la prematura morte della congiunta, fonte di sostentamento rappresentato dalla pensione. Disse che voleva provare se “a vurdica” aveva lo stesso effetto che aveva avuto su “malannata” e se strofinando poteva risvegliare la nonna.

marzo2012

Minucciu

 

 

 

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