Mar 17

Brillantina

Da “Come Eravamo” Brillantina …

Brillantina.

La sua testa unta e lucida di brillantina, con i capelli tirati sulla nuca, ”pittinati ad’arrietu”, la potevi notare da lontano, specie quando veniva colpita dai raggi del sole. Il luccichio più importante invece non potevi vederlo perché era all’interno della sua testa; lo percepivi quando Brillantina parlava, perché era uno spasso, un concentrato d’ironia e di inventiva al di sopra della media. Ero ragazzino e lo ricordo sui trentacinque anni, non molto alto, capelli scuri, volto dai tratti pronunciati, occhi neri mobilissimi. Rammento il suo particolare modo di camminare, dinoccolato, quasi un dondolio sulle gambe leggermente arcuate, le mani a facilitare l’andatura e la testa mobilissima che ondeggiava leggermente mentre si guardava attorno e sembrava non tralasciare nulla di quel che aveva attorno sulla strada, fossero persone o cose.

Quando capitava ara Siddhata veniva salutato cordialmente da quasi tutti i presenti perché era un amicone ed era sempre pronto alla battuta. Proprio le battute erano il motivo della sua simpatia, qualcuna, particolarmente feroce, gli aveva procurato qualche inimicizia, risoltasi in breve perché Brillantina “tingiàdi” ma non era cattivo. Era anche lui nel gruppo degli emigrati in cerca di fortuna ma, ad ogni estate, il suo mesetto di ferie non glielo levava nessuno. Fu durante uno di detti periodi che proprio all’Alboretti da Siddhata noi ragazzi, per ascoltare, ci avvicinammo ad un gruppo dal quale provenivano frequenti e sonore risate. Era un cerchio attorno a Brillantina ed a turno dal gruppetto gli astanti rammentavano le sue battute. Quella fatta ad una vecchietta, che chiedeva notizie dei figli emigrati, ed alla quale Brillantina aveva riferito che, lavorando al buio in miniera, ad uno dei giovanotti erano spuntate le “ciancianeddhe” sotto gli occhi; alla incredula vecchietta che, piangendo, gli aveva chiesto di giurare sulla circostanza, brillantina aveva risposto ”bbìcci jùru, avèra jì cicàtu i mani e ddì pièdi, si nùnn’è bbèru.

Quando era adolescente, lavorava come aiuto segantino ed all’epoca, nel periodo estivo, gli operai per comodità dormivano in alcune baracche in montagna e scendevano in paese a settimane alterne, ossia ogni quindicina. Un collega per questioni urgenti di lavoro aveva saltato il turno del rientro in paese ed alla moglie, che ne chiedeva le ragioni, aveva risposto che il marito non poteva “picchì ddhè spàratu nù làmpu nte carcàgni” gettando la povera donna nella disperazione. Una sera il gruppo di amici s’era attardato davanti all’ingresso di una cantina per chiacchierare. Ad un certo punto Brillantina intese chiudere la serata con un “ mò jamunìnni c’àmu gia fàttu abbòia cruòpu”. E’ stata la battuta con maggiore successo, fatta propria dalla gioventù paesana che per un lungo periodo ne ha fatto uso ed abuso.

Una sua vicina di casa, molto in avanti con l’età, religiosa e molto devota alla Madonna, per il XXIV Maggio manifestò a Brillantina tutto il suo dispiacere per la pioggia torrenziale che aveva interrotto la processione e costretto i partecipanti a precipitosa fuga. Era preoccupata per il quadro perchè la pioggia avrebbe potuto rovinare l‘immagine. Brillantina la rassicurò affermando che alle prime gocce, “a sànta ghèra scìsa, avìadi ricuòtu i fàvudi da vesta e accumpagnata do sacristànu ccù nnù mbrèllu, sinn’èradi azzìccata ara Terra”. La poveretta aveva gridato al miracolo ed aveva passato una settimana intera in digiuni e giaculatorie.

Ad un vicino di casa “mpicciùsu” al quale aveva smesso di parlare, all’ennesima scocciatura, rispose” nonna tiègnu ccù bbùi ma ccù quìru fìssa c’ògni matìna ti lavadi, ti càvuzadi e tti vèstidi;

Altra sua famosa battuta, entrata nell’uso comune, l’aveva rivolta al figlio di un amico in una giornata in cui aveva iniziato una interminabile bizza: “s’ònna finìscisi ti pìu e ttì mìntu a càpu mmiènzu i rìcchji“; il ragazzo, troppo piccolo per capire il senso ironico della battuta, intimorito aveva immediatamente smesso.Una sera al bar si era instaurata una accesa discussione su questioni sportive legate al tifo per i campioni del ciclismo. Uno degli avventori era particolarmente acceso e per la foga, impediva agli altri di partecipare alla discussione. Brillantina si spazientì ed interruppe il tipo dicendogli: “a tùa l’hasi dìtta, mò… pirèlla”. Il gruppo, inizialmente non capì il senso dell’invito. Poi fecero il collegamento con la all’epoca famosa marca di suole da scarpe in gomma e realizzarono l’ironico invito a finirla andandosene. Anche “pirèlla” per un buon periodo di tempo entrò nell’uso comune. Nonostante che all’epoca avesse moglie e figli, Brillantina non aveva cessato di cercare avventure, di dedicarsi al “pascolo abusivo” come aveva felicemente definito con detta battuta, la sua inclinazione all’extraconiugale. Aveva puntato una donna che però s’era mostrata riottosa e poco sensibile alla serrata corte. Per un po’ vi aveva dedicato del tempo, poi s’era risentito per i rifiuti e per le malevolenze, che la donna spargeva sul suo conto. ed aveva appioppato alla tizia l’aggettivo “piedilorda”. Anche questo termine per un lungo periodo divenne di uso comune. Una devota, che non brillava per acume, gli aveva chiesto come mai, a differenza di altre intere, la statua del patrono era a mezzo busto, Brillantina aveva risposto che “ù sàntu ghèradi da carròcchja” e s’era accordato col prete “ppì sparagnà” sul prezzo della statua. Aveva rinunciato a farsi fare le gambe dicendo: “tàntu ccì pènsanu i paisàni a mmì purtà, i gàmmi òmmi sèrivinu”. La donna raccontando ad altri la circostanza ed aveva provocato frequenti e numerosi segni di croce, a mo di scongiuro, perché il santo patrono pare sia vendicativo con chi arma scherzi su e contro di lui.

Un pomeriggio al bar si presentarono tre giovani con fama di “mpicciusi”; fra i presenti vi era anche Brillantina ed il meno sveglio dei tre ebbe l’idea di attaccarci briga. Dopo un breve scambio di parole Brillantina disse al giovane “ti sfrichèra, òn ti puòzzu minà, ppicchì si truòppu fìssa”; risata generale mentre i tre attaccabrighe “sìnni jènu cchì rìcchj vàsci”.

Marzo 2012

Minucciu

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