Feb 17

“Come Eravamo” Ddiagreca

Da “Come Eravamo” Ddiagreca …

Ddiagreca.

Il suo vero nome era Annina ed era senza dubbio la ragazza più bella del paese. Alta un pò più della media, slanciata, viso di un ovale delicato due grandi occhi neri che brillavano quando era allegra. La dentatura era bianca, perfetta ed allineata e quando sorrideva luccicava. Il portamento e l’aspetto erano degni di un’aristocratica. I capelli nerissimi, pettinati con la riga centrale, come usava all’epoca, lunghi e raccolti in due “shijette” che, tirate attorno alla testa, formavano una corona che a malapena “u muccaturu” riusciva a coprire.

“Màstru Cònziu”, sarto di mestiere, e manovale o bracciante per necessità, era un lucano, originario del materano ed era capitato in paese per la fiera “i jnnaru”. Era poi rimasto, causa matrimonio ed accolto come solo i sandonatesi sanno fare. Passava per persona “i pinna” nel senso che era “letterato”, in mezzo ad una popolazione semi o completamente analfabeta. Era capace di leggere e scrivere, per via di certi trascorsi in seminario ove aveva frequentato, diceva lui, fino alle classi del ginnasio. Un fondo di verità comunque c’era dato che, appena brillo, mastru Cònziu deliziava i presenti recitando a memoria brani di componimenti della poetica appresa fra i banchi o declamando brani di classici della letteratura greca e latina.

Una domenica, Annina, mentre era più che accompagnata, scortata, da mamma, zie e cugine e si appressava alla chiesa per la messa solenne, Cònziu, perché questo era il suo cognome, aveva espresso ammirazione ed apprezzamento per come era bella e signorile e l’aveva definita una dea greca. La definizione piacque e come ogni parola, anche all’epoca subì l’adattamento alla lingua degli avi, guai a chiamarlo dialetto, e nella popolazione l’appellativo “dea greca”assunse nuova pronuncia e venne trasformato in “Ddiagreca” e così rimase facendo abbandonare, nella cognizione paesana, il nome di battesimo dell’interessata.

La famiglia di Annina, per beni al sole, era considerata fra le più cospicue tanto che la ragazza, a differenza dei fratelli, tutti impegnati nei lavori e nella sorveglianza delle proprietà, e diversamente dalle altre donne di casa, madre e zie, era stata mandata dalle suore che ne avevano curato istruzione ed educazione.

Nonostante la giovane età, era sui quindi anni, parecchi “partiti” del paese, anche di una certa consistenza, avevano fatto sapere alla sua famiglia che la ragazza aveva suscitato interesse e che, a tempo debito, la cosa poteva sicuramente avere uno sbocco.

Vero è che a quei tempi i matrimoni li decidevano i genitori e che i figli, più che soggetti, erano oggetti nelle strategie familiari, tese comunque a mantenere se non aumentare prestigio e potenza economica, mediante alleanze d’affari ed appunto matrimoni.

Questo sembrava essere il destino di Annina; essere barattata per le convenienze della famiglia. E si può dire che gli andava anche bene perché allora vigeva il maggiorascato, legge in base alla quale il patrimonio era ereditato dal primo figlio maschio e, per una legge non scritta, al matrimonio arrivava solo la prima delle figlie femmine. Ai restanti fratelli e sorelle restava una sola via; alle donne il convento ed ai maschi una vita da scapolo concubino.

In tutta questa architettura vi erano però un paio di mattoni non perfettamente cementati che nessuno della famiglia di Ddiaggreca avevano individuato: gli imprevisti che potevano colpire chiunque ed i sentimenti che, nonostante la rigida educazione, Annina poteva coltivare.

Fra i tributari della famiglia di Ddiagreca vi era quella di “Sinsiùsu”, un borghese possidente, che tale era divenuto qualche anno prima per aver ricevuto, dal padre della ragazza ed in prestito oneroso, la somma necessaria per acquistare alcune “difise” ed altre “chiuse”, da paesani che erano in partenza per l’America e pertanto vendevano a prezzo conveniente.

I fondi agricoli, opportunamente lavorati, avevano permesso di restituire il danaro ricevuto in prestito con i relativi interessi; restava però quel senso di gratitudine che impediva a “Sinsiùsu” di rifiutare quando dalla famiglia di Annina giungeva richiesta di aiuto.

Fu durante la vendemmia che il cuore di Ddiaggreca ebbe per la prima volta un sussulto. Fra i prestatori d’opera, vi era il figlio di Sinsiùsu che aveva la sua stessa età ed era impegnato a versare nel grosso tino adibito alla “pisatura” dell’uva, i “fiscini” con i grappoli che tre altri uomini, all’interno del tino, pestavano a piedi nudi. Fra i due giovani vi fu un fugace scambio di sguardi e null’altro, ma tanto bastò per accendere l’iniziale fuocherello destinato a diventare incendio. Martinu era un ragazzo che in rapporto con la sua età era alto, robusto e muscoloso, di colorito olivastro con i capelli ondulati che gli cadevano a riccioli ed un sorriso “da galera” come spesso andava ripetendo la sua mamma, che voleva mettere un freno alle troppe simpatie che il ragazzo riscuoteva, preoccupata che un figlio così bello e che tutte le ragazze del paese si mangiavano con gli occhi, venisse “affascinicatu” od in potere di qualche magara.

Vedere Martinu e restarne folgorata per Annina fu una sola cosa. Non fece trasparire nulla perché posizione sociale ed educazione ricevuta le imponevano di controllarsi ma, come si dice, al cuore non si comanda ed il giovane divenne il suo pensiero fisso. Anche Martinu aveva colto lo sguardo e l’aveva ricambiato ma, come da convenzione sociale, non poteva mostrarsi sfacciato. Era un giocare di sguardi, sorrisi, gesti appena accennati, tutta paglia che andava ad accumularsi in attesa dell’incendio.

Il Venerdì santo, prima dell’alba, si teneva la processione del Cristo morto ed alla cerimonia, assieme alla maggioranza dei paesani presero parte anche i nostri due ragazzi. Portare a spalla il simulacro del Redentore era un onore che veniva disputato fra la gioventù del paese, anche con liti furibonde. Più tranquilla la processione dell’addolorata, il cui simulacro, per antica tradizione, veniva portato dalle donne. Quella mattina, come spesso accade quanto la Pasqua è alta, piovigginava e non c’era la solita ressa e Martinu potè agevolmente partecipare al trasporto. Il corteo percorreva il paese in salita e dopo un po’ Martinu inizio a sudare sotto la pioggerellina. Poteva chiedere il cambio ma, avendo alle spalle Annina, che era con le donne appresso l’Addolorata, non voleva mostrarsi debole.

Rientrato a casa Martinu venne assalito da febbre che lo rifinì costringendolo a letto per un mese e mezzo circa. Fu durante questo periodo che, a dire della sua mamma ricevette “la chiamata”, mentre secondi i maligni erano state le pressioni del prete che, per conquistare alla chiesa la ricca dote che veniva assegnata ai seminaristi, gli aveva dato l’estrema unzione e poi non aveva lasciato trascorrere giorno senza fargli visita. Com’è e come non è Martinu decise di entrare in seminario e farsi prete.

Potete immaginare i sentimenti di Ddiagreca che sperò fino all’ultimo in un ripensamento. Negli anni in cui Martinu studiava Annina rifiutò vantaggiose proposte di matrimonio e continuava a deperire ed intristire. Per la festa della Madonna, al 24 maggio, era stabilito che don Martinu, come oramai tutti lo chiamavano, ricevesse dal vicario vescovile la consacrazione nella chiesa principale e tenesse la prima messa. Fu festa solenne alla quale intervenne tutto il paese, ma non Annina. Persa ogni speranza la giovane aveva accusato un lieve malore ed approfittando che tutta la famiglia era in chiesa, s’era allontanata da casa. Non se ne seppe più nulla, scomparve dissolta nel nulla.

Don Martinu concluse la sua vita a meno di quarantanni, minato dalla tisi per una brutta polmonite malcurata. Era l’Anno Domini 1892, così come fu scritto sulla tomba del giovane prete.

Ziu Franciscu, che mi ha raccontato la storia, ha aggiunto che suo padre, all’età di 35 anni, un 24 di maggio, mentre era di guardia al fuoco “da carcàra da càvuci”, volle salire “aru chiànu dò cummièntu, per vedere meglio la tradizionale fiaccolata dei “lampioncini” per le vie del paese. Mentre si godeva lo spettacolo sentì un mormorio, come se qualcuno recitasse le preghiere. Pensò che il vento gli mandasse i rumori della processione. Lo sguardo gli cadde verso “a costa da Spilungura” e, sospeso a mezzaria, in trasparenza, vide qualcosa di scuro che avanzava ondeggiando, come un vestito sospinto dal vento. L’ombra si avvicinava e l’uomo sconcertato notò che era qualcosa di incorporeo, una figura umana priva degli occhi che avanzava come fanno i ciechi, a tentoni e pregando. Poi sentì una voce femminile e girato lo sguardo, dai Palizzi vide emergere dalle pietre una figura di donna, vestita di bianco e con il velo da sposa, priva degli occhi che procedeva anche lei a tentoni profferendo dei lamenti. Le due figure si sfiorarono senza toccarsi e continuarono a dondolare allontanandosi l’uno verso monte e l’altra verso valle, fino a scomparire.

Il padre di ziu Franciscu era persona coraggiosa e l’episodio lo meravigliò, fino a che non realizzò che le due figure erano don Martinu ed Annina, dei quali aveva sentito raccontare la storia e che da morti, evidentemente non avevano ancora trovato pace. Raccontò quanto aveva visto quella sera e qualcuno azzardò che Ddiagreca il giorno stesso in cui Martinu era stato consacrato, sconvolta dal dolore, s’era recata ai Palizzi e si era gettata in una delle tante cavità carsiche della zona, scomparendo per sempre. Il padre di ziu Franciscu tornò a casa piuttosto scosso e con i capelli divenuti completamente bianchi. Sottoposto a visita, raccontò la storia ed il medico sentenziò che le “buonanime” erano senza pace per il troppo dolore e prive degli occhi perché in vita erano stati accecati l’uno dalla fede e l’altra dall’amore.

Febbraio 2012

Minucciu

 

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