Dic 13

San Donato può farcela!

Giovanni Benincasa ci scrive…

San Donato può farcela!

 Dopo alcuni giorni dedicati alla raccolta delle olive (ne ho pochissime piante nel paese di residenza, nella sibaritide) accompagnati da altri che mi hanno visto sofferente a causa di raffreddore, cervicale e mal di denti, finalmente mi sono potuto dedicare alla lettura di un libro, alquanto interessante per noi meridionali. È un nuovo libro, edito di recente, e l’autore è un meridionale che vive altrove, ma ha dimostrato già abbondandemente di impegnarsi per il nostro sud. Ne ho letto solo alcune pagine e già il loro contenuto va a rafforzare la mia “quasi certezza” che, non solo il sud, ma anche San Donato può farcela. Di queste prime pagine ne  riporto quelle parti che vanno nello stesso senso della mia speranza –

C’è un Sud che sta perdendo la subalternità, per la tenacia con cui una sparuta catena di padri ha inseguito la propria storia denigrata e taciuta, incurante dell’idea di inutilità (e persino la derisione) che li circondava; e per la modernità, la naturalezza, con cui l’ultima, cosmopolita generazione vede o vuol vedere possibilità di futuro nella sua terra, recuperandone i valori sottostimati; e, con quelli, riprendersi l’identità e il passato persi. Perchè, è vero (i dati dell’agenzia Svimez lo confermano), è ricomingiata l’emigrazione dei giovani laureati meridionali; ma quelli che restano, sempre più spesso, agiscono a casa propria, come a Barcellona o a Londra: local  & global, universali stando a Milazzo. Non c’era mai stata una generazione così.

È un fenomeno figlio di necessità (tira brutt’aria un po’ ovunque, andarsene non è più una soluzione certa e vantaggiosa, come prima) e di cultura più ampia: sono ragazzi cresciuti in una Europa senza frontiere, con una sola moneta, il viaggio facile ed economico: hanno visto altrove i localismi produrre lavoro, ricchezza, con molto meno di quello che una regione antica e pregna come il nostro Mezzogiorno possiede e non apprezza. Insomma: guardano alla propria terra come farebbe uno straniero, vedendo quello a cui non si faceva caso, perchè c’è da sempre. Sono gente pratica, con buoni, ottimi studi, i 110 e molte lodi, le Bocconi e i Politecnici, i master wow!

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Non sono idealisti come i padri, non si fanno molte illusioni, hanno poca stima nelle possibilità, negli spazi, nell’attenzione al merito che questo Paese offre (hanno la Gelmini ministro della Pubblica Istruzione, il Trota e la Minetti consiglieri regionali nella sedicente “capitale morale”: che gli racconti?); ma hanno più fiducia in se stessi, creano un festival del cinema ad Ariano Irpino(<<tra i più importanti progetti etno-culturali del sud Italia>>, secondo <<il Fatto>>); dotano il paesello di pescatori di una stagione letteraria nazionale; con in tasca una laurea al Dams e l’amico bocconiano, mentre piazzano gruppi musicali giamaicani per i festival e le feste, avviano, nel Vallo di Diano, un allevamento di maiali per la produzione di salumi tradizionali; si associano per tutelare la sorgente che dà il nome alla cittadina e farne una miniera cultural-turistica; si ritrovano ogni fine settimana nel paese da cui son partiti, per far nascere iniziative che gli ridiano vita, riportino a casa gli emigrati; scoprono il brigante “nostro”, cercano i documenti, ne scrivono la storia; si presentano agli esami di Stato con una tesina su industrializzazione nel Regno delle Due Sicilie, Questione meridionale e brigantaggio,e con documenti a video, sul computer, contrapponendoli a quanto c’è sul libro di testo. Se il Presidente della commissione obietta, replicano: <<Non ho finito!>>(<<Ho sudato freddo>> scrive la madre, su Facebook); scelgono, all’università, corsi di studi che li riconducono al loro paese, alla comprensione dei loro costumi, al dialetto: antropologi in missione dinanzi all’uscio di casa propria; danno vita a progetti artistici, musica, teatro, letteratura, che hanno per protagonista il passato di cui i loro nonni, i loro padri si vergognavano.

 

Ci sarebbe molto di più, ma qui si può cogliere appieno il perchè della mia speranza.

I giovani che vogliono rimanere lo devono fare, con il piglio che si coglie in queste righe, per scovare e valorizzare quanto il territorio offre, padroni di tanta cultura e  senza l’orrore o il timore di sporcarsi le mani di terra e di sentir colare il sudore dalla propria fronte. Tanto, altrove forse non c’è più tutto quiesto ben di Dio; forse basterebbe essere meno autolesionisti e scovare in casa propria ciò che andiamo cercando altrove.

Giovanni Benincasa.

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