Dic 13 2011

Come eravamo : Ziu Giuvanni

Luigi Bisignani

Ricevo,leggo e pubblico con molto piacere questo racconto delle famose  nevicate del 1952-1956.

Da “Come Eravamo”…Minucciu

 

 

A parmaria: Ziu Giuvanni

Nell’inverno 1952 San Donato fu gratificato da una copiosa nevicata, iniziata nel primo pomeriggio e continuata per tutta la notte. La neve cadeva fitta e con “lapàzze” grosse, come le cinque lire di quei tempi, ed in poche ore avvolse tutto il territorio in un manto d’ovatta bianca. Ogni rumore era attutito tanto che, pur abitando a pochi metri dalla chiesa arcipretale, non si udivano più né i rintocchi dell’orologio né quelli del campanile. La visibilità era ridotta a pochi metri ed era nulla per distanze maggiori. “I cùozzi, ù cummìentu e santupiètru”, che erano il panorama usuale dalle finestre di casa mia, erano spariti, invisibili dietro un muro bianco di “lapàzze”. Durante la serata e la notte, più volte ci toccò salire sul tetto e scaricarlo dalla neve perché “travi e chianteddhj” avevamo iniziato a scricchiolare, circostanza che non prometteva nulla di buono. Difatti, le persone che avevano sopravvalutato la robustezza del tetto ed i proprietari di qualche casa, in quei momenti non abitata, contarono i danni causati dal soprappeso sulle travature.

La neve è bella da vedersi, ma molto scomoda perché, camminandoci, compatta e rende le strade impraticabili, specie in San Donato che è in altitudine, scosceso e con clima, tendente al fresco, che la neve la trasforma subito in ghiaccio.

Rammento di aver visto il paese quasi scomparire sommerso dalla neve, durante le nevicate del ‘52 e del ‘56 quando la coltre, oltre ad isolare il paese dal resto del mondo rendendo difficoltosi i rifornimenti, lo aveva reso irriconoscibile. Era un immenso labirinto bianco perché le strade, bene o male andavano sgomberate e rese praticabili. Per fare ciò la neve veniva spalata ed accatastata ai muri delle case, le cui porte divenivano macchie di colore in un ambiente tendente al grigio. La neve, spalata, assume tale colorazione per il contatto “ccà pùrugula dè sìlichi”. Il paese era trasformato in un presepe bianco, ghiacciato e pericoloso da percorrere, tanto che la mobilità era ridotta al minimo e riservata ai più audaci. Approfittando degli sprazzi di sole, i ragazzi uscivano in strada ad ammirare “i pizzifièrri” che pendevano dalle grondaie, con la speranza che qualcuno si staccasse in modo da usarlo come ghiacciolo e sorbirlo dopo averlo tuffato nello zucchero. All’epoca non avevamo il problema dell’inquinamento e delle piogge acide ed oltre ai “pizzifièrri”, con zucchero e neve, si poteva gustare “a scirubètta”.

Le attività erano bloccate; poche le botteghe aperte; gli allevatori disperati perché governare ed accudire le bestie era impossibile; l’ozio forzato. In questa situazione era un continuo radunarsi fra vicini di casa, più che altro per trasmettersi una vicendevole sensazione di sicurezza e conforto. I “granni” per passatempo e per ammazzare la noia da inattività, davano la stura ai ricordi e raccontavano delle esperienze passate.

Dopo quella del 52, la nevicata, si è ripetuta nel 56 e fu in quest’ultimo anno, durante l’ozio forzato cui ho accennato, che venne raccontata la storia i Ziu Giuvanni.

Ziu Giuvanni, era di fisico robusto, più alto della media paesana, soprannominato “ù spùrciu” per via che era di portamento serio, tanto sembrare arcigno, di poche parole e di altrettante poche amicizie, scarso frequentatore di cantine ed altri luoghi di ritrovo, poco incline a rapporti con la parentela.

La persona che raccontava, precisò di non essere in rapporti di confidenza con ziu Giuvanni e di aver appreso da altri quando stava narrando. Non avendo altre informazioni, attribuiva il suo atteggiamento estremamente riservato e di poca confidenza verso gli altri, al più terribile degli accadimenti che possa colpire un essere umano: veder morire l’unico figlio. Questo era accaduto “aru ziu” che si era sposato attorno ai 30 anni, tardi per quei tempi, quando i matrimoni avvenivano fra i 16 ed i 20 anni. La gravidanza aveva tardato di qualche tempo, però la bambina partorita dalla moglie di ziu Giuvanni, era bella come il sole. La gioia fu grande ma di breve durata perché, a nove mesi dalla nascita, “u discenziu” portò all’altro mondo la figlioletta, gettando nella costernazione i coniugi che, dal giorno del funerale, vestirono il lutto perpetuo. Durante la nevicata del ‘52, uno dei sandonatesi costretto a viaggiare era appunto ziu Giuvanni, ormai oltre la cinquantina, il quale, avendo animali ricoverati fuori del paese, doveva recarsi presso le stalle per governare ogni giorno, neve o non neve. Al rientro, poco lontano da casa sua, era scivolato sul ghiaccio e le scarpe “cchì tàcci” che calzava, non l’avevano aiutato per niente. S’era aggrappato “àra capizza dò ciùcciu” ed imprecando per la difficoltà, dopo due o tre tentativi, era riuscito a mettersi in piedi. Non passava nessuno e ziu Giuvanni non era tipo da disturbare per chiedere aiuto, pur avendo capito “cà s’era rùttu nà gàmma”. Appoggiatosi al basto e tirando giù dal cielo tutti i santi ad ogni passo, percorse i 400 metri più lunghi e dolorosi della sua vita. Nonostante il freddo giunse a casa malido di sudore perché era peso, al momento impedito ed il percorso, in salita e ghiacciato, non aiutava. Era preoccupato, perché un’eventuale altra caduta poteva aggravare la situazione ed incavolato nero, perché l’asino non era sicuramente il valido aiuto che in quel frangente necessitava. Giunto a casa, con l’aiuto della moglie si sistemò sul letto e la donna fece avvertire il medico, il quale, diagnosticata una frattura “sùpa à nùci dò pèdi”, dopo idonee manovre per rimettere al loro posto le ossa, procedette all’ingessatura.

Ziu Giuvanni, tolto il gesso, costatò che la gamba sinistra era rimasta più corta. A quei tempi e con la carenza di mezzi diagnostici, poteva succedere che una frattura fosse ricomposta o saldata male. Rinunciò parzialmente ad occuparsi direttamente delle attività agricole e d’allevamento, perché lo squilibrio sulla colonna vertebrale gli procurava “dulùri àra cudicèddha”. Dato il carattere particolare, aveva vergogna del suo stato fisico e non voleva più mostrarsi. Fra i vicini di casa, c’era la persona che ha poi raccontato ad altri la storia. Si rese disponibile per un aiuto retribuito nelle attività agricole e per dare una mano nell’allevamento, conquistandosi la fiducia di ziu Giuvanni. Dalle vicende che l’infortunato iniziò a raccontare, un po’ per sfogo e molto per passatempo, l’aiutante capì anche la causa del suo atteggiamento freddo e scostante.

Ziu Giuvanni era figlio di contadini, come all’epoca il 90% dei sandonatesi. Il padre era un bracciante e piccolissimo proprietario. Come i suoi pari, possedeva minuscole proprietà, poco estese e mal distribuite, spesso molto distanti fra loro. Aveva, fra altri, un appezzamento coltivato ad orto nella zona “dò pontu ì fiérru” sulla parte sinistra del fiume Angieri. Era cagionevole di salute e volendo evitare ai familiari la fatica di andare al fiume ed attingere acqua per irrigare le coltivazioni, il padre di ziu Giuvanni pensò che un canale, scavato più a monte rispetto agli orti, avrebbe risolto il problema. Spiegò l’idea ad altri proprietari confinanti ed assieme si accordarono verbalmente per realizzarlo e portare l’acqua da distribuire, mediante chiuse ed a turni, sul terreno degli orti.

Per svariate stagioni le cose filarono lisce ed i turni per l’uso dell’acqua furono rispettati. Un’estate, improvvisamente il canale venne in secca e risalendolo, il padre i Giuvanni costatò che il proprietario del terreno dove il canale aveva inizio, aveva murato la chiusa impedendo il deflusso dell’acqua. A nulla valsero le proteste, l’uomo sostenne che l’inizio del canale era sulla sua proprietà e ne poteva disporre a piacere. Contestò i patti e sfidò tutti gli altri a produrre documenti scritti, atti provare precedenti accordi circa la realizzazione e l’uso comune della via d’acqua.

Al contrario degli altri confinanti che si rassegnarono, il poveruomo patì la situazione. In concorso con le cagionevoli condizioni fisiche generali, causa il dispiacere, iniziò a deperire, spegnendosi un poco per volta e lasciando infine nel dolore e nella quasi miseria la moglie e due figli, Dunatieddhu di 13 anni e Giuvanninu di sei. I familiari si convinsero e non a torto, che la morte “ppì crepacori” fu provocata da rabbia e dispiacere per il torto subito. Donato, in ausilio alla madre, si adoperò dedicandosi alle piccole proprietà, ma era poco più che un fanciullo e le forze e la capacità non erano sufficienti per produrre il necessario a campare. I due fratelli, per sopravvivere ed assicurare alla madre un sostegno, fecero la fine che in quell’epoca toccava ai figli di povera gente. Andarono “sùtta patrùni”cùmu furìsi, pagati ccù nnù pàru ì scarpi grossi ogni dùjanni; ì pannizzi jùsti àra staggiùni; àra mamma nù tùmminu i granu e duj pignàti d’uòggju l’annu.” In più il diritto di badare saltuariamente alle loro piccole proprietà, quando erano vicine alle terre padronali da lavorare. Ogni volta “chi capitàvadi Ar’angieri” Dunatu sentiva il sangue ribollire ed una rabbia sorda montare. Non intendeva rassegnarsi a quello che considerava un sopruso né vanificare le fatiche del babbo restando inattivo e silente. Quel canale doveva riportare l’acqua all’orto, com’era giusto che fosse. Armato di zappa Donato demolì per molte volte la barriera e per altrettante volte il proprietario la ripristinò. Volarono parole grosse e minacce. Il prepotente si era rivolto al Sindaco e Donato con la madre, fu convocato e diffidato dal procedere oltre.

Nonostante la madre l’avesse scongiurato, Donato non poteva né voleva ingoiare il rospo. Il canale era stato causa della prematura morte del genitore e ricordava, per averla vissuta personalmente, la fatica del padre durante gli scavi per realizzare la contestata opera idraulica.

Dopo circa un paio d’anni vissuti da “furisi”, Donato una sera si appostò nei pressi dell’abitazione del prepotente e lo colpì ripetutamente con un palo. Era un ragazzo e le botte non furono abbastanza energiche da stordire l’uomo che, al nuovo tentativo del ragazzo di assestargli una ulteriore bastonata, approfittando d’averlo vicino, sferrò una coltellata e lo colpì al torso. Il ragazzo si diede alla fuga ed il prepotente fu soccorso dai familiari, allertati dalle sue urla. Temendo la galera, Donato restò latitante e nascosto chissà dove. Neanche la madre, recandosi nei luoghi più reconditi, riuscì a rintracciarlo. Sembrava si fosse dissolto nel nulla.

Circa tre giorni dopo citata la bastonatura, “ù càmpusantaru”, uomo coscienzioso e consapevole che “ù pani saddha guadagnà pùru quànnu ghè malutièmpu”, nonostante la giornata non proprio favorevole, come era solito fare, aprì le porte del cimitero. Sul pavimento dell’ingresso e sul vialetto notò delle macchie scure che lo incuriosirono. Entrato nel camposanto, su una tomba ed abbracciata alla croce di legno, vide una persona e, collegando alle macchie a sangue, tra se e se disse: “quantu ghè fìssa, ppì tràsi ghà scalivaccàtu e s’è tagghjàtu, òn putiàdi aspittà a mmìa?”. Si avvicinò per rimproverare l’intruso ma restò interdetto quanto riconobbe la persona. Più tardi, riferendo l’accaduto aveva precisato che “ghèradi ù quatraru, arrinchiunàtu sùpa à fossa dò patri”. Dunatieddhu, dopo giorni difficili, con le forze residue aveva voluto testimoniare “à tàta” l’amore filiale e chiederne il perdono per non aver saputo portare a compimento quello che, per la mentalità dell’epoca, riteneva un suo preciso dovere. Era morto per il freddo e forse dissanguato da una ferita al fianco. Era l’inverno del 1914.

Questo era il vissuto che probabilmente aveva reso ziu Giuvanni “nù spùrciu”

Dicembre 2011

Minucciu

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