Ott 17

COME ERAVAMO “I guzzicieddhj i vùrpa” “

“Don Pippì, pinzatici vùi a ssa sciddhjceddha ì galera”. Ziu Rafeli, dopo averlo raccattato, scalzo, scarmigliato, pieno di graffi, “cchi càvuzi curti scigati” ridotti ai minimi termini e gli arti inferiori più simili ad un macinato di carne che a gambe, accompagnò “u quatraru” presso il medico condotto facendone una presentazione adeguata alla situazione contingente. “U guagliùni, trùmmuliavadi” non tanto dal dolore, quanto per la paura. Temeva gli interventi del medico ma era terrorizzato dalla “tragedia” che sua madre avrebbe potuto mettere in scena. La donna poteva usare in modo “pesante” le mani ed aggiungere del suo al danno gia in essere. Non successe nulla perché zia Maria si limitò a chiedere cosa aveva fatto per essere “arridùttu cùmu l’arcidòmu”. Conoscendo l’inclinazione del ragazzo “a ssì fà dannu” si limitò ad attendere che don Pippinu terminasse i medicamenti. Dopo essere stato ripulito, medicato e rassicurato circa la relativa levità dei danni, fasciato come una mummia “u quatraru” fu portato a casa in braccio a mamma, con la faccia appoggiata sulla sua spalla, quasi a nascondere la vergogna. Presso lo studio del medico non successe nulla, ma zia Maria non perdonava. Difatti, prima di giungere a casa, individuò l’unico centimetro quadrato sano che restava nel volto del figlio e mollò “nù pìzzicu cca girata”, dolorosissimo, condito da “quannu sanasi ti pirràmu ghia”. Nel periodo d’età fra i sette ed i tredici anni, “i quatrari santunatisi”, per antichissima tradizione, avevano “licenza” per aggirarsi nelle campagne, durante la stagione della frutta e saziarsene a volontà. Unico limite a questa secolare tradizione era, non provocare danni alle piante; non cogliere più dello stretto necessario, appunto “na panzata”; sottrarre nulla limitandosi alla frutta. Le “spedizioni” iniziavano con i primi fichi “quiri de ciucci” e si concludevano con “a scuogghitina i l’acina”, a vendemmia avvenuta. Insomma “si scialavadi” da metà maggio a fine settembre. Al libero vagare era posto un altro limite, rappresentato dalla volontà espressa dai proprietari dei fondi. Il divieto era manifestato da diversi atteggiamenti. C’era chi recintavano le proprietà, quelli che “medicavano” le piante ed i “tristi”. Questi ultimi proprietari, nonostante che da ragazzi avessero “piàtu” frutta come tutti, non tolleravano venisse toccata la ”rròbba” e durante il periodo delle scorrerie, presidiavano le campagne armati di accetta ed in alcuni casi di fucile. “U cchiù tristu i tutti” era ziu Ntòniu che, nonostante l’età, per noi “quadrari” avanzata, aveva sui 50 anni, ci minacciava se avessimo “tùccatu à rrobba sua”. Asseriva che “ntà galèra ciàju làssatu nù chjùovu”, volendo intendere che c’era gia stato e non aveva timore di ritornarvi. Sfidare una banda di irresponsabili, quali erano “i quatrari” miei coevi, era battaglia persa in partenza. Manifestare l’attitudine a vivere di prepotenza, significava cacciarsi in un mare di guai. La fantasia e l’inventiva per porre in essere ritorsioni e vendette, verso personaggi tipo Ziu Ntòniu, non avevano limiti “Chjùovu trìstu”, come lo avevamo soprannominato, era proprietario della più bella pianta di ciliegio. Produceva frutti grossi e dolcissimi e da parecchio tempo nel nostro gruppo era nato il desiderio di assaggiare tale prelibatezza. Si tenne d’occhio ziu Ntòniu ma non fummo abbastanza furbi perché capì il perché ed il percome e tese la sua trappola. Una mattina di giugno, disse alla moglie che si recava presso una determinata zona e partì. Noi “guzzarieddhi i vurpa” ci organizzammo e assaporando mentalmente le delizie che ci attendevano, ci dirigemmo al campo dove si trovava la famosa pianta.. Giunti alla proprietà, per avere maggiore sicurezza, esplorammo i dintorni e, non avendo notato nulla di sospetto, scavalcammo il muretto a secco e ci approssimammo al ciliegio. L’eccesso di sicurezza fece sì che il solito servizio di avvistamento, stavolta non venisse organizzato e tutto il gruppo si appresso alla pianta. Due “quatrari”, saliti sui rami, mangiavano e lasciavano cadere i frutti per i compagni restati a terra. Rapiti dalla bontà delle ciliegie ed intenti ad accaparrare la maggior quantità di frutta caduta, nessuno si accorse che ziu Ntòniu era prossimo ad entrare nella proprietà. Casualmente uno dei due ragazzi saliti sull’albero, guardando attorno lo notò avvicinarsi, “ccà scùppetta mmanu”, e diede l’allarme col solito grido: “scappamu”. Precipitosa ritirata generale di quelli ai piedi dell’albero e discesa altrettanto precipitosa dei due “quatrari” saliti sulla pianta In questo frangente, il tronco del ciliegio volle riscuotere il suo tributo attaccando con la corteccia, prima i pantaloni e successivamente l’interno coscia dei ragazzi, maciullando stoffa e carne. Ziu Ntoniu, impossibilitato a competere nella corsa “cchì quatrari” e furente per la sottrazione della frutta, urlò irriferibili improperi e bestemmie all’indirizzo dei ragazzi ed a condire il tutto, scaricò due colpi di fucile, verso il gruppetto in fuga. Meno male, ma lo scoprimmo dopo, che ziu Ntoniu aveva caricato l’arma con cartucce a pallini per passeri, “ninni ma amari”. Ad uno dei due ragazzi saliti sulla pianta, un pallino ha portato via un lembo del padiglione auricolare destro. Altri si sono conficcati nel cuoio capelluto di “Francischieddhu” che, dopo aver urlato per il dolore, è caduto dietro una siepe e la lo abbiamo lasciato per morto. Il gruppo ha continuato la corsa fino a dentro il paese e poi s’è disperso. “Ntònijeddhu ù nìnnu”, è stato raccolto da ziu Rafeli e portato dal medico. ”L’atu quatraru”, disceso precipitosamente dall’albero, aveva riportato danni fisici più limitati. Oltre al pantalone distrutto ed a qualche profondo graffio alle cosce, aveva i piedi piagati, perché, per salire meglio sul ciliegio, s’era tolto i sandalini. Nella concitazione e per lo spavento, dopo la precipitosa discesa dall’albero, non aveva avuto il tempo di recuperare le calzature e la fuga, fino in paese, l’aveva fatta a piedi nudi. Neanche lui la passò liscia e la “pirramata” la prese quando dovette spiegare a zia Gangiulina la ragione del danno al pantaloncino, alle gambe ed ai piedi, e la perdita delle calzature. Altra razione di ceffoni “u figgiu i zia Gangiulina” la prese nel primo pomeriggio, quando a casa vennero i genitori “i Francischieddhu” a chiedere notizie del ragazzo, non ancora tornato. Fu costretto a raccontare ciò che era successo ed accompagnare i genitori per rintracciare il compagno di avventure, che venne anche lui accompagnato da “don Pippinu” per accertare e riparare i danni. La faccenda restò nell’ambito delle famiglie dei ragazzi, nessun ricorso alla legge. Il problema era don Pippinu, che aveva benissimo capito cosa era accaduto. Per dovere d’ufficio ed in qualità di pubblico funzionario, il medico, in generale e quello incaricato della condotta, in particolare, era obbligato a segnalare qualsiasi lesione di origine dolosa agli organi di legge (magistratura od organi di polizia). Interrogando i feriti ebbe come risposta un silenzio assoluto, e sapeva benissimo anche questo. Per tradizione “i quatrari” venivano catechizzati a non dare risposte su questioni delicate ed attendere un genitore, o un parente adulto, che avrebbe parlato per loro. Difatti, i “granni”, riferirono che i ragazzi si erano fatti male da soli e localizzarono il luogo dell’accaduto a notevole distanza da quello reale. Circa i pallini “nta capu i Francischieddhu” la colpa venne attribuita ad un cacciatore rimasto ignoto perché dopo lo sparo, sentito il lamento del ragazzo, era fuggito. La versione fornita era credibile perché, dalla primavera all’autunno, “quatrari e guagliuni” affollavano l’ambulatorio del medico condotto. Tra giochi, scampagnate, cadute dovute a svariati motivi, era un continuo ricucire, disinfettare. Ricordiamo che a quell’età i sandonatesi venivano iscritti d’ufficio al “club della crosta continua”. Qualcuno potrebbe dire: ”è finita cosi?”. Neanche per idea, “sùmu a santudunatu e ri tuorti mò o momò si pàganu” A fine estate, all’imbrunire, ziu Ntoniu rientrava in paese con l’asino carico di prodotti della campagna. Nel percorrere “n’accurciaturu”, “a riàtu a nnà sipala” sbucarono due individui, “ncappucciati”, che “l’anu paliatu”. Dopo avergli procurato la frattura di un polso e di un braccio, incrinato quattro costole e prodotto contusioni varie, ma questo è stato accertato dopo, lo hanno abbandonato sul posto dolorante. Anche ziu Ntòniu, raccattato e caricato sul suo asino da due contadini di passaggio, venne accompagnato presso don Pippinu per medicazioni ed ingessature. “Pùru ziu Ntòniu, mentri si ricugghjèdi, à fora, ghera cadùtu dò ciùcciu. A sulu” Almeno questa fu la sua versione a don Pippinu. Passò i due mesi, all’epoca di prassi per le fratture, seduto su una sedia avanti la porta di casa, con le braccia immobili A chi gli chiedeva “cùmu stati?”, ziu Ntoniu rispondeva, “malamenti, mànu fàttu dànnu i cirasi”. Più che una battuta spiritosa, era un rimpianto, visti gli accadimenti. I suoi figli, appreso dei guai che aveva combinato, più prepotenti del padre o forse ottimi suoi allievi, nell’immediato, vendettero la doppietta. Per evitare che il padre potesse ripetere faccende simili, anche per impartirgli una lezione, di notte, armati “i strùncaturu” tagliarono il ciliegio e fecero finire ogni futuro inconveniente. Può sembrare inverosimile ma all’epoca, per faccende riguardanti i “quatrari”, spesso e volentieri causa ed origine di liti, in paese si preferiva il ricorso alla legge non scritta della tradizione, in base alla quale si dirimevano tutte le controversie. Nel caso in esame era sufficiente “na paliata” giacché il danno riportato dai ragazzi era contenuto. Era un atteggiamento comune a tutto il sud dell’Italia, dove le leggi e le strutture statali sabaude, anche decenni dopo la proclamazione dell’unità, erano viste con sospetto e non sempre a torto. Quando questi fatti accadevano, vi era ancora una residua attività nel “cantìari do Pantanu”. Detto opificio, quando era nel pieno dell’attività, era stato, per il paese, una notevole fonte di reddito da lavoro. Rammento che ziu Riguardu aveva aperto, nei pressi del cantiere, uno spaccio alimentare a servizio degli operai, poi chiuso perché non redditizio col diminuire dell’occupazione. Un vicino di casa era in turno alla caldaia a vapore utilizzata per la stagionatura del residuo legname nel cantiere. La moglie, verso la una preparava “u stiavuccu” con qualcosa di caldo e, tramite il figlio, lo inviava al marito. Talvolta accompagnavo il coetaneo e per il ritorno si potevano percorrere due strade: -la prima era percorrere i tre “accurciaturi”. Si partiva dalla curva dopo “u ponti da jumara” e si terminava alla curva del cimitero; -la seconda era la strada che saliva per “santupietru”, passava da “i spàrti” per salire, “doppu u ponticieddhu, aru jardinu”. Durante queste passeggiate si guardavano “l’uòrti da jumara”, piccoli appezzamenti ricavati nelle rade zone fertili tra “u ponti e ù ponticieddhu”. C’eravamo fermati talvolta a guardare un uomo di una cinquantina d’anni che coltivava piante “strane” e da noi mai viste. Descrivemmo le piante ed apprendemmo che erano rispettivamente ”milùni d’acqua e milùni i pani”. Ci venne anche assicurato che l’anziano perdeva tempo perché “i milùni a santudunatu on cì facjànu picchì ghè truòppu frìddu”. Freddo o no ad ogni viaggio, con la turnazione il pasto caldo dell’una capitava due volte la settimana, le fermate a spiare l’orto del “vecchio” erano sempre più lunghe. Conoscendo l’abitudine e la voracità dei ragazzi del paese, perchè anche lui era stato ragazzo ed aveva mangiato a sbafo la frutta, ed insospettito dalla nostra presenza, il cinquantenne stava sempre più a lungo nell’orto. Non aveva però tenuto conto del nipote che “gha fattu a sua”. Forse per vantarsi e suscitare “mmidja”, parlando con compagni di gioco ebbe a dire: “stànnu ppà festa i Santudunatu nnì mangiamu i milùni nuòsti”. Il discorso, udito da uno dei ragazzi, fu riferito al resto della compagnia. Sapemmo così che “i milùni ghèranu ppì cùnghj”. Nel pomeriggio del 6 agosto c’era la funzione religiosa per in onore di San Donato V. e M, alla quale, il proprietario “de milùni”, molto pio e particolarmente devoto al Patrono, non mancava mai. Il nostro gruppo, che devoto proprio ancora non si sentiva, partì armato “i curtiddhuzzi” e rapidamente raggiunse l’’orto. Altro che “friddu”.Il vecchio sapeva il fatto suo e davanti ai nostri occhi, fra meloni di taglia normale, apparve un mostro di cocomero di circa mezzo metro, bello ed invitante. Uno spettacolo. Tagliare il frutto e trasportarlo altrove non era possibile, troppo pesante. La soluzione la suggerì Nicola. “tàgghjamulu dò latu i sùtta e, tuòrnu tuòrnu grapìmu à scorza e ccì facìmu nù bùcu granni. U dìvacamu e nnì mangiamu a pùrpa e pùa mìntimu à pòstu a scorza e rù milùni pàridi cùmu ghera primu”. Detto e fatto. In un quarto d’ora il cocomero venne coscienziosamente vuotato ed il gruppetto rientrò in paese contento ed appagato. All’epoca, il 7 Agosto, in occasione della festa, al Pantano era tradizionale la scorpacciata “i milùni d’acqua” che ambulanti, specie di Cassano, portavano in quantità. Si andava a famiglie intere e ci si abbuffava con pochissima spesa. Si mangiava fino a sazietà, anche perché il frutto era tenuto in fresco con l’acqua “dà vena do pantanu” Per la festa “i milùni jénu vili” ed erano alla portata di qualsiasi tasca. Il “milùnaru da jumara” come in gergo indicavamo il nostro inconsapevole benefattore, per la festa del patrono pianse, più che per la perdita del melone, “ppà figura dò fissa c’avja fàttu”. C’era rimasto male perché, oltre i familiari, aveva invitato all’orto un amico della piana, zona di produzione dei “milùni” e voleva gloriarsi di quale meraviglia era stato capace di produrre. Trovarsi davanti un frutto moscio e pieno di formiche non deve essere stata occasione di complimenti o congratulazioni, piuttosto di sfottò, specie da parte dei paesani che non perdevano occasione “ppì ssì pjà nà pìzzicata”, con chiunque, non aveva nessuna importanza se lo sfottò colpiva un nobile od uno del popolo. Naturalmente la faccenda ebbe il suo risalto nella “pàrti ì carnivàli”. Una persona, mascherata da contadino, gonfiava e sgonfiava un palloncino verde, a rappresentare “u miluni divacatu”. Il derubato ci ha maledetto fino alla settima generazione. Sapeva, a ragione, chi poteva avergli giocato il tiro ma, non avendo prove, ha dovuto abbozzare ed ingoiare il rospo. Non so agli altri ragazzi cosa ha detto. Incontrandomi anni dopo il “crimine”, in occasione di un mio rientro in paese, disse: “ccù ttìa haju nà bbricaziuni”. “Minuccì, ma fòra paìsi addhùnni sì mmò, ma nnì tròvasi milùni d’acqua accussì sapuriti cumu quiri c’avimu addhunni nui?” Finalmente, dopo un’attesa durata anni “quiru chi ddhera rimastu ncanna, s’avia cacciàtu”, “m’avia fattu affruntu”. A distanza di tanto tempo dall’episodio, chinai la testa ed arrossii. Non ebbi né la forza né la presenza di spirito di replicare una parola, un accenno a scusarmi. Il condizionamento a non parlare di “còsi dilicati”, senza la presenza di un familiare più grande, nonostante fossi cresciuto e lontano dall’ambiente da circa 10 anni, purtroppo, funzionava ancora.

 Ottobre 2011

 Minucciu

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